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martedì 25 settembre 2012

Consiglio regionale,
com'è dura la vita/3


Le scuse di Antonio, il nostro amico che ha lavorato per un certo periodo in Consiglio regionale, sono doverose, visto che per continuare il suo racconto, iniziato lo scorso settembre 2011, ha aspettato circa un anno. Nelle due precedenti puntate aveva parlato soprattutto del lavoro effettuato dai consiglieri regionali – gente che guadagna qualcosa come 10mila euro netti al mese – in ufficio e nelle commissioni.

E' tempo, ora, di fargli raccontare qualcosa di quanto accade nell'aula del Consiglio, durante le sedute. «Anzitutto – inizia Antonio – bisogna ricordare che i giorni in cui l'aula è al lavoro sono solo due la settimana, il martedì e il mercoledì. Pochi, verrebbe da dire, ma sarebbero giusti se negli altri giorni i consiglieri svolgessero le attività che dovrebbero a livello di ufficio e di commissione (che come abbiamo visto nelle puntate precedenti, per molti sono del tutto sconosciute). Due giorni, dunque, con riunioni che possono però protrarsi anche fino a tarda ora, che in questo caso coincide con le 19, 19 e 30, anche se nel programma vengono sempre indicate le 24».

La puntualità qui non è di casa

«Le sedute iniziano alle 10. Ma sarebbe meglio dire "le sedute dovrebbero iniziare alle 10", perché a quell'ora di consiglieri, sugli 80 previsti, se ne vedono sì e no una decina. Gli altri arrivano alla spicciolata, con grande flemma, anche con mezz'ore di ritardo. Stessa cosa dopo la pausa per il pranzo. In effetti una sola ora e mezza è forse poca per un lauto pranzo – che ogni buon consigliere regionale è giusto si conceda – ecco che quindi, invece che alle 14 e 30, l'inizio dei lavori pomeridiani può slittare anche di un'ora. Ma nessuno sembra preoccuparsene. O pochi, comunque: se qualcuno lo fa notare al presidente, si becca i sorrisini se non i rimbrotti dei suoi colleghi, che sembrano dire "non fare il primo della classe, prenditela comoda, vivi e lascia vivere"».

Vabbè, magari gli orari non vengono proprio rispettati, facciamo osservare ad Antonio, ma poi quando c'è da lavorare ecco che i consiglieri – e gli assessori, con il presidente della Regione, perché in Consiglio ci dovrebbero andare anche loro, ma di questo parleremo dopo – si trasformano e diventano di colpo seri e ligi al loro dovere...

La corsa al voto

«Magari – risponde secco Antonio –. Magari... Dovete sapere che nell'atrio che dà accesso all'aula c'è un piccolo bar e, tutt'intorno, comodi divani in pelle. Sono, questi, i luoghi più frequentati dalla maggior parte dei consiglieri, che qui sorseggiano caffè e cappuccini, chiacchierano amabilmente, leggono i giornali, mentre all'interno dell'aula si discute dei destini dei cittadini lombardi. Poi a un certo punto suona una campanella e tutti si scuotono, saltano in piedi come molle e si dirigono verso la porta dell'aula dove entrano spingendosi come un fiume in piena per raggiungere al più presto la loro postazione. Perché bisogna votare. Che cosa? Boh... l'unica cosa che sanno, questi signori è che devono votare sì o no, a seconda dell'indicazione del loro capogruppo. A volte il numero legale non è ragiunto perché alcuni consiglieri si attardano alla bouvette, devono finire il loro croissant. In questi casi il presidente dell'aula finge che ci siano problemi tecnici e temporeggia, senza che nessuno dica niente, fino a quando tutti i suoi sono entrati e possono inserire la scheda per il voto».

Esco un attimo, ma torno subito...

Edificante, davvero. «Ma niente in confronto a quello che fanno alcuni consiglieri – continua il racconto di Antonio – che fingono di presenziare alle sedute ma poi immediatamente si defilano. Per ogni presenza in Consiglio, così come per le Commissioni, è prevista infatti una diaria. Ecco dunque che ci sono quelli che arrivano, firmano, si siedono, si guardano intorno per una decina di minuti poi si alzano di scatto, come se fosse loro venuto in mente qualcosa che devono fare appena fuori dall'aula. Si avvicinano all'uscita con noncuranza, escono dalla porta e nessuno li vede più per il resto della giornata».

Una foto ricordo per il presidente

E veniamo agli assessori e al presidente della Regione. Come detto dovrebbero presenziare alle sedute, come gli altri consiglieri. Ma se gli assessori in linea di massima ci sono quasi sempre – chi legge il giornale, chi scrive sms, chi sonnecchia scocciato dal disturbo che viene dalle voci dei relatori oppure, nel migliore dei casi, chi risponde con sufficienza alle interrogazioni dei consiglieri – il presidente si fa notare quasi sempre per la sua assenza. La leggenda vuole che segua tutte le riunioni dal suo ufficio, posto all'ultimo piano (prima del Pirellone, adesso del palazzo che si è fatto costruire lì vicino). Ma nessuno sa se questo sia vero. Qualche volta si fa vedere, il presidente. In occasione del Concerto di Natale che viene eseguito in aula, per esempio, o anche tutte le volte che si vota e si approva una legge considerata importante, che il giorno dopo verrà citata sui giornali con tanto di foto ricordo. In quel caso il presidente si presenta qualche minuto prima del voto e si concede agli applausi della maggioranza, che ha votato naturalmente compatta, e ai click dei fotografi posizionati sulla balconata riservata alla stampa».

Gente che guadagna 10mila euro netti al mese

«Ecco qui – conclude il suo racconto Antonio – questo è ciò che fanno le persone che abbiamo votato all'interno del Consiglio regionale. Gente che guadagna 10mila euro netti al mese, più i vari rimborsi di cui è fin difficile conoscere l'entità, che può circolare in centro senza pagare il ticket, può parcheggiare dove vuole senza spendere un centesimo, viaggiare in autostrada gratis, forse anche sui treni e sugli aerei. Gente che se vuole mangia gratis nella mensa del Consiglio e se va al ristorante durante la settimana o fa il pieno alla sua automobile può chiedere il rimborso al gruppo politico, che poi si farà dare i soldi dal Consiglio stesso. Ma questo è un altro argomento...».

Grazie Antonio, grazie per averci raccontato come funzionano le cose all'interno del Consiglio Regionale della Lombardia, che molti definiscono la "Terza Camera d'Italia". Un vero esempio di efficienza o, come direbbe qualcuno, di "eccellenza"...




lunedì 2 luglio 2012

L'orgoglio invincibile
del buon vecchio Pirellone


Ci capita spesso di leggere – e di scrivere – di questioni attinenti alla Regione Lombardia. Non sempre edificanti, viene da dire, ma per una volta non vogliamo parlare di scandali o cose di questo genere.

È un discorso molto più terra a terra, quello che qui vogliamo affrontare, e riguarda l'uso delle parole da parte dei giornalisti.

Sempre alla ricerca della brevità, dell'immediatezza, ai giornalisti piace parlare e scrivere per formule, per simboli. Uno di questi riguarda, da lunghi anni, il grattacielo ex Pirelli, che dal 1978 è di proprietà della Regione Lombardia, che ne ha fatto la sua principale "casa" fino al momento in cui il presidente Roberto Formigoni ha deciso di innalzare un palazzo molto più alto (161,3 metri contro i 127 metri del Pirelli) per farne la sede centrale dell'ente amministrativo.

Progettato da Giò Ponti
e innalzato nel 1961

Il Pirellone, questo è il nome con cui viene indicato, in gergo, il palazzo che per tanti anni ha ospitato gli uffici dell'ente regionale. Termine che è divenuto nel tempo anche sinonimo di Regione Lombardia, intesa come ente: "Il Pirellone, oggi, ha deciso...", "Le indicazioni provenienti dal Pirellone...", "Il Pirellone decimato dagli avvisi di garanzia...".

Sempre lui protagonista, il grigio ma amato grattacielo milanese costruito nel 1961 su progetto di Giò Ponti, chiaro esempio – dicono gli esperti – di Razionalismo italiano, che nel 2002 fu anche tragicamente sventrato dall'aereo guidato dall'italo-svizzero Luigi Fasulo.

Una vecchia e rispettata presenza per i milanesi, che negli intendimenti del presidente Formigoni doveva essere soppiantata dal nuovissimo e fiammante Palazzo Lombardia, il secondo grattacielo più alto d'Italia, battuto solo da quello che sta per essere ultimato nella vicina zona di Porta Garibaldi. Per sceglierne il nome era stato anche lanciato sul sito della Regione un concorso attraverso il quale i cittadini lombardi erano invitati a indicare il nome preferito, così da potergli attribuire, a conti fatti, quello più amato da tutti. Alla fine su tutti è prevalso il semplice quanto didascalico Palazzo Lombardia (noi, nel nostro piccolo, avevamo proposto "Il Formigone", ma non siamo stati presi troppo sul serio...).

Il nuovo Palazzo Lombardia
è costato 400 milioni di euro

Tutti sforzi inutili. Sui giornali, nelle cronache, nei tribunali, si continua a utilizzare il nome Pirellone per indicare la Regione. Il buon vecchio e orgoglioso Pirellone, dunque, ha sempre e comunque la meglio sul più giovane e prepotente fratellone che, seppur sede degli uffici del presidente, della giunta e di tutti gli assessori regionali, è costretto suo malgrado ad avere un ruolo marginale nell'immaginario collettivo dei milanesi e dei lombardi in genere.

Sì, un ruolo marginale... e pensare che è costato la bellezza di ben 400 milioni di euro. Tutti prelevati naturalmente, in un modo o nell'altro, dalle tasche dei contribuenti.


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lunedì 18 aprile 2011

La parabola di Formichino,
principe di Lombardonia

Questa è la parabola di Formichino, principe incontrastato di Lombardonia. Non che fosse l'unico principe, in Lombardonia, ma Formichino era riuscito a essere il più potente di tutti, grazie anche all'influenza della sua tribù di provenienza, quella dei Cielloni. Da anni e anni governava sul principato come un sovrano.

Le leggi, risalenti a tempi ormai dimenticati, avevano fissato dei limiti di tempo oltre cui un singolo principe non poteva comandare. Due investiture, dicevano le norme, e non di più. Ma Formichino non si era accontentato del potere, già tanto, avuto fino a quel momento, ne voleva altro. E fece cambiare le disposizioni. Venne riacclamato dai sudditi e per festeggiare l'evento si fece costruire il palazzo più alto del principato. Lui, seduto sul suo piccolo trono sistemato all'ultimo piano, controllava tutto e tutti.

Il prediletto del potente re Silvonio

Formichino da sempre era il prediletto del potente re Silvonio, unico dominatore del regno di Bungania. Tutti dicevano «Quando il buon re se ne andrà, sarà Formichino a sostituirlo...». E così Formichino rinunciava a tutte le altre cariche che gli venivano offerte, quasi con disprezzo. «Sono il predestinato alla successione – diceva fra sé e sé – figurarsi se mi abbasso a fare il semplice ministro del regno». E quindi rinunciava a recarsi nella grande capitale e, nel frattempo, si teneva stretto stretto il suo piccolo trono. Per conservarlo, del resto, era disposto a tutto, anche ad allearsi con i barbari guidati dal furbo e spregiudicato Bossone.

Ma proprio quando il potere sembrava più esteso, proprio nel momento in cui la tribù dei cielloni fu portata al punto più alto proprio da Formichino, tutto sembrò cambiare. All'interno della sua stessa tribù le lotte per emergere diventarono sempre più numerose e Formichino, fino a quel momento leader unico e incontrastato, cominciò a vedersi circondato da branchi di Lupi giovani e agguerriti che ne minacciavano il ruolo.

La prediletta del re, fonte di tanti guai

Non solo. Mentre Formichino professava l'astinenza e il rigore di vita più assoluto, il vecchio re Silvonio viveva nel lusso e nello sfarzo e faceva della sua corte un luogo di sregolatezza e divertimenti assortiti. Accadde che un giorno il re chiedesse al principe di accogliere nel suo palazzo una sua prediletta. Formichino non era molto contento di questa richiesta ma per mantenere i buoni rapporti con il sovrano, sempre ricordandosi della sua investitura, accettò.

Non l'avesse mai fatto! La prediletta portò tanti guai a Formichino, tanto che qualche suddito, più coraggioso degli altri, cominciò a contestare il principe. Lui si difese con frasi del tipo: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra», ma i sudditi non capirono bene se il concetto fosse riferito alla donna o a se stesso. E quando la situazione sembrò precipitare, Formichino si appellò al giudizio del popolino: «Loro sono quelli che mi hanno voluto, non me ne andrò mai!». Ma qualcuno cominciò a pensare che, in fondo, non era l'unico principe a disposizione, altri avrebbero potuto occupare degnamente il suo piccolo trono sul tetto di Lombardonia.

Ora Silvonio preferisce Alfanio

Poco male, direbbe qualcuno. Lui era il predestinato, per lui il futuro avrebbe riservato ben altri troni... E invece? Invece ecco che anche re Silvonio gli voltò all'improvviso le spalle, affermando di preferirgli, per la successione alla guida di Bungonia, qualcun altro. Si trattava del gran ministro Alfanio, considerato, dal re, capace di "lasciargli grande libertà di movimento...". Ma come, pensò desolato Formichino, una vita vissuta a cercare di soddisfare tutti i desideri del mio re, anche cercando di non apparire troppo potente, a livello di regno, per non dargli fastidio, e adesso arriva il primo che passa e diventa più importante di me? E cominciò a pensare che in questo mondo non c'è più spazio per la riconoscenza.

Questa è la parabola di Formichino, principe incontrastato di Lombardonia. Alcuni, forse esagerando, dicono si tratti di una parabola discendente.

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