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mercoledì 17 gennaio 2018

Ma quale miracolo italiano, in Italia la destra vince (quasi) sempre

Ma quale nuovo miracolo italiano, se alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 dovesse vincere la destra...

L'Italia è sempre stato un Paese di destra/centro-destra, fin da quando è nata come nazione. La sinistra non ha quasi mai vinto, dalle nostre parti. E se l'ha fatto è stato per pochissimi voti o più per colpe della destra che per meriti suoi. Quando poi ha governato, spesso ha dovuto chiedere aiuto alla stessa destra per poterlo fare.

Il Partito Comunista Italiano (PCI), quello che  veniva definito come il più potente partito comunista dell'Europa occidentale, non è mai riuscito a vincere le elezioni politiche, nemmeno nel '48 dopo il ventennio fascista, nemmeno negli anni' 70 quando le battaglie nelle fabbriche, le occupazioni nelle scuole e le manifestazioni nelle piazze erano all'ordine del giorno.

Solo una una volta riuscì a battere – di un nonnulla – la Democrazia Cristiana (DC): nelle elezioni che fecero seguito alla scomparsa del suo leader Enrico Berlinguer. L'onda emotiva ebbe il suo effetto, ma quelle erano comunque elezioni europee, fossero state le politiche forse il PCI non ce l'avrebbe comunque fatta

La destra e il suo potere di attrattiva su Grillo e Renzi


È inutile nascondercelo, l'Italia è sempre stato un Paese di destra/centro-destra e lo è oggi ancor più, grazie al sapiente cavalcare di certi argomenti (immigrazione, sicurezza, addirittura difesa della razza...) da parte dei rappresentanti di Lega, Forza Italia e dei partitini loro satelliti.

Il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo lo sa bene e per questo nei proclami ci mette sempre qualcosa di destra e se deve attaccare o sbeffeggiare i suoi avversari politici lo fa di preferenza con quelli del centro-sinistra.

Lo stesso Renzi i voti, fin dall'inizio della sua avventura politica, cerca di rosicchiarli al centro-destra più moderato, ritenendo che solo da lì possano venirne di nuovi per il centro-sinistra (giochetto che per qualche tempo gli è riuscito, fino a quando il vuoto temporaneo lasciato da Berlusconi ha disorientato una frangia del suo elettorato. Ora che l'ex cavaliere è tornato, però, oltre a non guadagnarli a destra, Renzi i voti li perde a sinistra).

Tre vittorie rosicate in 23 anni

Torniamo al concetto di miracolo. Quante volte, negli ultimi anni, le elezioni politiche sono state vinte dal centro-sinistra? Andiamo a ritroso nel tempo, partendo dalle ultime:
  • nel 2013: elezioni vinte da Pier Luigi Bersani per un pugno di voti nonostante i disastri compiuti dalla coalizione retta da Silvio Berlusconi, che aveva portato alla caduta del governo nel novembre 2011 e alla formazione del governo tecnico di Mario Monti. Una situazione che avrebbe dovuto far stravincere il centro-sinistra, invece la vittoria fu rosicatissima.
  • nel 2008: vittoria schiacciante di Berlusconi contro Walter Veltroni 
  • nel 2006: Romano Prodi vinse su Berlusconi per 24mila voti (su 38 milioni), la vittoria più rosicata di sempre
  • nel 2001: vittoria netta della Casa della Libertà (Berlusconi) sull'Ulivo (Francesco Rutelli)
  • nel 1996: vittoria dell'Ulivo (Prodi) sul Polo delle Libertà (Berlusconi), maturata dal fatto che Forza Italia e Lega Nord si presentarono separate. La somma dei voti ottenuta dal Polo più la Lega avrebbe dato una vittoria più che netta al centro-destra.
  • nel 1994: la "gioiosa macchina da guerra" di Achille Occhetto fu nettamente sconfitta dal Polo dell'ex Cavaliere, sceso in campo pochi mesi prima.
Riassumendo: negli ultimi 23 anni tre piccole vittorie: due rosicate e una dovuta a un centro-destra diviso. La dimostrazione che il centro-destra vince sempre, o quasi, in Italia.

Il miracolo italiano, in sostanza, sarebbe quello della vittoria della coalizione di centro-sinistra, i numeri parlano chiaro, non mentono mai. Tutto le altre sono solo chiacchiere.

lunedì 7 gennaio 2013

Accordo Pdl/Lega, cronaca
di una sconfitta annunciata


Allora, come avevamo previsto già nello scorso mese di novembre 2012, Pdl e Lega Nord alla fine si sono accordate. Dopo lunghe settimane di insulti, prese di distanze, accuse (soprattutto da parte degli esponenti della Lega che a più riprese hanno ripetuto, fino alla nausea, «mai più con Berlusconi!») ecco che l'accordo è stato trovato. Un accordo basato su spartizioni (ipotetiche) di poltrone: a me (Lega Nord) la Lombardia – così da creare la grande regione del nord che unisce Piemonte, Veneto e, appunto, Lombardia – a te (Pdl) il Governo, con un primo ministro ancora da decidere (qualcuno è davvero disposto a credere che alla fine si tratterà di Angelino Alfano?).

L'avevamo previsto, anzi, azzardato, quando ancora un accordo di questo tipo sembrava difficile, anzi impossibile, a verificarsi. Ci abbiamo azzeccato, insomma. E allora, a questo punto, per non stare qui a dormire sugli allori, rilanciamo con un'altra previsione, forse ancora più azzardata. La nostra affermazione riguarda solo la Lombardia ed è una previsione crudele, tranchant, che non lascia scampo. Eccola: Roberto Maroni non diventerà mai presidente della Regione, ma non solo, prenderà anche meno voti di Gabriele Albertini!
 

Il 40/45% dei voti ad Ambrosoli

L'abbiamo detto. E adesso cerchiamo di spiegare perché ci sentiamo di sbilanciarci in modo così clamoroso.

Da una parte abbiamo Umberto Ambrosoli, pronto a raccogliere i voti di un centrosinistra che, anche se non sarà (come sempre accade) del tutto compatto, è comunque deciso a sostenere la proposta del Pd e a concentrare le proprie preferenze sull'avvocato milanese. Tutto sembra giocare a suo favore. Viene dalla società civile (termine ormai abusato, abusatissimo, ma che fa comunque presa, almeno lo farà ancora per qualche anno); è un moderato; ha vinto le primarie; è figlio, lo diciamo senza nessuna intenzione polemica, di uno degli eroi italiani moderni, quell'avvocato Giorgio Ambrosoli assassinato nel 1979 da un sicario del banchiere Michele Sindona. Possiamo ipotizzare per lui un 40/45% dei voti?

Il 25/30% dei voti ad Albertini

Poi abbiamo l'ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, che gode, soprattutto nelle generazioni meno giovani, di un certo consenso. Molti dicono che sia stato un buon sindaco, per Milano (dimenticando forse che lo scellerato piano parcheggi sotterranei che ha ridotto Milano come un groviera – con cantieri infiniti e situazioni raccappriccianti come quelle della Darsena, di Sant'Ambrogio, di piazza XXV Aprile e dei palazzi lesionati dagli scavi diffusi un po' in tutta la città – è un suo "regalo"). Gode del sostegno del presidente della Regione dimissionario, Roberto Formigoni – ammesso e non concesso che prima delle elezioni non cambi idea – e quindi anche di tutta l'area ciellina che da sempre rappresenta. E, notizia degli ultimi giorni, potrà usufruire anche dei voti portati da chi ha come punto di riferimento il Capo del governo uscente, Mario Monti, che ha dichiarato apertamente di volerlo sostenere a tutto campo (Monti, anche se all'apparenza contestatissimo, gode degli appoggi giusti, il suo bel gruzzolo di voti se lo prenderà di sicuro). Monti si porterà dietro anche Udc e Fli che, comunque vadano le cose, un certo zoccolo duro ce l'hanno sempre. Vogliamo pensare che Albertini prenda meno del 25/30% dei voti a disposizione?

Almeno il 10% all'incognita Movimento 5 Stelle

A seguire avremo il candidato del Movimento 5 Stelle. Difficile pensare che anche in Lombardia si ripeta l'exploit della Sicilia. Le realtà sono molto diverse e anche i tempi, anche se sono passate solo poche settimane, sono cambiati. Quello siciliano, pensiamo, resterà il punto più alto dei grillini, che già sembrano avere perso lo slancio che li ha portati a quote altissime, impensabili fino a qualche mese fa. Ciò non toglie che, chiunque sia il candidato, il movimento di Beppe Grillo non riesca a raggranellare almeno un 10% dei voti (e abbiamo il dubbio di avere fatto un calcolo per difetto).

Che cosa resta per Pdl e Lega? Poco più del 15%...

Eliminiamo a questo punto circa il 5% di voti che si perderanno un po' qui e un po' là e facciamo due conti. Se dovesse andare bene, Maroni potrebbe raggranellare una cifra attorno al 15/20%, se le cose non dovessero girare per il verso giusto, invece, potrebbe fermarsi a un deprimente 10/15%. Troppo pochi, considerando che sarebbero la somma dei voti del Pdl più quelli della Lega? Sì, se ragioniamo sulle basi del passato. No, se pensiamo a quello che potrebbe passare in questi giorni nella testa di molti elettori del centrodestra. Pensiamo, ad esempio, a coloro che faranno riferimento a Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Che cosa fanno, si rimettono a votare per Berlusconi o, peggio ancora (per loro) per la Lega? Poi tutti i pidiellini delusi, che speravano fosse giunto il momento di voltare pagina e potrebbero decidere di votare per altri o di restarsene a casa, il giorno delle elezioni.

Stesso discorso può essere fatto per i leghisti, per tutti quelli che vedono ormai Berlusconi come il fumo negli occhi (e sono in tanti, tantissimi). Come accetteranno il fatto di essere tornati alleati con lui, dovendosi rimangiare quanto detto e pensato fino a oggi? Tra l'altro molti voti la Lega questa volta li avrebbe presi grazie ai sostenitori pidiellini che avevano deciso di non votare più per il loro partito dopo l'annuncio di Berlusconi di voler tornare in campo. Ora che se lo ritroveranno tra i piedi, come reagiranno? E come reagiranno i leghisti stufi di sentire che anche i loro rappresentanti, a Roma come a Milano, al di là dei proclami, sono uguali agli altri e quando c'è da "fare i furbi", non si tirano certo indietro (vedi i presunti rimborsi "gonfiati" in Consiglio regionale e, notizia dell'ultima ora, in Senato)? C'è chi dice che molti di loro voteranno Grillo, noi invece siamo portati a pensare che le percentuali di astensionismo raggiungeranno record mai nemmeno sfiorati, in Lombardia.

Vicini vicini, fino alla fine

Con un risultato che a molti apparirà clamoroso (non a noi, che potremo dire «L'avevamo previsto!»): la Lega Nord che in Lombardia, sua terra di nascita, riuscirà a raccogliere una minuscola e insignificante quota di voti. (Una situazione che si porterà conseguenze nefaste, per gli uomini del Carroccio, anche altrove, nelle regioni vicine del nord Italia. Perché con questa scelta, Maroni ha deciso di seguire fino in fondo il destino del berlusconismo, rivolto inevitabilmente al tramonto. Ma questa è un'altra storia, di cui potremo parlare, eventualmente, dopo le elezioni...)




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