lunedì 29 maggio 2017

"Pulisci Milano", la campagna che non vedremo mai affissa sui muri


Se è vero che nella testata di questo blog si parla di "Analisi serie e semi-serie", quello che segue è il post perfetto, che meglio di ogni altro può star bene in questo contesto.

Qui vorremmo parlare, infatti, di quello che immaginiamo sia il grosso problema delle agenzie di comunicazione e di pubblicità che lavorano a Milano e su Milano.

Un problema di cui si parla davvero poco, perché "scomodo" e difficile da raccontare, e che quindi riteniamo di fare qui su Milanau, se non per la prima volta, quasi.

Una comunicazione diretta ed efficace

Quando si organizzano grandi campagne legate alle realtà cittadine, ormai da parecchi anni, si usano sempre più slogan che vedono un semplice verbo affiancato al nome della città interessata.

Quello che le altre città possono fare...
Pensiamo alle iniziative "Pulisci Roma", "Profuma Pescara", "Esplora Firenze", "Scopri Palermo", ecc. ecc.

Messaggi essenziali, che vanno direttamente al punto e non hanno bisogno di spiegare troppo nel dettaglio ciò che si intende veicolare. È sufficiente lo slogan accompagnato da un'immagine, una comunicazione davvero efficace!

Una grande fortuna che, purtroppo, non appartiene a Milano. Quell'ano finale, infatti impedisce l'utilizzo di ogni slogan di questo tipo.

Quell'ano finale che rovina tutto

Te la immagini la città affissa in ogni suo angolo con cartelli che riportano a grandi lettere lo slogan "Pulisci Milano". «Di che cosa si tratta?» potrebbe domandarsi un passante soprapensiero, di una campagna legata alla pulizia personale? Anche "Profuma Milano", invece di un'iniziativa volta a distribuire fiori in tutta la città potrebbe essere intesa in quel senso.

Per non parlare di "Esplora Milano", "Scopri Milano", "Conquista Milano", "Contempla Milano" ecc. tutti inviti su cui si potrebbe equivocare. Come trovare le persone famose disposte a diventare testimonial di queste iniziative?

Il giochetto può essere riportato all'infinito, chiunque può provare a pensarci un po' e scovare decine di slogan – alcuni anche più espliciti e cruenti – impossibili da utilizzare.

Il grande paradosso

Al di là dell'aspetto pecoreccio e ridanciano, è un problema serio, per chi fa comunicazione (e anche per chi scrive libri turistici e legati al territorio).

Ed è l'espressione di un vero e proprio paradosso: Milano, la capitale italiana delle case editrici oltre che delle agenzie pubblicitarie, di PR e di comunicazione, è la città più difficile da veicolare!

Chi l'avrebbe mai detto? (e infatti non lo dice mai nessuno, o quasi).


mercoledì 26 aprile 2017

Negozi che aprono e chiudono, ecco come cambia, senza sosta, Milano

I cambiamenti "sociali" dela nostra città possono essere letti anche attraverso l'apertura e la chiusura delle attività commerciali che si affacciano su vie, viali e piazze.

I negozi, al giorno d'oggi, aprono e chiudono alla velocità della luce. Certe attività durano lo spazio di una stagione, si accendono all'improvviso come un fiammifero e proprio come un fiammifero si consumano in un tempo brevissimo.


Il boom (e lo sboom) delle sigarette elettroniche

Ne abbiamo avuto un esempio lampante un paio di anni fa, con l'arrivo dei negozi di sigarette elettroniche. La novità dell'oggetto, la chimera della possibilità di smettere di fumare, la possibilità di utilizzarlo anche negli ambienti chiusi aveva fatto della sigaretta elettronica un vero e proprio must cui pochi avevano saputo rinunciare.

Nel giro di poche settimane i punti vendita di queste sigarette erano sorti come funghi, e tutti erano strapieni di fumatori, ex-fumatori o semplici curiosi, desiderosi di provare questo nuovo ritrovato della scienza.

Contiamoli ora, quei negozi. La maggior parte di loro è scomparsa, non ce n'è più traccia. Sarà colpa del fatto che nel frattempo qualcuno ha detto che le sigarette elettroniche fanno comunque male alla salute, che passata la novità i fumatori sono ritornati alle sigarette tradizionali, che nei locali pubblici non è più possibile fumarle.

Difficile individuare un solo motivo della chiusura di questi negozi, l'unica cosa certa è che sono diminuiti di molto e, anzi, sembrano essere scomparsi quasi del tutto (così come i fumatori con quell'aggeggio appeso al collo con la catenella).


Lo sboom delle palestre

Una categoria che più di altre ha risentito, e risente tuttora, della crisi, è quella delle palestre. Negli anni 80-90 e all'inizio del 2000 ce n'erano ovunque e tutte lavoravano moltissimo. I prezzi erano quasi inavvicinabili e riuscire a ottenere uno sconto su abbonamenti annuali blindatissimi era una speranza vana.

Com'è diversa ora, la situazione. Le poche palestre ancora esistenti sopravvivono solo grazie a offerte e a prezzi risicatissimi, impensabili solo qualche anno fa.


Il boom delle pizzerie

Un altro fenomeno che negli ultimi anni ha registrato molte aperture è quello delle pizzerie. Negli ultimi tre lustri a Milano sono aumentate di numero in maniera esponenziale. Se ne contano più di 9mila, oggi, un migliaio più che a Napoli.

Un po' alla volta, in città sono sbarcati tutti o quasi i nomi dei pizzaioli più conosciuti all'ombra del Vesuvio, con locali rigogliosi, fiammeggianti e posizionati nei punti più "caldi" del turismo e della movida.

Alcuni di questi già hanno chiuso, altri si sono consolidati e hanno raddoppiato, se non triplicato gli spazi.


Lo sboom delle banche e degli uffici postali

Quando si passa davanti a tre-quattro-cinque vetrine vuote, attraverso cui si intravedono grandi spazi liberi con cavi che pendono dal soffitto e pareti e pavimenti con ombre lasciate dai mobili portati via, si può essere certi: lì prima c'era una banca o un ufficio postale.

Il sistema bancario italiano sembra reggere la crisi – a volte anche grazie a certi aiutini – ma intanto le filiali diminuiscono sempre più. Se prima le banche più importanti avevano uno o anche due punti di riferimento in ogni quartiere, oggi i clienti si vedono sempre più chiudere le filiali sotto casa, e si trovano accorpati in altre più o meno lontane.

Effetto dovuto anche alla nascita di sempre più sicuri ed efficienti servizi di home banking, che permettono di svolgere le azioni bancarie direttamente dal proprio computer, senza spostarsi da casa. Bello, ma vallo a spiegare alle persone più anziane, che hanno poca dimestichezza con questi diabolici aggeggi elettronici...

Lo stesso effetto, quello della chiusura, che nell'ultimo decennio ha colpito anche gli uffici postali, il cui numero ha subito un drastico ridimensionamento con grande scorno degli utenti, anche in questo caso soprattutto di quelli più anziani.


Il boom dei centri massaggi e dei negozi di unghie

Un duplice boom che è conseguenza di un altro boom, quello della presenza di cinesi nella nostra città. Ci si domanda come si poteva fare a meno, prima, di tutte queste estetiste ungueali e di tutte queste professioniste del massaggio.

Forse è giusto, però, distinguere le due attività. Nella prima gli interni dei negozi sono ben visibili, con tutte quelle poltrone affiancate ai tavolini con forbici e limette e tutte quelle ragazze attaccate alle dita delle clienti (e in alcuni casi anche dei clienti).

Nella seconda le vetrine sono oscurate e nulla, o quasi, si sa dei massaggi che lì vengono effettuati.


Lo sboom delle librerie

Le librerie, purtroppo, sono quasi del tutto scomparse, uccise dai grandi baracconi del centro ma, anche o forse soprattutto, dalla vendita online.

Nel mese di marzo, lo diciamo con tristezza, in Porta Romana hanno chiuso due librerie, a pochi giorni l'una dall'altra. Una delle due è la libreria "La Tramite" di via Muratori, uno storico negozio che arricchiva un angolo della piazza della Porta con le sue ricche vetrine.


Il boom dei centri e laboratori di analisi

Una volta le analisi di sangue, urine, ecc. erano fatte all'ospedale. Oggi no, le si possono fare a pochi passi da casa, grazie al fiorire senza sosta di centri diagnostici.

Ce ne sono di tutti i tipi e di tutte le "marche" e tutto sommato sono molto comodi: sai che bello – in certi specifici casi – poter partire da casa con la provetta già pronta, solo da consegnare...


Lo sboom dei barbieri

Ormai i barbieri vecchia maniera sono merce rara, soppiantati per lo più da coiffeur unisex, anche in questo caso spesso di origine cinese.

Quando ne trovano uno decente, sopravvissuto non si sa come al cambiamento dei tempi, i maschi si scambiano le informazioni, con il risultato che le code presso questi sopravvissuti hanno raggiunto dimensioni simili a quelle che si creano negli ospedali quando si tratta di fare una risonanza magnetica.


Il boom di sartorie e calzolai

È l'ultima delle mode, figlia più di ogni altra della crisi. C'è stato un tempo che le scarpe con il buco nella suola venivano buttate via. Che le camicie con il collo e i polsini lisi erano utilizzate come stracci per la polvere.

Oggi non è più così, per molti. Le scarpe vengono risuolate, ricucite, riadattate fin tanto che è possibile e ai capi di abbigliamento viene donata una nuova vita con sistemazioni che solo pochi anni fa erano considerate "cose da poveracci".

E se le sartorie sono quasi del tutto appannaggio dei cinesi – ancora loro, aspetto che dà una volta di più il metro di come stiano contribuendo a cambiare la nostra città – i calzolai presenti a Milano sono invece in maggioranza italiani.



Milano cambia e si evolve anche così. A volte in bene e altre in male, ma senza fermarsi mai. Chissà tra un anno quante delle cose dette in questo post sembreranno vecchie e sorpassate...




giovedì 30 marzo 2017

Piazza Gae Aulenti e il palazzo dell'esposizione (dei cappotti)


Devo ammetterlo: sono un "anti-grattacieli" quasi del tutto pentito. Continuo a pensare che le città siano più "umane" e più belle quando si sviluppano in orizzontale, più che in altezza.

E che certi torrioni poco abbiano a che fare con la tradizione delle nostre città.

Ma devo ammettere che ogni volta che passo per la zona delle ex-Varesine e dintorni mi stupisco per la magnificenza di quanto è stato costruito in questi ultimi anni.

In particolare, ogni volta che vado in piazza Gae Aulenti rimango a bocca aperta.

Sarà per la grandeur dei palazzi che la circondano, sarà per quel senso di futuro che ti colpisce tra cristalli e strutture ardite, sarà la vista dei vicini Giardini Verticali, da molti considerati tra i grattacieli più belli del mondo.

Sarà tutto questo, ma quando sono da queste parti gli occhi mi si spalancano e mi assale un senso di forza che arriva non so da dove.

Quel qualcosa che stona

Ma dopo il primo momento di stupore per tanta magnificenza, ecco che qualcosa viene a turbare la mia vista e, anche se leggermente, il mio equilibrio mentale.

È una cosa che riguarda il grattacielo più alto d'Italia, proprio quello che sovrasta piazza Gae Aulenti. È un palazzo di uffici, come viene certificato dal grande logo che fa bella mostra di sé ad altezze mai raggiunte dalle nostre parti.

Uno splendido palazzo tutto vetri e acciaio, sulla superficie del quale di giorno è possibile vedere riflesso il sole, il cielo, le nuvole. In certi momenti sembra quasi che questo colosso si mimetizzi, cielo nel cielo.

Solo di giorno, però. Perché quando scendono le prime ombre della sera e si accendono le luci dei vari uffici ecco che il gigante non riflette più il solenne mondo esterno, ma mostra senza vergogna alcuna il suo interno, fatto di persone sedute alle loro scrivanie, intente a produrre come tante formichine.

E, di fianco a loro, proprio lungo la parete di vetro che s'affaccia verso l'esterno, l'immancabile attaccapanni con il cappotto appeso.

Uno, dieci, cento, mille cappotti a evidenziare un'esposizione postmoderna da lasciare esterrefatti.

Vabbè, probabilmente non è giusto pretendere che l'arte, in questo caso l'architettura, condizioni la vita quotidiana di chi vi ha a vario titolo a che fare, ma forse questa esposizione di cappotti non è esattamente quello che si immaginavano le superpagate archistar quando pensavano all'impatto delle loro imponenti creazioni sul mondo esterno.

La precisione esagerata della Secessione

Nella Vienna di inizio '900 la storia era ben diversa. L'arte e l'architettura lì erano al loro massimo splendore e condizionavano la vita di chi le fruiva grazie ai dettami della Secessione, la famosa associazione di artisti che raccoglieva, tra gli altri, pittori come come Klimt, Schiele, Moser e architetti come Wagner, Olbrich e Josef Hoffmann.

Proprio quest'ultimo aveva progettato il Palais Stoclet di Bruxelles, uno degli esempi più raffinati del gusto architettonico di quel periodo. Hoffmann era un vero perfezionista e oltre a pensare agli esterni, alla struttura del palazzo, si era occupato anche degli arredi nel minimo dettaglio.

A tal punto che ai proprietari di questo palazzo/museo erano vietate libertà come scegliere una poltrona diversa da quella indicata e anche le saponette, si racconta, dovevano avere lo stesso colore di quello predominante del bagno in cui erano posizionate.

Una situazione limite, ben descritta nel saggio "A proposito di un povero ricco" di Adolf Loos, inizialmente membro della Secessione e in seguito uno dei suoi più irriducibili critici.

Loos racconta che durante una visita dell'architetto alla casa ultimata, questi si era soffermato sulle ciabatte del padrone di casa e:
"Il ricco abbassò lo sguardo sulle pantofole ricamate e trasse un sospiro di sollievo: questa volta poteva considerarsi innocente. Le pantofole erano state realizzate su disegno dell'architetto. E allora ribadì: «Caro architetto, non si sarà mica dimenticato che queste pantofole le ha disegnate lei?».
«Certo che no», tuonò l'architetto. «Ma le ho disegnate per la camera da letto. In questo ambiente lei rovina l'atmosfera con queste due macchie violente di colore, non vede?».

Quelle macchie scure che interrompono una magia

Ecco, senza provare rimpianto per quello che è stato giustamente definito un "tentativo di condizionare la natura e la personalità umana per mezzo della tirannide ornamentale", la sensazione che le macchie scure dei cappotti rovinino l'atmosfera di quel luogo per certi versi magico che è piazza Gae Aulenti non riesco a togliermelo dalla testa.

C'è un'unica consolazione: andiamo verso il caldo, tra pochi giorni i cappotti spariranno e gli attaccapanni resteranno vuoti.

Almeno fino al prossimo ottobre il senso estetico dei più esigenti, in Gae Aulenti, potrà essere appagato anche dopo il calar del sole.


venerdì 17 febbraio 2017

La scomparsa della signora Ornella, amata da tanti, morta in solitudine


«È morta la signora Ornella, quella della cartoleria!»

La notizia ha fatto in breve il giro del quartiere, tra manifestazioni di tristezza e di incredulità.

«Ma come, ci sono andata ieri, ci ho parlato a lungo, stava benissimo», si dice in questi casi, quando una persona viene a mancare quando è ancora giovane, all'improvviso.

Una scomparsa, quella della signora Ornella, che ha colpito soprattutto le mamme e i bambini che frequentano la vicina scuola elementare. Dall'Ornella si ordinavano i libri, da lei si compravano i quaderni, le matite, le gomme... Insomma, tutti nel quartiere la conoscevano, era un punto fisso nella vita di tanti, grandi e piccini.

Per questo la serranda della sua cartoleria di corso di Porta Vigentina è oggi divenuta una lavagna su cui molti hanno voluto attaccare un loro pensiero, un biglietto con un saluto, un disegno, un mazzo di fiori. È così che la città lascia il suo tributo ai negozianti che più di altri hanno saputo conquistarsi fiducia, rispetto e in alcuni casi addirittura amicizia. (vedi il saluto all'amico Mario, barbiere di via Ripamonti).

Una prima riflessione

Una morte, quella dell'Ornella – sì proprio con l'articolo davanti, come tutti la chiamavano qui – che genera due riflessioni.

La prima è la risposta a tutti gli amici che non vivono a Milano e che spesso domandano: «Ma come fate a vivere in città, in mezzo a tutte quelle persone che vanno e vengono, a quel caos, come dei numeri e senza punti di riferimento?».

È un mio vecchio cavallo di battaglia. «Guarda che – rispondo – in fondo in città non si vive in modo tanto diverso rispetto alle cittadine, ai paesi. Perché tu vivi nel tuo quartiere, dove hai precisi punti di riferimento. Conosci i tuoi vicini di casa (soprattutto se abiti in un palazzo di ringhiera), i tuoi colleghi di lavoro, i genitori dei compagni di scuola dei tuoi figli, tutte persone che rappresentano il tuo "giro" abituale. Poi vai sempre negli stessi negozi: il panettiere, la cartoleria, il parrucchiere...».

Anche nei grandi supermercati, giusto per citare quello che viene sempre presentato come un fulgido esempio di "spersonalizzazione" hai a che fare sempre con le stesse persone: l'addetto ai salumi, al pesce, le cassiere...

Insomma, in fondo la città non è altro che l'insieme di tante piccole cittadine. Con in più i vantaggi, però, che la città sa offrire.

La cartoleria della signora Ornella era proprio uno degli esempi che avallano questo ragionamento: quando si entrava lì si capiva di fare parte di un microsistema capace di unire tante altre persone, seppur molto diverse tra loro. Ci si sentiva, in qualche modo, a casa.

Un meccanismo, peraltro, che non è automatico, non scatta sempre e in ogni situazione, perché è basato su contatti umani positivi che quando si ripetono nel tempo riescono a divenire del tutto rassicuranti.

Una seconda riflessione

La seconda riflessione va stranamente in controtendenza rispetto alla prima e nasce dal fatto che il corpo senza vita della signora Ornella è stato scoperto in casa sua solo dopo alcuni giorni.

Già, perché una persona che sapeva riunire attorno a sé centinaia di persone, che era amata e rispettata dai bambini che oggi le scrivono e le fanno decine di disegni da attaccare sulla serranda del suo negozio, che aiutava gli immigrati e i barboni che venivano accolti nel vicino dormitorio; una persona così se n'è andata mentre era tutta sola, senza che vi fosse nessuno al suo fianco.

E solo dopo alcuni giorni, dopo avere visto quella serranda stranamente chiusa, qualcuno ha pensato di verificare che cosa le fosse capitato, arrivando alla triste e macabra scoperta.

Questo rende la scomparsa della signora Ornella – circondata da migliaia di persone nella sua vita "pubblica" ma tristemente sola nel momento in cui è giunta al culmine di quella sua "privata" – ancor più triste e dolorosa.


venerdì 27 gennaio 2017

Sabbia e sale, il mare d'inverno oggi ce l'abbiamo anche a Milano


Le vie del sale direttamente in città


Le vie del sale erano gli antichi percorsi e rotte di navigazione utilizzati anticamente dai mercanti del sale marino.  
(Wikipedia)

Il sale da sempre è un elemento prezioso, tanto che le strade che conducevano dal mare al cuore dell'Europa erano chiamate "Le vie del Sale". Non del grano, né del carbone o dell'oro. Del sale.

Perché in passato, dicono gli esperti, il sale era un elemento preziosissimo, utilizzato nell'alimentazione, sì, ma anche per la conservazione dei cibi.

Dopo secoli di dimenticanza, ormai il sale prodotto a livello industriale viaggia sulle linee ferroviarie e lungo le grandi arterie autostradali ed è reperibile ovunque, ecco che finalmente le vie del sale tornano ad avere l'importante ruolo che spetta loro.

Solo che questa volta non sono posizionate lungo gli impervi passi di montagna, oggi le vie del sale si chiamano Bligny, Vivaio, Palestro, Lorenteggio, Canonica, ecc.

Il progresso ha portato questo: le vie del sale direttamente in città. Non è più necessario fare enormi fatiche per percorrere sentieri accidentati e ripidi, attraversare boschi e procedere con difficoltà nella neve. Oggi le vie del sale le abbiamo qui, sotto casa.

E non è tutto.


Le spiagge sotto casa


Il mare l'abbiamo avuto anche a noi a Milano,
Tutto cosparso del suo bel ondeggìo che esso c'ha dentro,
Esso andava da Porta Lodovica fino in via Farini,
Via Torino tutto un scoglio,
Che c'è ancora il pesce adesso in via Spadari.

(A me mi piace il mare - Cochi e Renato)

Sì, il mare ce l'avevamo anche noi qui a Milano. Poi chissà come e perché se n'è andato. Ma per fortuna stanno tornando le spiagge. Non quelle di legno della Darsena, no. Quelle di vera sabbia che possiamo percorrere in questi giorni di gran freddo sui nostri marciapiedi.

Spianate di terra che nemmeno in Liguria, che lì la spiaggia se la mangia sempre il mare in burrasca, soprattutto in inverno. Qui di burrasca non se ne parla nemmeno, se non fosse così freddo sarebbe un piacere usare le infradito per andare al lavoro.

Il potere della "politica dell'arrangiati"

Chi dobbiamo ringraziare per queste bellissime – soprattutto dal punto di vista estetico – novità cittadine? La crisi economica, forse. O, soprattutto, i fautori del federalismo che, come si sa, da noi viene applicato all'italiana.

Nel senso che il fine ultimo del federalismo, se applicato in modo corretto, sarebbe quello di tenere i soldi qui per agevolare quanto più i servizi locali. La Regione si prende oggi parte dei ricavati delle tasse che andavano prima a Roma e lo stesso fa il Comune. Naturalmente in cambio di servizi che una volta erano erogati (o comunque avrebbero dovuto esserlo) dallo Stato e che ora sono di competenza degli Enti locali.

Molti soldi restano dunque qui, da noi. Che bello! Se non fosse che la festa è finita, aggiungono oggi i vecchi i sostenitori del federalismo, e certe cose non possono essere più a carico delle amministrazioni (anche perché oggi in molti casi – vedi Regione Lombardia – ci sono proprio loro, i fautori del federalismo, a dirigerle...).

I problemi legati alla neve invernale, ad esempio, sono diventati una questione da risolvere privatamente. Per risparmiare i soldi della pulizia delle strade, anche quelle di montagna – che i soldi pubblici servono per altre cose... – ecco che si chiede ai cittadini di spendere di tasca loro, rendendo obbligatorio l'uso di pneumatici da neve (o al limite di catene a bordo). Se la strada non viene pulita sono affari tuoi e ti becchi pure la multa, se non sei in regola.

Cosa più che comprensibile, se abiti a Livigno. Un po' meno se vivi in un posto in cui nevica una volta ogni dieci anni.

C'erano una volta gli spalatori


Così accade anche in città. Una volta a Milano a inizio inverno venivano emanati i bandi per gli spalatori. Una buona occasione per guadagnare quattro soldi per gli studenti e per chi non aveva un lavoro fisso. Un ottimo sistema per essere pronti ad affrontare in qualsiasi momento i problemi derivanti da un'eventuale forte nevicata.

Oggi questo non accade più: ogni condominio deve provvedere alla pulizia dell'area di marciapiede che gli è antistante, spazzando l'eventuale neve e spargendo sabbia o sale quanto basta. Cioè: la spesa della pulizia dei marciapiedi – per il cui eventuale uso si paga una tassa agli enti amministrativi – è a carico dei singoli condomini. Bella cosa il federalismo (all'italiana)!!!

(E finché si tratta di avere dei marciapiedi pietosi possiamo anche soprassedere. Il problema si crea quando questa politica del fai-da-te produce "vuoti di assistenza" – colmata solo dall'abnegazione di tanti italiani "eroici", molti di loro semplici volontari – come quelli che il martoriato Centro Italia sta vivendo in questi ultimi giorni. Tanto che la domanda che sorge spontanea è: questi famosi soldi che restano sul territorio, grazie al federalismo, dove caspita vanno a finire?)



Per approfondire il concetto di "Federalismo all'italiana":


martedì 27 dicembre 2016

La vita nelle case di ringhiera, là dove batte il cuore di Milano


La ringhiera
di ieri
 

Sono rimasti solo i ricordi appesi ai muri delle vecchie trattorie.
Quelle foto antiche, un po' sbiadite e virate seppia, che mostrano la ringhiera come veniva vissuta all'inizio del secolo (scorso). 

Ben visibili tra i panni stesi, una lunga fila di donne, tutte sedute e vestite in genere con colori scuri, che sferruzzano e, tra un punto croce e l'altro, si raccontano l'ultima "birichinata" del figlio della Eva, quella del secondo piano, o il nuovo disastro combinato dal Luigi, il marito dell'Angela che, ormai lo sanno tutti "passa più tempo con la bottiglia che con lei…".

La ringhiera non era semplicemente un luogo di passaggio, non solo il corridoio allo scoperto da percorrere per giungere alla porta d'entrata del proprio appartamento, spesso composto da non più di due locali, come avviene invece oggi. 

Tra muro e balaustra, rigorosamente in ferro, si vivevano momenti di grande aggregazione, ci si conosceva, si spettegolava, nascevano amori, anche. La ringhiera era quella che oggi chiameremmo una "comune"

Ognuno metteva a disposizione degli altri quello che aveva a diposizione o quello che sapeva fare. Si rompeva una lampada? Niente paura, c'era l'Oreste del primo piano che lavorava come elettricista alla Breda, si poteva dirlo lui. Il portoncino in legno si scheggiava e non si chiudeva più come prima? Poco male, si poteva chiedere all'Artemio, quello che è venuto a vivere qui lo scorso anno, che è falegname da tre generazioni. 

Per non parlare dei lavori di cucito e ricamo, che nelle giornate primaverili ed estive, quando freddo e caldo non erano tali da consigliare di restare rintanati in casa, venivano eseguiti, appunto, proprio sulla ringhiera. Se c'era qualche camicia da riparare, qualche gonna da allargare, qualche buco da rattoppare, non c'era da preoccuparsi, c'era solo l'imbarazzo della scelta.

La ringhiera di oggi

Altri tempi, certo… ma provate, ai giorni nostri, a vivere in una casa con queste caratteristiche. 

Vivere in una casa di ringhiera non è come vivere in un condominio. Sì, anche in questi palazzi si creano i classici problemi di convivenza, quelli che spesso fanno litigare, ma qui è molto più facile conoscere le persone, fermarsi a chiacchierare, scoprire nuovi amici. Nelle case di ringhiera è molto più difficile sentirsi soli.

In una casa di ringhiera possono succedere cose che altrove è impossibile si verifichino.

Vi può capitare di notare che le imposte del vostro vicino sono alcuni giorni che non si aprono. «Non c'è da preoccuparsi – assicura l'altra vicina, che abita sullo stesso ballatoio e che sa sempre tutto di tutti – è andato a trovare la figlia, ha detto che starà via una settimana!».

Vi può capitare di avere l'automobile che non si accende, alle sette di mattina, e di trovare un vicino che vi vede in difficoltà e prima di andare al lavoro vi aiuta con i suoi cavetti e al freddo e al buio invernale di Milano vi fa ripartire l'auto.

Vi può capitare che il vicino che sale le scale vi suoni il campanello per avvisarvi che avete dimenticato le chiavi nella toppa.

Vi può capitare di aiutare una vicina a sollevare l'anziana madre che è inciampata sul pianerottolo e probabilmente si è rotta una gamba, e di aiutarla ad assisterla in attesa che arrivi l'autoambulanza.

Vi può capitare di dover trasportare un armadio da piano terra al vostro appartamento e di trovare il padrone del bar di sotto che vi chiede se avete bisogno e si offre di darvi una mano così, senza chiedere niente (pur facendo una fatica enorme, perchè l'armadio è pesante e ingombrante).

E vi capiterà anche, mentre state preparando la cena, di sentire il campanello che suona e, aperta la porta, di trovarvi davanti la signorina Pina - che vive lì da quando è nata, e prima ci stavano i suoi genitori - che con un sorriso a 22 denti vi porge un piatto ricoperto da un tovagliolo bianco e vi dice: «Ho fatto le polpette, e ho pensato che vi avrebbe fatto piacere assaggiarle…».

In una casa di ringhiera vi può capitare tutto questo e anche molto altro perché, chi ci vive lo sa bene, è proprio lungo le vecchie ringhiere che pulsa il vero cuore di Milano

.
 

giovedì 24 novembre 2016

La sensazione di essermi trovato al posto giusto nel momento giusto


Il semaforo di via Francesco Sforza (foto: Google Maps)


«Mi scusi se l'ho strattonata...».
«Ma si figuri, anzi, grazie... mi sono un po' distratto... pensi che sono appena stato a fare un elettrocardiogramma...».
«Si sente bene adesso?»
«Sì, sì... sto bene... grazie ancora...».


È domenica pomeriggio. Fuori il cielo è grigio, piove, fa freddo.

Una di quelle domeniche che "chi me lo fa fare di uscire di casa?".

Chi? Tuo figlio, che ti chiede di accompagnarlo in centro per vedere quel modello di batteria che da tempo vorrebbe comprare. Gliel'hai promesso, è vero, non puoi dirgli di no.

Gli dici di cercare su internet un negozio di strumenti aperto, ce ne saranno a decine, in vista delle festività. Ne trova uno in largo Augusto. Stranamente decido di andarci in macchina, di solito sono per andare a piedi o prendere i mezzi. Ma piove...

Arriviamo vicino a largo Augusto e trovo fortunosamente un parcheggio libero. Scendiamo dall'automobile e cominciamo a cercare il negozio. Giriamo attorno alla piazza due-tre volte, senza fortuna, il negozio non esiste più! Mio figlio è affranto, su internet c'era scritto "oggi aperto" e c'erano pure gli orari della domenica.

Vabbè, non piove più, facciamo un giro in Duomo, già che ci siamo. Il solito tuffo tra la folla, un'occhiata a bocca aperta alla solita maestosità della cattedrale, che ogni volta che la si guarda riesce a stupire, una puntatina in San Babila e poi «Dai, torniamo a casa, la batteria la cercheremo un altro giorno» perché ormai è tardi, inutile andare a caccia di altre soluzioni.

Siamo al semaforo che attraversa via Francesco Sforza, all'incrocio con Corso di Porta Vittora, quella che ha la corsia preferenziale "stretta". È rosso, per noi. Mentre sto parlando con mio figlio, che è alla mia destra, sento suonare il clacson dell'autobus che sta arrivando da sinistra.

È una frazione di secondo, mi giro e alla mia sinistra intravedo un'ombra con in mano una grande busta bianca che sta scendendo dal marciapiede. D'istinto l'afferro e le do uno strattone all'indietro, mentre l'autobus sfreccia davanti ai nostri nasi.

L'ombra è un signore sulla settantina, direi, che a causa del mio strattone all'indietro "inciampa" sul cordolo del marciapiede e rischia di cadere. Riesco a tenerlo in piedi a malapena, tanto che la prima cosa che mi viene in mente di fare è chiedergli scusa per le maniere brusche che ho usato.

«Si figuri, anzi, grazie davvero, ero un po' distratto...», risponde il signore, un po' sorpreso ma con voce ferma.

Mi sincero che stia bene, ci salutiamo e ognuno va per la sua strada.

Lo sconosciuto

Ora. Io non so se ho salvato la vita a quel signore. Probabilmente all'ultimo momento si sarebbe ritratto, renendosi conto dell'arrivo dell'autobus. O forse non l'avrebbe fatto ma l'autobus l'avrebbe comunque evitato. Non lo so, queste sono cose che non è dato sapere.

Ma niente mi toglie dalla testa la sensazione che fosse scritto da qualche parte che io mi dovessi trovare quel giorno, in quel preciso momento, in quell'esatto luogo, di fianco al signore settantenne con la busta bianca in mano.

Se mio figlio non avesse voluto andare in centro alla ricerca della batteria, se io non gli avessi detto di sì, se il negozio fosse ancora esistito, se non fossimo andati in Duomo e San Babila, se non avessi trovato parcheggio in quel preciso posto. Se, se, se...

Chissà, forse nel "piano di vita" di quel signore – che ho incrociato per soli 30 secondi, non so chi sia e non rivedrò mai più – era previsto che un giorno qualcuno, uno sconosciuto, lo avrebbe strattonato e forse gli avrebbe salvato la vita.

Quello sconosciuto sono io. E indipendentemente da come sarebbero potute andare le cose sono contento di essermi trovato lì, al posto giusto e nel momento giusto.

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