giovedì 28 aprile 2011

Riprendiamoci le nostre elezioni!

Da milanese sono deluso. Deluso dalla piega che ha preso la campagna elettorale che porterà all'elezione del sindaco della città.

Deluso dal fatto che nel corso di questa campagna elettorale si vorrebbero mettere in secondo piano i problemi di Milano, che si stia cercando di portare anche nella disputa per l'elezione del nostro primo cittadino le tematiche (o le finte tematiche) che vanno per la maggiore a livello nazionale.

Deluso perché il nostro capo del Governo ha dichiarato che queste non saranno semplici elezioni amministrative, ma una tornata elettorale di importanza assoluta, politica. Ma come, mi chiedo, siamo Milano, la seconda città d'Italia, la capitale economica e forse morale del Paese, il centro di mille eccellenze in ogni campo, ecc. ecc. e poi quando si tratta di scegliere chi dovrà gestire tutto questo, e magari anche cercare di fare meglio, mi si dice che l'importanza che la mia città abbia un buon sindaco è seconda al fatto che a vincere le elezioni sia una forza politica piuttosto che un'altra.

Sono deluso, per questo, e se devo dire la verità anche parecchio incavolato. Ma almeno quando devo scegliere il mio sindaco posso fare a meno di dovermi sorbire i soliti discorsi che siamo costretti a subire da mesi sulla giustizia, sulla giustizia e poi ancora sulla giustizia? Posso pretendere che queste elezioni, almeno queste, non si risolvano nel solito referendum pro o contro la figura del capo della coalizione che governa il nostro Paese?

Mi piacerebbe assistere a confronti tra i candidati su argomenti quali asili nido, scuole, spazi per bambini, cultura, verde cittadino, cantieri aperti, piste ciclabili, trasporti pubblici efficienti, riduzione dello smog. Mi piacerebbe sapere che fine farà la Darsena, per esempio. Se la moschea si farà o non si farà. Oppure avere un'idea precisa sulle strategie di avvicinamento a Expo 2015, capire quale sarà il destino dell'orto botanico e, soprattutto, quali garanzie verranno predisposte per evitare che si risolva tutto nel solito "magna magna" di pochi fortunati. Mi piacerebbe sapere quali azioni verranno intraprese per controbattere l'influenza della 'ndrangheta sugli affari e sugli appalti lombardi, tanto per fare un altro esempio.

Vorrei si parlasse dei problemi che riguardano la città e solo di quelli. Non voglio ascoltare comizi sui massimi sistemi, voglio sapere se sotto casa mia verrà riasfaltata la strada che ha tante di quelle buche da sembrare una fetta di gruviera. Non voglio gente che mi tiri per la giacchetta chiedendomi il voto "perché se vincono gli altri... sai che disastro". Voglio amministratori che mi spieghino perché ritengono sia meglio costruire grattacieli per nababbi piuttosto che case accessibili a tutti. Ecco, questo è il punto: voglio che mi spieghino il perché delle loro scelte.

Insomma, sono deluso e incavolato, lo ripeto, perché voglio che queste siano elezioni "milanesi" e basta. Perché questa è una città troppo importante per essere relegata al ruolo di semplice asticella utile a registrare gli umori politici degli italiani.

E quindi forza, milanesi, usciamo dalle nostre tane e riprendiamoci una volta per tutte le nostre elezioni!

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lunedì 18 aprile 2011

La parabola di Formichino,
principe di Lombardonia

Questa è la parabola di Formichino, principe incontrastato di Lombardonia. Non che fosse l'unico principe, in Lombardonia, ma Formichino era riuscito a essere il più potente di tutti, grazie anche all'influenza della sua tribù di provenienza, quella dei Cielloni. Da anni e anni governava sul principato come un sovrano.

Le leggi, risalenti a tempi ormai dimenticati, avevano fissato dei limiti di tempo oltre cui un singolo principe non poteva comandare. Due investiture, dicevano le norme, e non di più. Ma Formichino non si era accontentato del potere, già tanto, avuto fino a quel momento, ne voleva altro. E fece cambiare le disposizioni. Venne riacclamato dai sudditi e per festeggiare l'evento si fece costruire il palazzo più alto del principato. Lui, seduto sul suo piccolo trono sistemato all'ultimo piano, controllava tutto e tutti.

Il prediletto del potente re Silvonio

Formichino da sempre era il prediletto del potente re Silvonio, unico dominatore del regno di Bungania. Tutti dicevano «Quando il buon re se ne andrà, sarà Formichino a sostituirlo...». E così Formichino rinunciava a tutte le altre cariche che gli venivano offerte, quasi con disprezzo. «Sono il predestinato alla successione – diceva fra sé e sé – figurarsi se mi abbasso a fare il semplice ministro del regno». E quindi rinunciava a recarsi nella grande capitale e, nel frattempo, si teneva stretto stretto il suo piccolo trono. Per conservarlo, del resto, era disposto a tutto, anche ad allearsi con i barbari guidati dal furbo e spregiudicato Bossone.

Ma proprio quando il potere sembrava più esteso, proprio nel momento in cui la tribù dei cielloni fu portata al punto più alto proprio da Formichino, tutto sembrò cambiare. All'interno della sua stessa tribù le lotte per emergere diventarono sempre più numerose e Formichino, fino a quel momento leader unico e incontrastato, cominciò a vedersi circondato da branchi di Lupi giovani e agguerriti che ne minacciavano il ruolo.

La prediletta del re, fonte di tanti guai

Non solo. Mentre Formichino professava l'astinenza e il rigore di vita più assoluto, il vecchio re Silvonio viveva nel lusso e nello sfarzo e faceva della sua corte un luogo di sregolatezza e divertimenti assortiti. Accadde che un giorno il re chiedesse al principe di accogliere nel suo palazzo una sua prediletta. Formichino non era molto contento di questa richiesta ma per mantenere i buoni rapporti con il sovrano, sempre ricordandosi della sua investitura, accettò.

Non l'avesse mai fatto! La prediletta portò tanti guai a Formichino, tanto che qualche suddito, più coraggioso degli altri, cominciò a contestare il principe. Lui si difese con frasi del tipo: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra», ma i sudditi non capirono bene se il concetto fosse riferito alla donna o a se stesso. E quando la situazione sembrò precipitare, Formichino si appellò al giudizio del popolino: «Loro sono quelli che mi hanno voluto, non me ne andrò mai!». Ma qualcuno cominciò a pensare che, in fondo, non era l'unico principe a disposizione, altri avrebbero potuto occupare degnamente il suo piccolo trono sul tetto di Lombardonia.

Ora Silvonio preferisce Alfanio

Poco male, direbbe qualcuno. Lui era il predestinato, per lui il futuro avrebbe riservato ben altri troni... E invece? Invece ecco che anche re Silvonio gli voltò all'improvviso le spalle, affermando di preferirgli, per la successione alla guida di Bungonia, qualcun altro. Si trattava del gran ministro Alfanio, considerato, dal re, capace di "lasciargli grande libertà di movimento...". Ma come, pensò desolato Formichino, una vita vissuta a cercare di soddisfare tutti i desideri del mio re, anche cercando di non apparire troppo potente, a livello di regno, per non dargli fastidio, e adesso arriva il primo che passa e diventa più importante di me? E cominciò a pensare che in questo mondo non c'è più spazio per la riconoscenza.

Questa è la parabola di Formichino, principe incontrastato di Lombardonia. Alcuni, forse esagerando, dicono si tratti di una parabola discendente.

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venerdì 15 aprile 2011

Magistrati come terroristi?
Non ci sono parole...

O, meglio, ce ne sono pochissime: sindaco Moratti, sono sicuro che mai avrebbe voluto accostare la sua immagine a cartelli, abusivi e deliranti, di questo tipo. Che cosa dice, li facciamo sparire al più presto e cerchiamo di individuarne i responsabili?


Poi, la risposta a chi paragona i magistrati alle brigate rosse la lasciamo a chi in Procura ci lavora tutti i giorni e ha visto ammazzare, proprio da quei terroristi, molti suoi predecessori e colleghi. Eccone, in questo video, un triste elenco.

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sabato 9 aprile 2011

Quando i semafori avevano due luci

Il semaforo che insieme al suo gemello sopravvive a pochi passi da Porta Romana è fuorilegge, con molta probabilità. Ma fa così tenerezza!

Tutto solo, lì, sopravvissuto al passato, dimenticato da tutti (è l'unica spiegazione per il fatto che sia ancora in circolazione...) e con molta probabilità sbeffeggiato dai suoi giovani e moderni dirimpettai.

Sta nello stesso posto da chissà quanti anni, a compiere il suo dovere, come se fosse il primo giorno. Alterna da decenni le sue due luci d'ordinanza. Quella rossa, con la scritta "Alt" e quella verde, ormai scolorita, con la scritta "Avanti". A fianco di quella più corta, che sta sopra, un omino stilizzato, che mima il movimento (un po' rigido, ammettiamolo) della camminata.

Il vecchio semaforo di Porta Romana

L'oggetto delle mie attenzioni non è dunque altro che un semaforo. Uno dei semafori, per essere precisi, che regola uno dei tanti attraversamenti di piazza Medaglie d'Oro, quella che ospita l'elegante Porta Romana. Lui è proprio lì, sotto le mura spagnole, sull'angolo che guarda verso la Porta.

Chissà come ha fatto a evitare la pensione. Non credo ce ne siano altri in città: ormai anche per i pedoni da tempo sono stati sistemati ovunque i segnalatori con tre luci – è stato aggiunto il giallorotonde e messe in verticale, una sopra l'altra come succede per i "fratelli maggiori" che regolano il traffico veicolare. Ed è proprio questa caratteristica che rende fuorilegge il nostro amico, il fatto di avere solo due luci, che lo pone in contrasto con quelle che sono le disposizioni del nuovo codice della strada (che parla chiaramente di tre luci anche per i pedoni). E poco importa se la sua luce verde, quasi timidamente, lampeggia per qualche secondo poco prima di lasciare posto al rosso. Le luci sono due, purtroppo, non si scappa.

Mi fido di lui, anche se è vecchio e stanco

Sarò un nostalgico (e forse anche un po' patetico), a me piace ritrovarlo sempre lì: non so spiegare il perché, ma quelle due semplici e scolorite luci mi rassicurano. Le poche volte che attraverso quel tratto di strada, guardandolo, mi sento infondere un senso di protezione. Mi fido di lui, insomma, anche se lo vedo vecchio e stanco. Per questo non vorrei che a qualcuno venisse in mente, un giorno o l'altro, di sostituirlo con un super-moderno-attrezzo-triluce-dotato-di-potentissimi-led.

Lasciamolo lì per sempre, quel piccolo e indifeso semaforo d'altri tempi, facciamone un monumento a una città che non c'è più.

Una città in cui alle persone bastavano due luci per attraversare la strada.


Aggiornamento a gennaio 2019 

 

Prima o poi doveva succedere. Lo immaginavo, ma speravo non accadesse mai.

Quale delusione passare una sera e, quasi per caso, scoprire che i nostri semafori d'epoca sono stati sostituiti da fratelli moderni.

Ok, il progresso non lo puoi fermare, ma sarebbe stato bello poter attraversare ancora a lungo con il loro rassicurante "Avanti".

Vabbè, domani è un altro giorno.


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venerdì 1 aprile 2011

L'angolo pulito di Vittoria

Prosegue senza sosta la battaglia del sindaco Moratti contro i mendicanti. L'altro giorno ha anche trovato il tempo, tra un'inaugurazione e l'altra, per salire a bordo di una pattuglia "Charlie Delta" della Polizia Locale, la task force creata per combattere "il degrado cittadino" provocato da accattoni, lavavetri e fioristi non autorizzati.

Al termine del giro, davanti ai giornalisti, ha snocciolato con grande soddisfazione i risultati fin qui ottenuti: «Le pattuglie Charlie Delta, in servizio dal 14 febbraio, hanno fatto 1.471 interventi. Hanno staccato 566 verbali per violazioni delle ordinanze a lavavetri (105), mendicanti (244), fioristi non autorizzati (217). A questi numeri si aggiungono i 125 sequestri: a lavavetri (44), mendicanti (30) e fioristi non autorizzati. Sono stati allontanati 300 lavavetri, 448 mendicanti e 32 fioristi».

Al di là del fatto che alla voce "verbale" bisogna collegare una multa di 450 euro (secondo quanto disposto da un'ordinanza del sindaco "contro l'accattonaggio molesto". Ma quando l'accattonaggio può essere definito molesto?) incuriosice il termine "allontanati": sarebbe interessante capire che cosa significa. Allontanati dall'incrocio? Dal quartiere? Dalla città?

La piccola storia di una piccola donna

Ma non è di questo che qui vogliamo parlare. Voglio infatti raccontare la piccola storia di una piccola donna. Di lei so poco o niente. Conosco il suo nome: Vittoria. E' bassa di statura e ha una carnagione leggermente olivastra (qualcuno di ben noto la potrebbe definire "leggermente abbronzata"). Da anni la vedo tutti i giorni, quando porto i miei figli a scuola. Vive, praticamente, in un incrocio, (non dirò quale, per evitarle verbali e allontanamenti).

Credo provenga dall'est, mi viene in mente il Kosovo, ma non ne sono sicuro. Chiede l'elemosina agli automobilisti che si fermano al semaforo. Per ognuno di loro -– ma anche per chi attraversa la strada, magari mentre porta i figli a scuola – ha un sorriso, una battuta, anche se nessuno probabilmente la capisce perché la sua lingua è indecifrabile.

Un'accatona che si rende utile alla città

Vittoria, insomma, è, come la definerebbe il nostro sindaco Moratti, un'accattona. Un'accattona, sì, ma particolare, nel suo genere. Non sta mai ferma, così minuta com'è, è sempre in movimento. E, soprattutto, si è dotata di una scopa e di una paletta. Per farne che? Semplice: per pulire il tratto di strada in cui vive. Sì, è proprio così: mentre le macchine le sfrecciano al fianco, tra una richiesta di soldi e l'altra, Vittoria pulisce con la sua scopa la strada e il marciapiede che la ospitano, che credo per questo siano da annoverare tra i punti più puliti dell'intera città.

Chissà se Vittoria è a conoscenza del fatto che ogni giorno rischia 450 euro di multa, il sequestro di scopa e paletta e l'allontanamento. Io, da parte mia, spero che quell'angolo di Milano, almeno quello, continui a essere così ben pulito. (Nel senso che nessuna la cacci, da lì. Perché è chiaro che il più grande augurio che le si possa fare è quello che riesca un giorno ad andarsene da sola da quell'incrocio per vivere, finalmente, una vita normale).

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giovedì 24 marzo 2011

Quella volta che io e il Noce siamo entrati nel "fortino della droga"

Vorrei parlare di viale Bligny 42. Non sono certo il primo, a farlo, e non sarò nemmeno l'ultimo. Per chi non lo sapesse, viale Bligny 42 è un grande palazzo "di ringhiera" la cui facciata dà, appunto, sull'unico viale che io conosca che è sprovvisto di alberi (forse una volta c'erano? Bisognerebbe chiederlo a qualche anziano della zona). Si trova giusto a metà strada tra la nuova sede della Bocconi e la leggiadra Porta Romana, in una parte della città dove i metri quadri costano cari e salati.

Eppure, in mezzo a tutto ciò, sorge viale Bligny 42, quello che più volte è stato definito "il fortino della droga", "la cashba", e via dicendo. Mi ricordo un bellissimo servizio dedicato a questa realtà da un giornale free press, forse Metro, almeno una decina di anni fa. Il giornalista era stato bravissimo (spero per lui che questo servizio gli sia servito da trampolino verso una brillante carriera): si era introdotto più volte nel palazzo con la scusa di acquistare del "fumo" e aveva riportato per filo e per segno tutto quello che accadeva in quel cortile e su quei ballatoi. L'organizzazione, lì, era perfetta: al primo piano il fumo, al secondo la coca, al terzo l'eroina. Non ricordo se la suddivisione era precisamente così, ma la sostanza sì, me la ricordo, era proprio questa.

Bligny 42, una sorta di marchio di fabbrica

Da più di 20 anni viale Bligny 42 è una sorta di marchio di fabbrica – qualcuno del cartello della droga o del riciclaggio di oggetti rubati protrebbe perfino pensare di registrarlo – e molti, tutti quelli che ne conoscono l'esistenza, si chiedono come possa essere ancora lì. Nel 2008 tra queste mura c'è stato perfino un omicidio, quello di un ragazzo ucciso con quattro pugnalate all'addome e una al petto, probabilmente per questioni di spaccio.

Ho un'esperienza personale legata a Bligny 42 e la voglio raccontare. Negli anni dell'università, attorno al 1990,  abitavo al civico 40 di viale Bligny e il balcone interno dell'appartamento in cui vivevo da studente era affacciato sulla corte del 42. Io e i miei compagni di studi c'eravamo resi conto degli strani movimenti che lì avevano luogo. Una parte del cortile, in particolare, era riservata ai motorini che aumentavano e diminuivano in continuazione, in modo innaturale, cambiando volta per volta. Poi c'era la parte riservata alle biciclette e in mezzo alla corte un garage che in verità era una specie d'officina, sempre molto attiva...

Quel giorno in cui al Noce rubarono la bicicletta...

Bene, al mio amico Noce un bel giorno rubano la bicicletta. L'aveva attaccata con una catena a una grata proprio di fronte a casa, ma era comunque scomparsa. Nemmeno il tempo di lamentarsi ed ecco che, affacciandosi al solito balcone, la vede nella corte del 42, nello spazio riservato, naturalmente, alle biciclette. Questo è un bel guaio, abbiamo pensato tutti. Ma non il Noce, che si alza in piedi e proclama: «Io vado a riprendermela». Non so come né perché, ma mi alzo a mia volta e dico, quasi senza pensarci: «Vengo con te!».

Scendiamo in strada e ci avviciniamo con cautela al portone. Stranamente non ci sono le solite due "sentinelle" che, facendo finta di essere lì per caso, controllano chi entra e chi esce. Poi la decisione, improvvisa: senza dirci niente entriamo nell'androne, quasi trattenendo il respiro. Non ci guardiamo nemmeno intorno e ci dirigiamo con apparente tranquillità (ma dentro una paura folle, almeno per quanto mi riguarda) verso il muro su cui è appoggiata la bicicletta. Il Noce l'afferra, mentre io non ho nemmeno il coraggio di alzare lo sguardo e controllare se qualcuno ci sta osservando. Sempre senza dire niente, ma comunque senza correre, ci dirigiamo verso l'uscita e ce ne andiamo con il nostro bottino.

Incredibile: non ci hanno visti, non ci hanno fermati! Ragazzi, io e il Noce siamo gli unici, probabilmente, che sono riusciti a "rubare" qualcosa nel fortino di viale Bligny 42,... minimo minimo ci dovrebbero dare l'Ambrogino d'oro!


P.S.: alla fine dello scorso febbraio i carabinieri hanno effettuato un'improvvisa retata (una delle tante degli ultimi anni, a distanza di qualche mese l'una dall'altra) all'interno del palazzo. Dopo attente perquisizioni di 30 (TRENTA) appartamenti i militari hanno trovato 20 (VENTI) grammi di hashish, 3 (TRE) grammi di cocaina e 5 (CINQUE) bilancini.
Non so come la pensiate voi, ma a me sembra che sia come entrare nel caveau della Banca d'Italia e trovare solo qualche spicciolo...

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martedì 15 marzo 2011

Nucleare, una proposta
per i nostri amministratori

Parliamo di nucleare, senza uscire dall'ambito – come vuole l'indirizzo di questo blog – del nostro territorio. Sgombriamo subito il campo da possibili fraintendimenti: io nel 1986 ho votato a favore del nucleare in Italia. Ero giovane, pieno di belle speranze, forse anche un po' ingenuo e credevo in coloro che mi dicevano che l'Italia non poteva fare a meno di produrre da sé energia, che non potevamo dipendere dall'estero, che ai nostri confini c'erano molte centrali straniere e non saremmo comunque stati al riparo da problemi derivanti da eventuali fughe di radiazioni.

Ora la penso diversamente, già da molto tempo, e la mia intenzione è quella di dire no alle centrali in Italia. E lo sono ancora più adesso, dopo la catastrofe che ha colpito il Giappone e l'allarme per le esplosioni nelle centrali nucleari che tengono l'intero mondo con il fiato sospeso. Mi dico, e non credo certo di essere l'unico: se questo succede in Giappone, un Paese che economicamente vale come la Germania e l'Italia messe insieme, catratterizzato da un rigore e un'organizzazione dello Stato che dalle nostre parti non riusciamo nemmeno a immaginare, figuriamoci che cosa potrebbe accadere qui da noi. Io, questo il mio personalissimo pensiero, non mi fido dei nostri amministratori, di qualsiasi colore politico essi siano. E pensare che nelle loro mani venga posto a un tal livello il destino mio e dei miei figli non mi lascia per niente tranquillo.

«Le nostre centrali nucleari saranno più sicure!»

Ora si dice, da più parti: le nostre centrali saranno molto più sicure di quelle che operano oggi nel Paese del Sol Levante, anche perché non saranno certo costruite in zone che possano in qualche modo essere soggette a catastrofi naturali. L'ha detto pochi minuti fa anche il nostro ministro dell'Ambiente: «Nessuno prenderà mai decisioni che possano mettere a rischio la salute e la sicurezza dei cittadini».

Ma, allora, se proprio è così, perché tutti i nostri governanti, e qui arriviamo alla nostra realtà territoriale, si affrettano a sostenere la corsa al nucleare ma, al tempo stesso, a precisare che «il nostro territorio non è disponibile ad accogliere centrali»? Mi sembra che questi due comportamenti contrastino tra loro.

Una proposta ai nostri amministratori

Per questo faccio una proposta ai nostri amministratori: al sindaco di Milano, Letizia Moratti, al presidente della Provincia, Guido Podestà, e al presidente della Regione, Roberto Formigoni. Dal momento che, in coro, sostenete che le centrali che costruiremo in Italia saranno completamente sicure, voglio fidarmi per una volta di voi. E sono disposto a cambiare la mia idea, e cioè a votare "Sì al nucleare" nel referendum, se voi chiederete di vostra spontanea volontà di inserire il territorio di vostra competenza, cioè quello di Milano e della Lombardia, tra quelli in cui dovranno essere ospitate le centrali nucleari. E magari anche se sarete disposti ad accogliere i bidoni con le scorie nei vostri garage, proprio sotto le vostre abitazioni...

Tanto rischi non ce ne saranno per nessuno, giusto?

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