domenica 23 febbraio 2020

Coronavirus, il diario milanese

Diario giornaliero di una cosa che non era capitata mai, dalle nostre parti.


La storia del Coronavirus in Italia e in particolare a Milano, a partire dal Giorno 1, quello che ha fatto registrare la prima vittima dovuta a questa epidemia (era il 21 febbraio 2020).

 

 

 

8° giorno - Venerdì 28 febbraio 2020

Stiamo entrando nella normalità dell'eccezionalità. Aumento dei contagi, aumento delle guarigioni, voglia di riprendere la vita normale, di riaprire le scuole, i musei, le chiese, di tornare a lavorare in ufficio. Da un paio di giorni le notizie si ripetono ormai quasi stancamente, i giornali non sanno più che cosa dire di nuovo.

In tutto questo la notizia che più di ogni altra oggi attira la nostra attenzione è che il caso di coronavirus registrato in Algeria (il secondo in tutta l'Africa) riguarda un italiano, per essere precisi un milanese. Credo non sia necessario alcun commento.



Aggiungo un pensiero originato dall'analisi della cartina del mondo che riporta in tempo reale i contagi di coronavirus nei vari Paesi.

Avete notato che il contagio è diffuso solo – a parte rare eccezioni – in una fascia mediana del continente?

Vuol dire qualcosa questo? Forse è una questione di temperature, il caldo e il freddo ammazzano il virus?

E intanto, mentre da noi le vittime salgono a 21, si pensa alla riapertura dell'acquario di Genova e del Duomo di Milano, nella vicina Svizzera viene annullato (annullato!) il Salone dell'auto di Ginevra.

E Luca Zaia, governatore leghista del Veneto, dice che è normale che in Cina si sia diffuso il virus, più che da noi, perché noi siamo più attenti alla pulizia, all'igiene, mentre i cinesi, insomma, "li abbiamo visti tutti mangiare topi vivi". I topi vivi. I cinesi mangiano i topi vivi (ma perché vivi, poi?)

 

7° giorno - Giovedì 27 febbraio 2020

Ormai è una settimana che viviamo nella bolla. A Milano non si vede l'ora di voltare pagina, l'emergenza, soprattutto quella a livello psicologico, sembra essere finita. Ed è tanta la voglia di tornare alla normalità, alla vita e alle relazioni di prima del coronavirus.

Ci arriva un messaggio dai parenti del Canada: «Abbiamo letto e sentito del momento difficile che state attraversando. Se la situazione è terribile o peggiorerà non esitate a trasferirvi qui da noi!". Messaggio letto ieri sera, mentre stavamo guardando un film e sorseggiando una birra. Trasferirci in Canada, potrebbe essere una magnifica idea, ma questo indipendentemente da virus o altre amenità...

Ma proprio mentre in noi si sta facendo strada la sensazione che tutto stia davvero tornando come prima, dopo avere letto che i locali pubblici a Milano potranno tornare a essere aperti anche dopo le 18, ecco che arriva sui social il video del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che comunica che nel suo staff si è registrato un caso di contagio. E che quindi anche lui si metterà in auto-isolamento (cioè, per lui è auto-quarantena, è diverso da tutti noi che in isolamento siamo messi dai medici...). Il tutto detto mentre cerca maldestramente di infilarsi una mascherina (di quelle che non servono a niente, pare). Un video che sta facendo il giro del mondo, ovviamente, alla faccia del voler abbassare i toni per non creare panico.

No, non è il panico locale, quello che fa più male. Al di là degli assalti ai supermercati del primo giorno, qui a Milano tutto scorre con grande tranquillità, finora. Quella che preoccupa è l'immagine che sta uscendo all'esterno, quella di una città – oltre che di un'intera porzione di Italia – che è falcidiata da un'epidemia senza precedenti. Per noi che viviamo qui, questo è davvero assurdo. Per quelli che vivono al di là del confine, questo è un valido motivo per pensare che l'Italia sia un Paese da evitare.

Una botta al comparto del turismo che non sarà facile riassorbire in poco tempo, questo è il vero male che ci sta assediando. E bene lo ha capito il sindaco di Milano, Beppe Sala, che sempre più si sta ergendo a paladino del ritorno alla normalità, anche perché, sono le sue parole "ci sono persone che se non lavorano non arrivano a fine mese ed è a queste che deve pensare il sindaco di una città, se la vuole solida, attiva e internazionale com'è la nostra".

L'invito per i milanesi (ma non solo), promosso anche attraverso un video che sta facendo il giro del web,  è quello di non cedere alla paura


È incredibile come i decessi siano passati in secondo piano, in alcuni siti di testate giornalistiche nazionali. Oggi siamo arrivati a 14, in Italia, ma è difficile, quasi impossibile capire dove abitavano e dov'erano ricoverate queste persone morte. È una nuova strategia di comunicazione o più semplicemente è il fatto che ormai i decessi non fanno più notizia, non fanno più vendere o fare click?

A serata inoltrata altre tre vittime, e siamo a 17. Ma anche la notizia che molte persone, si dice ben 40, sono guarite dal virus e anche la bella news che all'ospedale Sacco di Milano è stato isolato il ceppo italiano del coronavirus, primo importante passo per studiare lo sviluppo di anticorpi e quindi di un ipotetico vaccino.

 

6° giorno - Mercoledì 26 febbraio 2020

Il sesto giorno di "Italia del nord bloccata causa virus" è quello che comincia a portarsi dietro cattivi pensieri per quanto riguarda la tenuta del nostro tessuto sociale.

Da una parte la paura di essere contagiati si sta psicologicamente affievolendo, perché le possibilità di avere contatti con persone sconosciute e a rischio di coronavirus si sono ridotte al lumicino. Dall'altra la mancanza di contatti, di confronti, di scambi diretti sta creando mondi che procedono in parallelo ma che non si toccano con la frequenza di prima, se non attraverso il filtro dei mezzi elettronici. Siamo preparati a tutto ciò?

Ma oltre all'aspetto sociale, quello che oggi fa spavento, soprattutto, è lo stallo economico in cui siamo entrati. C'è chi fa lavori che non dovrebbero essere intaccati da una situazione come questa, vero, ma c'è anche chi ogni giorno che passa vede aumentare la possibilità che la sua attività vada a gambe all'aria.

Basti pensare ai negozi, ai bar, ai ristoranti, agli uffici di servizi aperti al pubblico, a mille altre situazioni che rischiano davvero di essere le vittime silenziose della diffusione del virus.

Una condizione che non si risolve, né oggi né domani, con gli slogan o con le trovate enfatiche a fini elettorali. È l'ora, questa, del "silenzio e lavorare", quella in cui contiamo di vedere i politici – di governo e di opposizione – il meno possibile esposti sui media e sui social.

Pensino a tenere in piedi questo Paese con tenacia e con senso di responsabilità, si limitino a questo.

E intanto il pensiero corre a ieri sera, quando alla televisione abbiamo guardato la partita di calcio Napoli-Barcellona, giocata al San Paolo di Napoli. Che fortuna hanno, al sud, dove tutto scorre come prima, per noi del nord uno stadio pieno di gente festante è solo uno sbiadito ricordo di tempi passati...

Oggi è un giorno storico, per la diffusione del contagio: è il primo in cui i contagiati in Cina sono meno di quelli presenti nel resto del mondo. E sempre in Cina, il numero dei decessi di questo giorno, 52, è il più basso tra quelli registrati nelle ultime tre settimane. Potrebbe essere una buona notizia anche per noi.

Tra le curiosità, si registrano i primi contagiati in Grecia, Austria, Svizzera e Croazia il primo in America Latina (in Brasile) e il secondo in Africa (in Algeria). E c'è anche una nave da crociera piena di turisti italiani respinta da due porti nei Caraibi (in Giamaica e alle Isole Cayman). Quando si dice porti chiusi...

I contagiati in Italia, sono così suddivisi: Lombardia 261 casi, Veneto 71, Emilia Romagna 37, Liguria 6, Lazio 3, Sicilia 3, Toscana 2, Piemonte 1, Alto Adige 1, Marche 1. Con la Sicilia per la prima volta viene coinvolto anche il sud.

Da aggiungere, purtroppo, anche i primi due morti in Francia e il dodicesimo qui da noi: si tratta di un uomo di 70 anni, morto in Emilia Romagna ma abitante a Lodi.

Il sindaco di Milano Beppe Sala ha mandato questo messaggio via Twitter: "Come passa queste giornate il Sindaco di Milano? Testimoniando la solidarietà della città ai più deboli e lavorando perché ognuno, a partire dalle Istituzioni, faccia la sua parte. #forzamilano #Coronavirus"


 

5° giorno - Martedì 25 febbraio 2020

Eccoci qui, nel primo vero giorno del post "chiusura del mondo" causa coronavirus. Se domenica tutto sembrava normale e ieri la città viaggiava quasi a pieno regime – non dimentichiamo che molti essercizi commerciali e locali pubblici al lunedì sono normalmente chiusi –, oggi si avverte che fuori casa sta succedendo qualcosa di anomalo.

Il rumore delle automobili che sale dalla via sottostante è davvero molto diminuito rispetto al solito e, sorpresa, quando questa mattina abbiamo aperto le imposte abbiamo scoperto molti "buchi" nel parcheggio sotto casa.

I milanesi, quelli che possono, se ne sono andati. Ieri sera mia figlia era al telefono con una sua amica. "È già in montagna, scierà tutta la settimana", mi ha spiegato.

Intanto la scuola media che frequenta ha fatto sapere che a momenti arriveranno le indicazioni per i compiti da svolgere nei prossimi giorni. Non si è parlato di interrogazioni via skype, questo no, ma di programmi da seguire con attenzione e responsabilità.

Qui in casa si respira un'aria strana. Siamo tutti riuniti sotto lo stesso tetto, chi a scrivere al solito computer, chi in conference-call con i colleghi, chi sui libri di studio. Sembra di stare durante le vacanze di Natale. Prove di lavoro da remoto, chissà se il futuro sarà davvero così.

Fuori però il virus continua a procedere nel suo cammino. Se nella mattinata la buona notizia è che nella notte non ci sono state nuove vittime, resta il fatto che il numero delle persone contagiate, in Italia, è salito ancora, ora siamo a 237 (172 nella sola Lombardia).

E il quinto giorno verrà ricordato come quello in cui si è interrotta la tregua politica messa in campo (anche se non proprio da tutti) per affrontare la situazione in modo compatto. Oggi la sensazione è che sia già cominciato lo scaricabarile, forse sarebbe il caso di rimandare la resa dei conti al dopo-virus, vedremo se si tratta solo di uno screzio momentaneo.

Anche oggi è stato pagato il tributo di vite: nel tardo pomeriggio è arrivata la notizia che si sono aggiunti 4 nuovi decessi. Sono tutte persone anziane, dicono i giornali online e le televisioni, senza più entrare minuziosamente come nei giorni scorsi nei dettagli del nome, dell'età, del posto in cui erano ricoverate, della situazione sanitaria che avevano al momento del ricovero (l'unico dato sottolineato è che 3 vivevano in Lombardia e una in Veneto). È come se ci stessimo abituando ai decessi. Come se queste nuove morti fossero ormai interessanti solo dal punto di vista statistico.

In 5 giorni 11 persone (9 in Lombardia e 2 nel Veneto), dunque, nel giorno in cui si comincia a sottolineare che dall'attacco del coronavirus si può guarire e che in Italia ci sono più casi rispetto ad altri Paesi solo perché qui da noi i controlli sono più seri.

Un riassunto sulla diffusione del Coronavirus nel mondo: i contagiati cofermati totali sarebbero più di 80mila, così suddivisi: Cina 77.660, Sud Korea 977, Italia 322, Giappone 170, Iran 95, Singapore 91, Hong Kong 84, USA 53, Tailandia 37 e Taiwan 31 (per citare i soli primi 10 Paesi). La prima europea dopo l'Italia è la Germania, con 16 casi verificati, seguono Uk con 13 e Francia con 12.

Da registrare che in tutta l'Africa finora si è registrato un unico caso in Egitto, 22 in Australia, 2 in Russia e nessun caso (nessuno!) in America Centrale e in tutta l'America del Sud.

Ma la notizia che più impressiona noi milanesi arriva nella sera, improvvisa come un meteorite: il Salone del Mobile è stato rinviato: anziché dal 21 al 26 aprile si svolgerà dal 16 al 21 giugno. Allora qui si fa davvero sul serio...




4° giorno - Lunedì 24 febbraio 2020

Eccola qui, la quarta vittima. Andiamo avanti così, una al giorno. Il malcapitato di oggi è un signore di 84 anni, morto nella notte all'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo (è il terzo decesso in Lombardia).

Mentre anche la Basilicata emana un'ordinanza per cui chi viene dal nord deve osservare un periodo di quarantena prima di calpestare il suo suolo, scopriamo di essere il terzo Paese al mondo per diffusione del virus.
Al primo posto c'è ovviamente la Cina (oltre 77mila casi), al secondo la Corea del Sud (763 casi) e al terzo noi, con 165 casi accertati.

In città, a Milano, tutto sembra procedere con apparente calma. Le metropolitane e i mezzi di superficie sono quasi deserti, vero, ma succede sempre così quando sono chiuse le scuole e la maggior parte degli uffici non operativo (oggi tutti quelli che lo possono fare stanno lavorando dalla loro casa). Sembra quasi di essere in agosto – mancano solo i turisti – e questa è una cosa che proprio dispiacere non fa.

Sulle strade, invece, il traffico è quello solito. Con la nostra bicicletta abbiamo dovuto prestare la solita attenzione per non essere investiti da automobilisti che cercano di imporre la loro legge sui più deboli fruitori delle vie cittadine.

Una vittima al giorno? Purtroppo siamo stati smentiti durante la giornata. Siamo arrivati a sei decessi, si sono aggiunti un 80enne di Milano – ci siamo, prima o poi doveva arrivare anche qui – e un 88enne di Caselle Landi, paese in provincia di Lodi. E i contagiati sono saliti a oltre 200.

Qualcuno fa notare, quasi a voler diminuire la portata della faccenda, che tutte le persone decedute in Italia a causa del Coronavirus, finora, hanno un'età superiore agli 80 anni e tutte presentavano problemi di salute di una certa gravità. Comincia a crescere anche una certa corrente negazionista: "non c'è niente di diverso dal solito – dicono alcuni mostrando di saperla lunga – è solo un sistema per costringerci, tra pochi giorni, a comprare il vaccino che come per miracolo comparirà sui banconi delle nostra farmacie".

Difficile capire dove stia la verità, se si dà ascolto a ogni voce. La cosa certa è che la Borsa di Milano ha perso in un sol giorno quasi il 6% e che lo spread è ricominciato a salire.

All'ora di cena la notizia della settima vittima, una donna di Castiglione d’Adda, di 62 anni (ecco, neanche il discorso sull'età avanzata vale più...), morta all’ospedale di Como.

Così, oggi sono state 4.


3° giorno - Domenica 23 febbraio 2020

Il numero di vittime sale a 3 e cominciano a essere tante. Questa volta il decesso riguarda una donna di 68 anni che era ricoverata in un ospedale di Crema.

Oggi è domenica, una domenica milanese strana, senza partita di calcio a San Siro. Tutte le manifestazioni sportive in Lombardia del resto, sono state sospese. Se non fosse per questo potrebbe però sembrare una domenica come tante altre.

Ma man mano che passano le ore la sensazione di normalità si assottiglia sempre più, a causa di quanto ascoltato in TV o letto sui siti delle testate giornalistiche.

A un certo punto arriva la news del divieto di sbarco su Ischia per cinesi, lombardi e veneti a seguito di un'ordinanza dei sindaci dell'isola. Ordinanza bloccata però dopo poche ore dal Prefetto di Napoli. Altre notizie sono che la Romania ha disposto la quarantena per tutti i viaggiatori provenienti dall'Italia e l'Austria ha bloccato tutti i treni in entrata e in uscita per il nostro Paese. A Venezia si è deciso di annullare il Carnevale. A Milano è stato chiuso ai turisti il Duomo, è stata chiusa la Scala (era successo solo altre 6 volte in più di due secoli) ed è stato fissata la chiusura obbligatoria, a partire dalle ore 18, per locali pubblici, pub, musei (ma non, suona strano, per i ristoranti). Siamo già al coprifuoco, dunque?

Verso sera sera si viene a sapere che il numero di persone ufficialmente colpite dal virus è salito a 152. Ed è anche arrivata la notizia del primo contagiato a Milano: si tratta di un medico del Policlinico che è stato ricoverato al Sacco.

Nel frattempo sono state diffuse foto scattate nei supermercati lombardi: code di clienti lunghe centinaia di metri nel piazzale antistante, scaffali vuoti, persone con mascherine. La paura si sta lentamente, ma forse neanche tanto, diffondendo. O forse il tutto sembra ancora un immenso gioco e nessuno vuole perdersi l'occasione di partecipare.

Per l'immediato futuro le indicazioni del Governo e delle Regioni interessate parlano chiaro, in Lombardia e Veneto, ma la cosa si è presto diffusa in altre Regioni (Piemonte, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Liguria e Friuli Venezia Giulia), saranno chiuse le scuole e le università e saranno vietate tutte le situazioni che prevedano adunanze o riunioni di persone, almeno per tutta la prossima settimana. 

A parte queste informazioni generali si va a dormire senza sapere che cosa succederà domani.


2° giorno -  Sabato 22 febbraio 2020

Il risveglio porta la notizia del secondo decesso, una donna di 75 anni di Casalpusterlengo. Già due... vabbè, non è il caso di preoccuparsi.

Nell'arco della giornata, però, i numeri relativi ai contagiati sono aumentati. Ci dicono che non è preoccupante, questo dato, che è dovuto solo al fatto che aumentando i controlli è logico che aumentino anche i risultati in questa direzione.

In serata la tanto attesa comunicazione del Governo: «Abbiamo adottato un decreto legge con misure per il contenimento e la gestione dell'emergenza epidemiologica - ha detto il premier Giuseppe Conte in una affollattissima e seguitissima conferenza stampa -. Il bene della salute degli italiani è quello che ci sta ci sta più a cuore, è quello che nella gerarchia dei valori costituzionali è al primo posto. Nelle aree focolaio non sarà consentito l'ingresso e l'allontanamento, salvo specifiche deroghe da valutare di volta in volta. In quelle aree è già stata disposta la sospensione delle attività lavorative e delle manifestazioni».

Insomma, la "zona rossa", quella di Codogno e dintorni, nel lodigiano è dunque da considerarsi una zona chiusa, non si può entrare e non si può uscire.  


1° giorno - Venerdì 21 febbraio 2020

Il coronavirus riempie le cronache già da due mesi. Ma in Italia per noi questo è il giorno 1, quello in cui si è registrata la prima vittima. È successo in Veneto, un signore di 77 anni di Vo' Euganeo (non avevo mai sentito parlare di questo paese, chissà dov'è...).

Si parla inoltre di un manager lombardo che è ricoverato ed è grave e che avrebbe contagiato 14 persone. Ma considerata la sua quanto mai attiva vita sociale nei giorni precedenti al ricovero – è andato al lavoro, ha giocato a calcetto, ha partecipato a due corse podistiche... – si teme possa avere diffuso ancora più il virus.

I titoli dei giornali che parlano della presenza del virus in Italia sono naturalmente già sparati a nove colonne, ma la preoccupazione non è tanta. È venerdì e tutti si preparano a trascorrere un tranquillo week end di fine inverno senza particolari patemi d'animo. Del resto si sa che i giornali esagerano sempre nella speranza di vendere qualche copia in più...

mercoledì 25 luglio 2018

Alcuni motivi per cui non mi pentirò di non avere più l'automobile

Eccoci, ci siamo. L'altro ieri ho riconsegnato il Telepass – è stato incredibilmente semplice «Buongiorno, devo riconsegnare il Telepass», «Bene, le stampo la ricevuta, grazie e buona giornata» – questa mattina restituisco l'auto che abbiamo tenuto per tre anni.

Quando uscirò dalla concessionaria, a piedi, sarò un uomo diverso, un uomo senza auto.

Sarò pentito? Credo proprio di no, negli ultimi giorni sono accaduti fatti che vanno tutti nella direzione del "vivere senza auto di proprietà è meglio".

Il mare visto dal parcheggio

Cominciamo da un paio di settimane fa. È sabato, decidiamo di passare una giornata al mare, in Liguria. Non partiamo prestissimo perché abbiamo un paio di cose da fare, in città. Quando ci immettiamo nell'autostrada per la Liguria sono già le 9 e 30. Fino a Genova tutto bene, traffico intenso ma scorrevole. Una volta imbroccato il tratto autostradale che costeggia la Riviera di Levante, però, tutto si complica. Un incidente che blocca il deflusso delle automobili ci procura un ritardo di un'ora sulla tabella di marcia.

Arriviamo nella località prescelta, ci sono i nostri amici che ci aspettano. È circa mezzogiorno, comincio a girovagare alla ricerca di un parcheggio. Niente da fare, dico a moglie e figli «cominciate ad andare in spiaggia, vi raggiungo appena trovo un posto per l'auto». La faccio breve: dopo tre giri interi del paese senza cavare un ragno dal buco mi sono piazzato dietro ad alcune macchine nel parcheggio sopra la spiaggia. «Qualcuno prima o poi se ne andrà...».
Sì, qualcuno se n'è andato, ma alle 15. Ho mangiato in auto – buonissime focacce che mi ha portato mia moglie – e ho trascorso tre ore a leggere i giornali sul cellulare, ad ascoltare la radio e a guardare il mare dal parcheggio.

Al paese in questione ci si arriva anche in treno, corsa diretta da Milano, neanche si cambia a Genova...

La "tassa" per eccesso di velocità

Quella strada l'ho fatta centinaia di volte. Viale Fulvio Testi, quante volte ci sono passato per tornare al mio paesello valtellinese? Impossibile tenerne il conto.
Per questo ci sono rimasto particolarmente male l'altro ieri, quando mi è stata recapitata una multa per eccesso di velocità proprio su quella grande arteria cittadina che conduce verso nord.
Centosessantanove euro e tre punti della patente per essere passato a 67 all'ora in un punto dove il limite è di 50. Solo che tutte le altre centinaia di volte in cui ci sono passato, in quel punto il limite era di 70 all'ora. Semplicemente è stato cambiato di recente, non me ne sono accorto e ci sono caduto come un allocco.

Al paesello ci andrò in treno, è anche capolinea, posso addormentarmi o comunque distrarmi senza avere paura di sbagliare stazione di arrivo.

L'assicurazione fai-da-te

Giusto una decina di giorni fa uscendo da un parcheggio in retromarcia mi sono appoggiato a una vettura che era parcheggiata nella fila parallela dietro la mia. Non c'era nessuno, in giro: ho lasciato il mio biglietto con scritto "Sono stato io, mi chiami al numero di telefono...".
Era la macchina di un ragazzo, mi ha raggiunto nel pomeriggio e abbiamo fatto la constatazione amichevole. Il danno era davvero piccolo, giusto un'ammaccatura al paraurti.
Dopo alcuni giorni mi chiama la mia assicurazione – un operatore a me sconosciuto perché ho un'assicurazione online – e mi chiede se voglio pagare io il danno oppure se preferisco lo faccia l'assicurazione.
Che domanda strana - penso - che cosa ho l'assicurazione a fare, se poi pago io i danni? Il fatto è che se decido di far pagare l'assicurazione, l'anno prossimo il mio premio – già il fatto che si chiami così la dice lunga sul rapporto che si crea tra assicurato e assicurazione... – aumenterà del 20%.
«Ma come – protesto – il 20% di aumento del premio per un danno da niente? Ma com'è possibile?».
«C'è scritto sul suo contratto. Deve anche tenere conto che se dovesse fare un incidente grosso, in cui provoca danni ingenti all'altro automobilista, l'aumento resterebbe comunque del 20% e lei quindi ci guadagnerebbe...».

Non intendo scucire un euro. E oggi chiamerò per bloccare il contratto, una piccola grande soddisfazione...


Leggi anche (parte 1): "Rinunciare alla macchina, la voglia sempre più forte di cambiare vita"



giovedì 19 luglio 2018

Rinunciare alla macchina, la voglia sempre più forte di cambiare vita


Si avvicina la scadenza del contratto dell'automobile che abbiamo usato in questi ultimi tre anni. Dobbiamo decidere se ritirarla o restituirla.

Ci abbiamo pensato molto, Cristina e io, e siamo arrivati a questa decisione: la restituiamo sì, e proviamo a stare senza auto almeno fino alla fine del 2018.

Senza auto per cinque mesi, tanto per incominciare. Senza spese di gestione, assicurazioni, bolli. Senza pieni, con la benzina (e il gasolio) che, senza che nessuno dica niente, aumentano sempre più. Senza cambi gomme perché arriva la neve. Senza «bisogna portarla a lavare perché fa schifo». Senza multe per divieto di sosta perché ce la siamo dimenticata sotto casa o oggi c'era il mercato. Senza multe per elevata velocità sancite da radar sempre più diffusi, vere macchine da soldi per le amministrazioni comunali. Senza specchietti da riparare, fiancate da sistemare, paraurti da sostituire perché qualcuno ti ha lasciato un "ricordo", mentre era parcheggiata, e se n'è andato senza dirti niente.

Senza auto per cinque mesi. Ce la faremo? Pensiamo di sì. Il girare in città non lo consideriamo un problema: ci sono le biciclette – le nostre e quelle del bike sharing – i mezzi pubblici, c'è il car sharing sempre più diffuso ed efficiente. Per le volte che dobbiamo uscire da Milano ci sono i treni – io quando per lavoro devo andare fuori città ci vado sempre così – e c'è la possibilità di noleggiare l'auto. Presto andremo a vedere i garage che offrono servizi di questo tipo non troppo lontano da casa nostra, per capirne le condizioni e i prezzi.

Senza auto fino a quando ne avremo voglia. Che grande libertà. Con la soddisfazione assoluta di contribuire, anche se con una piccola azione, a rendere la nostra città più vivibile, meno caotica, meno stressante, meno rumorosa, meno inquinata.

Per ora è semplicemente un grande passo per l'uomo (la nostra famiglia, composta da quattro persone) e un piccolo passo per l'umanità (la quasi totalità dei milanesi). Chissà che nei prossimi anni qualcosa cambi.

Al posto di tutti quei parcheggi, nelle vie, tante aiuole e alberi rinfrescanti, pensa come sarebbe ancora più bella, Milano...

Un'esperienza che voglio raccontare, passo passo. È quello che cercherò di fare sulle pagine di questo blog.


Leggi anche (parte 2): Alcuni motivi per cui non mi pentirò di non avere più l'automobile




mercoledì 17 gennaio 2018

Ma quale miracolo italiano, in Italia la destra vince (quasi) sempre

Ma quale nuovo miracolo italiano, se alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 dovesse vincere la destra...

L'Italia è sempre stato un Paese di destra/centro-destra, fin da quando è nata come nazione. La sinistra non ha quasi mai vinto, dalle nostre parti. E se l'ha fatto è stato per pochissimi voti o più per colpe della destra che per meriti suoi. Quando poi ha governato, spesso ha dovuto chiedere aiuto alla stessa destra per poterlo fare.

Il Partito Comunista Italiano (PCI), quello che  veniva definito come il più potente partito comunista dell'Europa occidentale, non è mai riuscito a vincere le elezioni politiche, nemmeno nel '48 dopo il ventennio fascista, nemmeno negli anni' 70 quando le battaglie nelle fabbriche, le occupazioni nelle scuole e le manifestazioni nelle piazze erano all'ordine del giorno.

Solo una una volta riuscì a battere – di un nonnulla – la Democrazia Cristiana (DC): nelle elezioni che fecero seguito alla scomparsa del suo leader Enrico Berlinguer. L'onda emotiva ebbe il suo effetto, ma quelle erano comunque elezioni europee, fossero state le politiche forse il PCI non ce l'avrebbe comunque fatta

La destra e il suo potere di attrattiva su Grillo e Renzi


È inutile nascondercelo, l'Italia è sempre stato un Paese di destra/centro-destra e lo è oggi ancor più, grazie al sapiente cavalcare di certi argomenti (immigrazione, sicurezza, addirittura difesa della razza...) da parte dei rappresentanti di Lega, Forza Italia e dei partitini loro satelliti.

Il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo lo sa bene e per questo nei proclami ci mette sempre qualcosa di destra e se deve attaccare o sbeffeggiare i suoi avversari politici lo fa di preferenza con quelli del centro-sinistra.

Lo stesso Renzi i voti, fin dall'inizio della sua avventura politica, cerca di rosicchiarli al centro-destra più moderato, ritenendo che solo da lì possano venirne di nuovi per il centro-sinistra (giochetto che per qualche tempo gli è riuscito, fino a quando il vuoto temporaneo lasciato da Berlusconi ha disorientato una frangia del suo elettorato. Ora che l'ex cavaliere è tornato, però, oltre a non guadagnarli a destra, Renzi i voti li perde a sinistra).

Tre vittorie rosicate in 23 anni

Torniamo al concetto di miracolo. Quante volte, negli ultimi anni, le elezioni politiche sono state vinte dal centro-sinistra? Andiamo a ritroso nel tempo, partendo dalle ultime:
  • nel 2013: elezioni vinte da Pier Luigi Bersani per un pugno di voti nonostante i disastri compiuti dalla coalizione retta da Silvio Berlusconi, che aveva portato alla caduta del governo nel novembre 2011 e alla formazione del governo tecnico di Mario Monti. Una situazione che avrebbe dovuto far stravincere il centro-sinistra, invece la vittoria fu rosicatissima.
  • nel 2008: vittoria schiacciante di Berlusconi contro Walter Veltroni 
  • nel 2006: Romano Prodi vinse su Berlusconi per 24mila voti (su 38 milioni), la vittoria più rosicata di sempre
  • nel 2001: vittoria netta della Casa della Libertà (Berlusconi) sull'Ulivo (Francesco Rutelli)
  • nel 1996: vittoria dell'Ulivo (Prodi) sul Polo delle Libertà (Berlusconi), maturata dal fatto che Forza Italia e Lega Nord si presentarono separate. La somma dei voti ottenuta dal Polo più la Lega avrebbe dato una vittoria più che netta al centro-destra.
  • nel 1994: la "gioiosa macchina da guerra" di Achille Occhetto fu nettamente sconfitta dal Polo dell'ex Cavaliere, sceso in campo pochi mesi prima.
Riassumendo: negli ultimi 23 anni tre piccole vittorie: due rosicate e una dovuta a un centro-destra diviso. La dimostrazione che il centro-destra vince sempre, o quasi, in Italia.

Il miracolo italiano, in sostanza, sarebbe quello della vittoria della coalizione di centro-sinistra, i numeri parlano chiaro, non mentono mai. Tutto le altre sono solo chiacchiere.

sabato 14 ottobre 2017

La vita triste e solitaria del capotreno


Ho preso il treno appena in tempo. Stava quasi partendo, sono salito sulla prima carrozza trafelato, con il biglietto in mano non timbrato.

Cerco il capotreno, non vorrei pagare la multa. Gli spiego la situazione: «Me lo può annullare lei?». Sì, ci scrive sopra la data, qualche ghirigoro, forse ha messo anche la firma.

Il treno è partito e il capotreno ora è seduto accanto a me. Ha voglia di parlare, mi sembra.

«Vede – mi dice – se io adesso percorro tutto il treno trovo almeno 50 persone che non hanno il biglietto. È sempre così, il numero è più o meno quello».

«Bene, dirà lei. Sono 50 multe, soldi incassati dalle ferrovie, l'azienda vive probabilmente anche di questo... E invece no. Di queste 50 persone, almeno 45 non hanno in tasca né soldi, né documenti. Gli chiedo i soldi e mi dicono di non averne e mi ridono in faccia, quando va bene. Gli faccio il verbale? Ma se non hanno nemmeno i documenti... Niente, non pagheranno mai. Una volta scesi dal treno chi li vede più?».

«A quel punto, allora, dovrei denunciarli. Ma se lo faccio, alla prima stazione arriverebbe la polizia e quindi il treno si dovrebbe fermare. E vaglielo a spiegare ai passeggeri che questa sera torneranno a casa tardi per colpa di un capotreno precisino, che poi voglio vedere se alla fine quelli li pagano, il biglietto e la multa».

«E infatti è quasi sempre così, biglietto e multa non sarebbero comunque pagati. La polizia trattiene un po' i trasgressori e poi che cosa può fare? Metterli in galera? No, dopo un paio di ore li deve lasciare andare e tutto è come prima. Ce li ritroviamo sul treno il giorno dopo».

«Allora, per il bene di tutti, dovrei fare a meno di controllare i biglietti ai soggetti che, non è difficile individuarli, il biglietto non ce l'hanno. Sì, facile. Se non fosse che provi lei a dare la multa a un passeggero perché si è dimenticato di timbrare il biglietto quando nello stesso vagone non hai multato chi il biglietto proprio non ce l'ha... Crede che il passeggero "smemorato" sia contento?».

«Insomma, come mi muovo è un casino. Si sorprende, quindi, se sempre meno spesso i controllori – che poi per inciso sono quasi sempre anche capotreni e hanno ben altre responsabilità oltre a quella di controllare – passano a verificare la validità dei biglietti?».

E così dicendo, sospirando, si è alzato, mi ha salutato ed è risalito stancamente lungo il vagone, senza chiedere nulla ai passeggeri seduti di qua e di là.
 



sabato 29 luglio 2017

Le luci sempre accese dell'ex Provveditorato agli Studi di Milano

L'ex sede del Provveditorato agli Studi in via Ripamonti
In questi caldi giorni estivi un post veloce, anzi velocissimo.

Si riduce in una sola domanda: è normale che a Milano le luci del palazzo del vecchio Provveditorato agli studi, in via Ripamonti 42, siano perennemente accese?

Fateci caso. Passate di mattina, di pomeriggio e anche di notte: le luci del piano terra sono sempre accese, senza interruzione.

Non sappiamo da quando lo siano, noi ce ne siamo accorti per la prima volta qualche mese fa,  sappiamo solo che il palazzo in questione – di proprietà dell'Enpam, l'ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici – non ospita più gli uffici del Provveditorato dall'inizio del 2006.

È in stato di abbandono: facciate scrostate, molti vetri rotti, graffiti un po' dappertutto.

Ma le luci, quelle, sono sempre accese.

È così ricco l'Ente previdenziale dei medici, da potersi permettere di pagare una bolletta così dispendiosa e, soprattutto, così inutile?


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mercoledì 28 giugno 2017

Vasco Rossi e le sue canzoni, come sono volati questi ultimi 40 anni


Quarant'anni con le canzoni di Vasco, sembra impossibile siano passati così in fretta. Era la fine degli anni '70. C'erano gli scioperi, i rapimenti, le Brigate Rosse.

Ma c'era anche la voglia di crescere, di correre, di conoscere, di gioire e, perché no, anche di soffrire. C'era la gioventù, soprattutto. Quarant'anni con le canzoni di Vasco, quanti ricordi segnati dalle sue parole e dalla sua musica.

Mi ricordo la prima volta come se fosse ieri. Ero in cucina, la radio con la sveglia incorporata – mai usata per quella funzione, se non giusto per provarne l'effetto – era accesa e un'emittente locale stava trasmettendo una canzone che dire sgangherata era dir poco. "Domani sera scrivo a mia madre... ". In parte cantata e in parte recitata, mi incuriosì e alzai il volume "...ma non ci si può rilassare, i russi possono arrivare, ogni ora, ogni ora...". Mia madre era lì vicino e disse fulminea, forse presagendo il "rischio" che stavo correndo: «Che cos'è questa roba? Non sarà mica una canzone...». Ma era troppo tardi, ero ormai stato fulminato da "(Per quello che ho da fare) Faccio il militare", la mia prima canzone di Vasco ("Silvia", "La nostra relazione", "Jenny è pazza", pur precedenti, le avrei scoperte dopo).

Mi ricordo "Albachiara" e "La strega", ma soprattutto "Fegato, fegato spappolato". Mi piaceva ascoltarla a tutto volume, chiuso nella mia stanza, mi sembrava di essere libero, grande, al di sopra di tutto e di tutti.

Mi ricordo i miei amici che storcevano il naso e dicevano che Vasco Rossi non andava bene. Non era un cantautore, non parlava di politica, non era impegnato. Io rispondevo che comunque sapeva raccontare una generazione, la nostra, in quel momento forse anche più dei vari De Gregori, De Andrè, Guccini, Bertoli, Lolli... che pur (quasi tutti) amavo e ascoltavo a ripetizione.

Mi ricordo altri amici che, al contrario, non sopportavano Vasco Rossi perché era un drogato, uno spinellato, uno sballato. Ascoltarlo, per loro, era fastidioso, fin pericoloso. E chi l'acoltava era "sospettabile". A me non interessava la vita che faceva, sapevo semplicemente che le sue parole e la sua musica mi facevano sentire libero.

E mi riconoscevo e mi lasciavo trascinare da tante sue canzoni, anche da quelle che parlavano d'amore (spesso travagliato), sapete come sono gli anni del liceo...: "Canzone" (per me la migliore di tutte quelle "tenere"), "Anima fragile", "Brava", "Incredibile romantica", "Ciao", "Toffee", "Una canzone per te", "Dormi, dormi"...

Molte sue canzoni erano puro divertimento. "Asilo republic" "Va bè (se proprio te lo devo dire)", "Colpa d'Alfredo", "Ieri ho sgozzato mio figlio", "Io non so più cosa fare", "Susanna", "Sono ancora in coma", "Non l'hai mica capito", "Voglio andare al mare", "Deviazioni", "Che ironia", "Ti taglio la gola", "Mi piaci perché", "Lunedì"...

Altre lasciavano un segno profondo, a me l'hanno lasciato: "Siamo solo noi", un vero inno, quella che ho ascoltato di più, e poi ancora "Ogni volta", "La noia", "Valium", "Tropico del Cancro", "Bollicine", "Portatemi Dio", "Dimentichiamoci questa città", "Vita spericolata", "Vado al massimo", "Splendida giornata", "Cosa succede in città"...

Tutte le canzoni che ho citato sono quelle che ho vissuto "in diretta", le ho ascoltate, cantate, appunto vissute. Arrivano fino a "C'è chi dice no", che è dell'87. Dieci anni, un quarto della carriera di Vasco. Basterebbe fermarsi qui per raccontare di uno dei punti fermi della storia della nostra musica leggera.

E invece dopo sono venuti altri pezzi che nella storia ci sono entrati eccome, che ho ascoltato un po' da lontano, alcuni comunque con grande assiduità e trasporto.

Penso a "Vivere" e "Senza parole" che sono tra le mie preferite in assoluto, "Liberi liberi", "Gli angeli", "Sally" (com'era ispirato, qui, il Vasco!), "...Stupendo", "io no...", "Rewind!",  (come non ricordare il video), "Siamo soli", "Stupido Hotel" altra mia preferita, "Un senso"...

Le canzoni degli ultimi album, lo ammetto, le ho un po' perse di vista. Ma non ho comunque paura di annoiarmi: di Vasco ci sono almeno 40, forse 50 canzoni che rappresentano per me qualcosa. Come lui, per quanto mi riguarda, solo De Gregori, Battisti, Dalla, De Andrè, Bennato e Battiato. Tra tutti saranno almeno 300 canzoni (che so in larga parte a memoria) che hanno inciso sensibilmente sulla mia vita e hanno contribuito – può sembrare esagerato ma ne sono convinto – a farmi diventare, nel bene e nel male, quello che sono.

Vasco l'ho incontrato due volte, per strada, in Francia. La prima passeggiava nel centro di una cittadina di mare, da solo, con una retina da pesca appoggiata alla spalla da cui pendeva un sacchetto di plastica con dentro, immagino, il costume bagnato. La seconda vicino al porto della stessa cittadina, sempre solo. Ci siamo incrociati, io spingevo il passeggino con mio figlio. Ci siamo scambiati un ciao, il suo quasi più timido del mio.


Aggiungo, e concludo, che varcati i 50 ho partecipato finalmente al rito estivo musicale milanese degli ultimi decenni: il concertone di San Siro.

Lì ho avuto la percezione di quello che è davvero, oggi, Vasco Rossi: attorno a me persone di tutte le età, dai 16 ai 60 anni, cantavano a squarciagola le sue canzoni.

È uno che è riuscito a diventare un punto di incontro tra i "vecchi" (ma andiamoci piano con le parole...) e i giovani. Dite voi se è poca cosa.

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