martedì 27 dicembre 2011

Consumi diminuiti,
e se non fosse un dramma?

Tutti a stracciarsi le vesti: le vendite in occasione del Natale sono calate con percentuali a doppia cifra: 15, 20, anche 25% in meno degli introiti da parte dei commercianti, anche di quelli milanesi, che denunciano un disastro economico senza precedenti.

E' indubbio che le vendite siano calate, non se ne sono accorti solo i negozianti. Lo sappiamo bene anche noi acquirenti che all'ombra della Madonnina abbiamo deciso, quest'anno, di diminuire le spese in occasione delle feste di fine anno. Regali low cost, poche uscite serali, pranzi in famiglia, meno delizie esotiche costose e più tortellini fatti in casa e torte della nonna. Solo per parlare, naturalmente, di tutti coloro che quattro soldi per festeggiare il Natale ce li hanno. Perché per gli altri, per i poveracci, con molta probabilità questo è stato un Natale come tutti gli altri.

Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità

Dunque sono calate le vendite. E quindi sono calati i consumi. E a questo punto viene da chiedersi se bisogna essere preoccupati, di questa situazione, o se al contrario è il caso di esserne felici. Perché parliamoci chiaro, sono mesi che ci viene detto che l'Italia, in tutti questi ultimi anni, ha vissuto al di sopra delle sue possibilità. Si è ecceduto nei consumi, ci è stato detto, e non potevamo permetercelo. E allora, questa contrazione degli acquisti – oltre che un'esigenza, vista la scarsità di denaro presente nelle nostre tasche – potrebbe essere anche il frutto di una presa di coscienza degli italiani: «Sì, è vero, anche io ho vissuto al di sopra delle mie possibilità e ora voglio darmi una regolata».

Ecco perché, visto da questa prospettiva, quel 25% in meno di consumi può essere visto come un successo, non come un disastro. Il problema, semmai, è dei negozianti. Ma qui va fatto un altro discorso. Se nella mia via ci sono tre pasticcerie e due sono quasi sempre deserte è perché probabilmente qui, di pasticcerie, ne basta una sola. Se dei cinque negozi di abbigliamento sistemati in poco più di duecento metri, tre sono sempre vuoti è perché probabilmente i prezzi applicati in quei tre sono troppo cari, o la qualità dei loro vestiti è troppo scarsa. Nessuno desidera che quei tre negozianti falliscano e chiudano, ma è indubbio che l'offerta, frutto di tutti questi anni vissuti "al di sopra delle nostre possibilità" è troppa rispetto a quella che è la richiesta reale.

I bisogni effettivi delle persone

Per i negozianti è facile prevedere momenti di difficoltà, ma che rispondono ai bisogni effettivi delle persone. Del resto, se sono stati oculati, in tutti questi anni hanno avuto la possibilità di raccogliere un bel gruzzolo di denaro, ben più di quello che avrebbero dovuto mettere insieme in presenza di un mercato "non drogato". Cerco di spiegarmi meglio. Se negli ultimi cinque anni ho comprato un euro di pane al giorno e invece me ne sarebbe bastato solo mezzo (quanto pane si butta via, ogni giorno...), significa che al mio panettiere ho dato, per cinque anni, il doppio di quello che avrei dovuto. Cioè lui da me, per la bellezza di cinque anni, ha guadagnato il doppio di quello che avrebbe dovuto. Quindi mentre io mi sono svenato per comprare il pane, lui si è arricchito. Adesso che comprerò solo il mezzo euro che effettivamente mi serve, lui potrà godere comunque di tutti i soldi in più che ha ricevuto da me negli anni passati.

Che il mercato si normalizzi è un'esigenza che tutti siamo ormai disposti a riconoscere. Che la gente cominci ad acquistare quello (e solo quello) che veramente le serve, deve diventare la regola. Così come sarebbe bello che tutti potessero permettersi di comprare quello che davvero serve per poter vivere con serenità e dignità. Il vero problema economico dei prossimi mesi non sarà quello dei consumi in più che verranno tagliati. Sarà quello dei consumi essenziali che molte persone non si potranno permettere. Questo sì, sarà il vero disastro da evitare, di cui politici e tecnici prestati alla politica non potranno non tenere conto.

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lunedì 12 dicembre 2011

Piazza Fontana,
una ferita ancora aperta

Sento da sempre il dramma della strage di piazza Fontana come se fosse anche mio. Avevo solo 5 anni, quando la bomba scoppiò, e non abitavo nemmeno a Milano. Ma mio nonno sì, viveva qui ed era in pensione da pochi mesi. Aveva lavorato in banca e negli ultimi anni era stato direttore di settore nella sede centrale della Banca Nazionale dell'Agricoltura, proprio quella di piazza Fontana.

Aveva molti amici che ancora lavoravano lì e spesso dalla zona Fiera, dove abitava, veniva in centro per fare quattro chiacchiere con gli ex colleghi. Quel giorno, il 12 dicembre 1969, non lo fece e seppe della strage attraverso il tam tam cittadino, prima, e la televisione, poi.

Negli anni a seguire, tutte le volte che rammentava di quando era giovane e del suo lavoro – a quei tempi era ancora possibile trovare un'occupazione da diciottenne e perderla solo al momento di andare in pensione – il suo racconto arrivava inevitabilmente lì, alla ferita del 12 dicembre. E il suo sguardo si abbassava, come se il ricordo dei suoi colleghi, dei suoi clienti, della sua banca colpita a morte fosse ancora ben presente e sotto i suoi occhi.

Il "Silenzio" alle ore 16 e 37

Per questo oggi ho provato un brivido in più, quando alle 16 e 37 – la stessa ora dello scoppio della bomba – di questa grigia giornata, la tromba dei vigili urbani ha intonato il "Silenzio", davanti al gonfalone della città. La città, almeno quella porzione di città che circonda piazza Fontana è sembrata zittirsi tutto d'un colpo, nel ricordo di quelle 17 persone morte e delle oltre ottanta rimaste ferite nel dramma che più di ogni altro ha colpito Milano e i milanesi. Da quel momento, si dice, in Italia non è stata più la stessa cosa, quel tremendo scoppio rappresenta l'improvviso e tragico passaggio dai favolosi "Anni del Boom" ai grondanti sangue "Anni di Piombo".

Una ferita aperta. Una ferita che ancora non si è chiusa. Perché ancora oggi, dopo 42 anni, non si conosce l'identità di chi mise quella maledetta bomba e di chi gliela fece mettere. Una storia tutta italiana, questa, che fa ancora più male. Il sindaco Pisapia ha detto: «Una città che ricorda è una città di pace». E questo è tutto quello che possiamo fare, noi milanesi di sangue e di adozione: pretendere di sapere e ricordare!



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martedì 6 dicembre 2011

Mazzetta che viene,
mazzetta che va...

Proprio in questi giorni in cui l'Italia sta cercando – con grandi sacrifici e anche qualche boccone amaro mandato giù nonostante tutto – di rialzare la testa dopo mesi, anzi anni di entusiasmo non giustificato, Milano e la Lombardia sembrano mettere in vetrina il peggio che si possa immaginare.

Che la mafia, la 'ndrangheta e la camorra abbiano trovato terreno fertile dalle nostre parti già da tempo, lo va dicendo da qualche anno Roberto Saviano. Ma bastava che il ragazzo del sud osasse parlare del nord perché saltasse su qualcuno a zittirlo, quasi a dirgli: «Tu occupati delle tue parti, che delle nostre ce ne occupiamo noi». Già, nel nord, in Lombardia e anche a Milano c'è chi si occupa delle nostre cose, questo lo sentiamo tutti i giorni, ma purtroppo non con i risultati che tutti vorremmo augurarci.

A Milano un commerciante su cinque paga il pizzo

E' di pochi giorni fa l'inchiesta che ha portato sul banco degli imputati per collusione con la malavita organizzata molti personaggi che vivacchiano ben a galla nel tessuto amministrativo ed economico lombardo. I contatti con quella parte di sud che vive al di fuori della legge sono molti di più di quelli che possiamo immaginare, è probabile che questo sia solo il classico coperchio sollevato, da cui potrà uscire di tutto, se solo ci sarà la volontà di farlo. I dati comunicati di recente dalla Direzione investigativa antimafia (Dia), del resto, rivelano che in città un commerciante su 5 paga il pizzo...

Lasciamo perdere il crack del San Raffaele, da sempre considerato una delle cosiddette "eccellenze" della sanità lombarda, che nascondeva invece un pentolone di comportamenti che possono essere definiti – giusto per essere buoni – anomali, che hanno portato a un debito che si aggira attorno al miliardo e mezzo di euro (un miliardo e mezzo di euro... una cifra fin difficile da immaginare e visualizzare) senza che nessuno se ne sia accorto prima (o senza che nessuno abbia voluto accorgersene prima).

L'amore di Nicoli Cristiani per l'ambiente

Non contenti, per non farci mancare niente, ci abbiamo aggiunto la questione della mazzetta presa dal vice presidente del Consiglio regionale Franco Nicoli Cristiani, uomo di punta della Regione, che ha ricoperto per ben due volte il ruolo di assessore all'Ambiente nelle precedenti giunte di Roberto Formigoni. Assessore all'Ambiente, giusto: per restare nel suo ambito di competenza la mazzetta da lui ricevuta riguarderebbe proprio certe sistemazioni, anche qui definiamole "anomale", di amianto e rifiuti illeciti in luoghi dove non avrebbero dovuto stare (come ad esempio sotto il manto di una nuovissima autostrada, la Bre-Be-Mi, pubblicizzata come la strada anti inquinamento per la sua capacità di unire in modo diretto le tre città di Brescia, Bergamo e Milano).

Lo strano "metodo" del geometra comunale

La Regione gioca la carta mazzetta – peraltro senza che nessuno paghi direttamente o indirettamente per quanto finora scoperto, anche qui facile immaginare sia solo l'inizio –? E il Comune che fa, sta a guardare? No, rilancia, anche se con cifre decisamente meno ingenti (il confronto pare essere questo: 200mila euro per FNC contro i 2mila di questo nuovo caso). Del resto questa volta il protagonista non è un politico ma un geometra, un semplice geometra comunale che ha tentato di ricattare un negoziante del Quadrilatero. Questi ha finto di cedere e poi ha bussato alla porta dei carabinieri: «Scusate, questo signore mi ha chiesto soldi per poter continuare la mia attività, vi sembra normale tutto ciò?».

Messa così, la questione ha destato qualche dubbio nei carabinieri, che hanno trovato i mille euro pagati, ancora caldi e in precedenza segnati, nelle tasche del geometra. Che con molta probabilità avrà ora molto da dire. Vogliamo pensare che questa per lui sia la prima volta e che solo lui applichi questo modo di procedere (con richiesta dei soldi, udite udite, direttamente eseguita dal telefono degli uffici comunali)?

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giovedì 1 dicembre 2011

Quella volta che
Nicoli Cristiani russava..

Ho condiviso con il signor Franco Nicoli Cristiani un momento per me indimenticabile. Eravamo nella saletta fumatori del Consiglio regionale, al Pirellone, qualche anno fa. Quando ero entrato nell'angusta stanza con le poltrone allineate ai lati e la parete in fondo a tutta vetrata, il mio compagno di fumata era già lì, comodamente seduto, anzi quasi sdraiato, nella penombra. Ai tempi era assessore, lo vedevo regolarmente occupare uno degli scranni posti sotto quelli più alti della presidenza. Nella stanza fumatori in quel momento c'era solo lui, in mano aveva, mi sembra di ricordare, un sigaro spento.

Avevo abbozzato un timido "buongiorno" ma non avevo ricevuto alcuna risposta. Vabbè, sarà sopra pensiero, avevo pensato. Del resto io, semplice addetto stampa, che cosa avrei potuto pretendere da uno degli uomini politicamente più potenti della Regione Lombardia? Mi ero seduto e avevo acceso la sigaretta (a quei tempi non avevo ancora smesso di fumare) guardando per aria, come si fa di solito quando ci si trova in spazi angusti con qualcuno che non si conosce.

Quel rumore improvviso e misterioso

A dire il vero avevo avuto l'impressione che il mio vicino di poltrona manco si fosse accorto del mio arrivo e della mia presenza, ma mi ero trovato subito a pensare ad altro. Fino a che non mi ero concentrato su un rumore che all'inizio era molto leggero ma tendeva a diventare sempre più forte. L'impianto di aerazione che gorgogliava? Il lamento di qualche tubo nascosto dietro la parete? No, niente di tutto questo.

Era lui, il signor Franco Nicoli Cristiani che dormiva e, nello specifico, beatamente russava. Me ne sarei accorto bene qualche secondo dopo, quando il rumore sarebbe divenuto tanto forte da procurarmi un certo buonumore. Mi veniva da ridere, lo confesso, ma ero anche un po' imbarazzato, tanto che avevo fumato in fretta la mia sigaretta – spegnendola, anzi, a metà – e me ne ero uscito stando bene attento a non sbattere la porta.

Quella volta sono stato davvero discreto, ho sempre pensato. Lo stesso non lo si può dire dei carabinieri che l'altra mattina lo hanno svegliato all'alba per arrestarlo per una presunta tangente di 100mila euro ricevuta per questioni legate all'utilizzo di rifiuti illeciti...

Antonio


Se vuoi leggere altri resoconti di Antonio sul Consiglio Regionale della Lombardia:
L'attività del Consiglio: gli uffici
L'attività del Consiglio: le commissioni
L'attività del Consiglio: l'aula

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