giovedì 30 marzo 2017

Piazza Gae Aulenti e il palazzo dell'esposizione (dei cappotti)


Devo ammetterlo: sono un "anti-grattacieli" quasi del tutto pentito. Continuo a pensare che le città siano più "umane" e più belle quando si sviluppano in orizzontale, più che in altezza.

E che certi torrioni poco abbiano a che fare con la tradizione delle nostre città.

Ma devo ammettere che ogni volta che passo per la zona delle ex-Varesine e dintorni mi stupisco per la magnificenza di quanto è stato costruito in questi ultimi anni.

In particolare, ogni volta che vado in piazza Gae Aulenti rimango a bocca aperta.

Sarà per la grandeur dei palazzi che la circondano, sarà per quel senso di futuro che ti colpisce tra cristalli e strutture ardite, sarà la vista dei vicini Giardini Verticali, da molti considerati tra i grattacieli più belli del mondo.

Sarà tutto questo, ma quando sono da queste parti gli occhi mi si spalancano e mi assale un senso di forza che arriva non so da dove.

Quel qualcosa che stona

Ma dopo il primo momento di stupore per tanta magnificenza, ecco che qualcosa viene a turbare la mia vista e, anche se leggermente, il mio equilibrio mentale.

È una cosa che riguarda il grattacielo più alto d'Italia, proprio quello che sovrasta piazza Gae Aulenti. È un palazzo di uffici, come viene certificato dal grande logo che fa bella mostra di sé ad altezze mai raggiunte dalle nostre parti.

Uno splendido palazzo tutto vetri e acciaio, sulla superficie del quale di giorno è possibile vedere riflesso il sole, il cielo, le nuvole. In certi momenti sembra quasi che questo colosso si mimetizzi, cielo nel cielo.

Solo di giorno, però. Perché quando scendono le prime ombre della sera e si accendono le luci dei vari uffici ecco che il gigante non riflette più il solenne mondo esterno, ma mostra senza vergogna alcuna il suo interno, fatto di persone sedute alle loro scrivanie, intente a produrre come tante formichine.

E, di fianco a loro, proprio lungo la parete di vetro che s'affaccia verso l'esterno, l'immancabile attaccapanni con il cappotto appeso.

Uno, dieci, cento, mille cappotti a evidenziare un'esposizione postmoderna da lasciare esterrefatti.

Vabbè, probabilmente non è giusto pretendere che l'arte, in questo caso l'architettura, condizioni la vita quotidiana di chi vi ha a vario titolo a che fare, ma forse questa esposizione di cappotti non è esattamente quello che si immaginavano le superpagate archistar quando pensavano all'impatto delle loro imponenti creazioni sul mondo esterno.

La precisione esagerata della Secessione

Nella Vienna di inizio '900 la storia era ben diversa. L'arte e l'architettura lì erano al loro massimo splendore e condizionavano la vita di chi le fruiva grazie ai dettami della Secessione, la famosa associazione di artisti che raccoglieva, tra gli altri, pittori come come Klimt, Schiele, Moser e architetti come Wagner, Olbrich e Josef Hoffmann.

Proprio quest'ultimo aveva progettato il Palais Stoclet di Bruxelles, uno degli esempi più raffinati del gusto architettonico di quel periodo. Hoffmann era un vero perfezionista e oltre a pensare agli esterni, alla struttura del palazzo, si era occupato anche degli arredi nel minimo dettaglio.

A tal punto che ai proprietari di questo palazzo/museo erano vietate libertà come scegliere una poltrona diversa da quella indicata e anche le saponette, si racconta, dovevano avere lo stesso colore di quello predominante del bagno in cui erano posizionate.

Una situazione limite, ben descritta nel saggio "A proposito di un povero ricco" di Adolf Loos, inizialmente membro della Secessione e in seguito uno dei suoi più irriducibili critici.

Loos racconta che durante una visita dell'architetto alla casa ultimata, questi si era soffermato sulle ciabatte del padrone di casa e:
"Il ricco abbassò lo sguardo sulle pantofole ricamate e trasse un sospiro di sollievo: questa volta poteva considerarsi innocente. Le pantofole erano state realizzate su disegno dell'architetto. E allora ribadì: «Caro architetto, non si sarà mica dimenticato che queste pantofole le ha disegnate lei?».
«Certo che no», tuonò l'architetto. «Ma le ho disegnate per la camera da letto. In questo ambiente lei rovina l'atmosfera con queste due macchie violente di colore, non vede?».

Quelle macchie scure che interrompono una magia

Ecco, senza provare rimpianto per quello che è stato giustamente definito un "tentativo di condizionare la natura e la personalità umana per mezzo della tirannide ornamentale", la sensazione che le macchie scure dei cappotti rovinino l'atmosfera di quel luogo per certi versi magico che è piazza Gae Aulenti non riesco a togliermelo dalla testa.

C'è un'unica consolazione: andiamo verso il caldo, tra pochi giorni i cappotti spariranno e gli attaccapanni resteranno vuoti.

Almeno fino al prossimo ottobre il senso estetico dei più esigenti, in Gae Aulenti, potrà essere appagato anche dopo il calar del sole.


venerdì 17 febbraio 2017

La scomparsa della signora Ornella, amata da tanti, morta in solitudine


«È morta la signora Ornella, quella della cartoleria!»

La notizia ha fatto in breve il giro del quartiere, tra manifestazioni di tristezza e di incredulità.

«Ma come, ci sono andata ieri, ci ho parlato a lungo, stava benissimo», si dice in questi casi, quando una persona viene a mancare quando è ancora giovane, all'improvviso.

Una scomparsa, quella della signora Ornella, che ha colpito soprattutto le mamme e i bambini che frequentano la vicina scuola elementare. Dall'Ornella si ordinavano i libri, da lei si compravano i quaderni, le matite, le gomme... Insomma, tutti nel quartiere la conoscevano, era un punto fisso nella vita di tanti, grandi e piccini.

Per questo la serranda della sua cartoleria di corso di Porta Vigentina è oggi divenuta una lavagna su cui molti hanno voluto attaccare un loro pensiero, un biglietto con un saluto, un disegno, un mazzo di fiori. È così che la città lascia il suo tributo ai negozianti che più di altri hanno saputo conquistarsi fiducia, rispetto e in alcuni casi addirittura amicizia. (vedi il saluto all'amico Mario, barbiere di via Ripamonti).

Una prima riflessione

Una morte, quella dell'Ornella – sì proprio con l'articolo davanti, come tutti la chiamavano qui – che genera due riflessioni.

La prima è la risposta a tutti gli amici che non vivono a Milano e che spesso domandano: «Ma come fate a vivere in città, in mezzo a tutte quelle persone che vanno e vengono, a quel caos, come dei numeri e senza punti di riferimento?».

È un mio vecchio cavallo di battaglia. «Guarda che – rispondo – in fondo in città non si vive in modo tanto diverso rispetto alle cittadine, ai paesi. Perché tu vivi nel tuo quartiere, dove hai precisi punti di riferimento. Conosci i tuoi vicini di casa (soprattutto se abiti in un palazzo di ringhiera), i tuoi colleghi di lavoro, i genitori dei compagni di scuola dei tuoi figli, tutte persone che rappresentano il tuo "giro" abituale. Poi vai sempre negli stessi negozi: il panettiere, la cartoleria, il parrucchiere...».

Anche nei grandi supermercati, giusto per citare quello che viene sempre presentato come un fulgido esempio di "spersonalizzazione" hai a che fare sempre con le stesse persone: l'addetto ai salumi, al pesce, le cassiere...

Insomma, in fondo la città non è altro che l'insieme di tante piccole cittadine. Con in più i vantaggi, però, che la città sa offrire.

La cartoleria della signora Ornella era proprio uno degli esempi che avallano questo ragionamento: quando si entrava lì si capiva di fare parte di un microsistema capace di unire tante altre persone, seppur molto diverse tra loro. Ci si sentiva, in qualche modo, a casa.

Un meccanismo, peraltro, che non è automatico, non scatta sempre e in ogni situazione, perché è basato su contatti umani positivi che quando si ripetono nel tempo riescono a divenire del tutto rassicuranti.

Una seconda riflessione

La seconda riflessione va stranamente in controtendenza rispetto alla prima e nasce dal fatto che il corpo senza vita della signora Ornella è stato scoperto in casa sua solo dopo alcuni giorni.

Già, perché una persona che sapeva riunire attorno a sé centinaia di persone, che era amata e rispettata dai bambini che oggi le scrivono e le fanno decine di disegni da attaccare sulla serranda del suo negozio, che aiutava gli immigrati e i barboni che venivano accolti nel vicino dormitorio; una persona così se n'è andata mentre era tutta sola, senza che vi fosse nessuno al suo fianco.

E solo dopo alcuni giorni, dopo avere visto quella serranda stranamente chiusa, qualcuno ha pensato di verificare che cosa le fosse capitato, arrivando alla triste e macabra scoperta.

Questo rende la scomparsa della signora Ornella – circondata da migliaia di persone nella sua vita "pubblica" ma tristemente sola nel momento in cui è giunta al culmine di quella sua "privata" – ancor più triste e dolorosa.


venerdì 27 gennaio 2017

Sabbia e sale, il mare d'inverno oggi ce l'abbiamo anche a Milano


Le vie del sale direttamente in città


Le vie del sale erano gli antichi percorsi e rotte di navigazione utilizzati anticamente dai mercanti del sale marino.  
(Wikipedia)

Il sale da sempre è un elemento prezioso, tanto che le strade che conducevano dal mare al cuore dell'Europa erano chiamate "Le vie del Sale". Non del grano, né del carbone o dell'oro. Del sale.

Perché in passato, dicono gli esperti, il sale era un elemento preziosissimo, utilizzato nell'alimentazione, sì, ma anche per la conservazione dei cibi.

Dopo secoli di dimenticanza, ormai il sale prodotto a livello industriale viaggia sulle linee ferroviarie e lungo le grandi arterie autostradali ed è reperibile ovunque, ecco che finalmente le vie del sale tornano ad avere l'importante ruolo che spetta loro.

Solo che questa volta non sono posizionate lungo gli impervi passi di montagna, oggi le vie del sale si chiamano Bligny, Vivaio, Palestro, Lorenteggio, Canonica, ecc.

Il progresso ha portato questo: le vie del sale direttamente in città. Non è più necessario fare enormi fatiche per percorrere sentieri accidentati e ripidi, attraversare boschi e procedere con difficoltà nella neve. Oggi le vie del sale le abbiamo qui, sotto casa.

E non è tutto.


Le spiagge sotto casa


Il mare l'abbiamo avuto anche a noi a Milano,
Tutto cosparso del suo bel ondeggìo che esso c'ha dentro,
Esso andava da Porta Lodovica fino in via Farini,
Via Torino tutto un scoglio,
Che c'è ancora il pesce adesso in via Spadari.

(A me mi piace il mare - Cochi e Renato)

Sì, il mare ce l'avevamo anche noi qui a Milano. Poi chissà come e perché se n'è andato. Ma per fortuna stanno tornando le spiagge. Non quelle di legno della Darsena, no. Quelle di vera sabbia che possiamo percorrere in questi giorni di gran freddo sui nostri marciapiedi.

Spianate di terra che nemmeno in Liguria, che lì la spiaggia se la mangia sempre il mare in burrasca, soprattutto in inverno. Qui di burrasca non se ne parla nemmeno, se non fosse così freddo sarebbe un piacere usare le infradito per andare al lavoro.

Il potere della "politica dell'arrangiati"

Chi dobbiamo ringraziare per queste bellissime – soprattutto dal punto di vista estetico – novità cittadine? La crisi economica, forse. O, soprattutto, i fautori del federalismo che, come si sa, da noi viene applicato all'italiana.

Nel senso che il fine ultimo del federalismo, se applicato in modo corretto, sarebbe quello di tenere i soldi qui per agevolare quanto più i servizi locali. La Regione si prende oggi parte dei ricavati delle tasse che andavano prima a Roma e lo stesso fa il Comune. Naturalmente in cambio di servizi che una volta erano erogati (o comunque avrebbero dovuto esserlo) dallo Stato e che ora sono di competenza degli Enti locali.

Molti soldi restano dunque qui, da noi. Che bello! Se non fosse che la festa è finita, aggiungono oggi i vecchi i sostenitori del federalismo, e certe cose non possono essere più a carico delle amministrazioni (anche perché oggi in molti casi – vedi Regione Lombardia – ci sono proprio loro, i fautori del federalismo, a dirigerle...).

I problemi legati alla neve invernale, ad esempio, sono diventati una questione da risolvere privatamente. Per risparmiare i soldi della pulizia delle strade, anche quelle di montagna – che i soldi pubblici servono per altre cose... – ecco che si chiede ai cittadini di spendere di tasca loro, rendendo obbligatorio l'uso di pneumatici da neve (o al limite di catene a bordo). Se la strada non viene pulita sono affari tuoi e ti becchi pure la multa, se non sei in regola.

Cosa più che comprensibile, se abiti a Livigno. Un po' meno se vivi in un posto in cui nevica una volta ogni dieci anni.

C'erano una volta gli spalatori


Così accade anche in città. Una volta a Milano a inizio inverno venivano emanati i bandi per gli spalatori. Una buona occasione per guadagnare quattro soldi per gli studenti e per chi non aveva un lavoro fisso. Un ottimo sistema per essere pronti ad affrontare in qualsiasi momento i problemi derivanti da un'eventuale forte nevicata.

Oggi questo non accade più: ogni condominio deve provvedere alla pulizia dell'area di marciapiede che gli è antistante, spazzando l'eventuale neve e spargendo sabbia o sale quanto basta. Cioè: la spesa della pulizia dei marciapiedi – per il cui eventuale uso si paga una tassa agli enti amministrativi – è a carico dei singoli condomini. Bella cosa il federalismo (all'italiana)!!!

(E finché si tratta di avere dei marciapiedi pietosi possiamo anche soprassedere. Il problema si crea quando questa politica del fai-da-te produce "vuoti di assistenza" – colmata solo dall'abnegazione di tanti italiani "eroici", molti di loro semplici volontari – come quelli che il martoriato Centro Italia sta vivendo in questi ultimi giorni. Tanto che la domanda che sorge spontanea è: questi famosi soldi che restano sul territorio, grazie al federalismo, dove caspita vanno a finire?)



Per approfondire il concetto di "Federalismo all'italiana":


martedì 27 dicembre 2016

La vita nelle case di ringhiera, là dove batte il cuore di Milano


La ringhiera
di ieri
 

Sono rimasti solo i ricordi appesi ai muri delle vecchie trattorie.
Quelle foto antiche, un po' sbiadite e virate seppia, che mostrano la ringhiera come veniva vissuta all'inizio del secolo (scorso). 

Ben visibili tra i panni stesi, una lunga fila di donne, tutte sedute e vestite in genere con colori scuri, che sferruzzano e, tra un punto croce e l'altro, si raccontano l'ultima "birichinata" del figlio della Eva, quella del secondo piano, o il nuovo disastro combinato dal Luigi, il marito dell'Angela che, ormai lo sanno tutti "passa più tempo con la bottiglia che con lei…".

La ringhiera non era semplicemente un luogo di passaggio, non solo il corridoio allo scoperto da percorrere per giungere alla porta d'entrata del proprio appartamento, spesso composto da non più di due locali, come avviene invece oggi. 

Tra muro e balaustra, rigorosamente in ferro, si vivevano momenti di grande aggregazione, ci si conosceva, si spettegolava, nascevano amori, anche. La ringhiera era quella che oggi chiameremmo una "comune"

Ognuno metteva a disposizione degli altri quello che aveva a diposizione o quello che sapeva fare. Si rompeva una lampada? Niente paura, c'era l'Oreste del primo piano che lavorava come elettricista alla Breda, si poteva dirlo lui. Il portoncino in legno si scheggiava e non si chiudeva più come prima? Poco male, si poteva chiedere all'Artemio, quello che è venuto a vivere qui lo scorso anno, che è falegname da tre generazioni. 

Per non parlare dei lavori di cucito e ricamo, che nelle giornate primaverili ed estive, quando freddo e caldo non erano tali da consigliare di restare rintanati in casa, venivano eseguiti, appunto, proprio sulla ringhiera. Se c'era qualche camicia da riparare, qualche gonna da allargare, qualche buco da rattoppare, non c'era da preoccuparsi, c'era solo l'imbarazzo della scelta.

La ringhiera di oggi

Altri tempi, certo… ma provate, ai giorni nostri, a vivere in una casa con queste caratteristiche. 

Vivere in una casa di ringhiera non è come vivere in un condominio. Sì, anche in questi palazzi si creano i classici problemi di convivenza, quelli che spesso fanno litigare, ma qui è molto più facile conoscere le persone, fermarsi a chiacchierare, scoprire nuovi amici. Nelle case di ringhiera è molto più difficile sentirsi soli.

In una casa di ringhiera possono succedere cose che altrove è impossibile si verifichino.

Vi può capitare di notare che le imposte del vostro vicino sono alcuni giorni che non si aprono. «Non c'è da preoccuparsi – assicura l'altra vicina, che abita sullo stesso ballatoio e che sa sempre tutto di tutti – è andato a trovare la figlia, ha detto che starà via una settimana!».

Vi può capitare di avere l'automobile che non si accende, alle sette di mattina, e di trovare un vicino che vi vede in difficoltà e prima di andare al lavoro vi aiuta con i suoi cavetti e al freddo e al buio invernale di Milano vi fa ripartire l'auto.

Vi può capitare che il vicino che sale le scale vi suoni il campanello per avvisarvi che avete dimenticato le chiavi nella toppa.

Vi può capitare di aiutare una vicina a sollevare l'anziana madre che è inciampata sul pianerottolo e probabilmente si è rotta una gamba, e di aiutarla ad assisterla in attesa che arrivi l'autoambulanza.

Vi può capitare di dover trasportare un armadio da piano terra al vostro appartamento e di trovare il padrone del bar di sotto che vi chiede se avete bisogno e si offre di darvi una mano così, senza chiedere niente (pur facendo una fatica enorme, perchè l'armadio è pesante e ingombrante).

E vi capiterà anche, mentre state preparando la cena, di sentire il campanello che suona e, aperta la porta, di trovarvi davanti la signorina Pina - che vive lì da quando è nata, e prima ci stavano i suoi genitori - che con un sorriso a 22 denti vi porge un piatto ricoperto da un tovagliolo bianco e vi dice: «Ho fatto le polpette, e ho pensato che vi avrebbe fatto piacere assaggiarle…».

In una casa di ringhiera vi può capitare tutto questo e anche molto altro perché, chi ci vive lo sa bene, è proprio lungo le vecchie ringhiere che pulsa il vero cuore di Milano

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giovedì 24 novembre 2016

La sensazione di essermi trovato al posto giusto nel momento giusto


Il semaforo di via Francesco Sforza (foto: Google Maps)


«Mi scusi se l'ho strattonata...».
«Ma si figuri, anzi, grazie... mi sono un po' distratto... pensi che sono appena stato a fare un elettrocardiogramma...».
«Si sente bene adesso?»
«Sì, sì... sto bene... grazie ancora...».


È domenica pomeriggio. Fuori il cielo è grigio, piove, fa freddo.

Una di quelle domeniche che "chi me lo fa fare di uscire di casa?".

Chi? Tuo figlio, che ti chiede di accompagnarlo in centro per vedere quel modello di batteria che da tempo vorrebbe comprare. Gliel'hai promesso, è vero, non puoi dirgli di no.

Gli dici di cercare su internet un negozio di strumenti aperto, ce ne saranno a decine, in vista delle festività. Ne trova uno in largo Augusto. Stranamente decido di andarci in macchina, di solito sono per andare a piedi o prendere i mezzi. Ma piove...

Arriviamo vicino a largo Augusto e trovo fortunosamente un parcheggio libero. Scendiamo dall'automobile e cominciamo a cercare il negozio. Giriamo attorno alla piazza due-tre volte, senza fortuna, il negozio non esiste più! Mio figlio è affranto, su internet c'era scritto "oggi aperto" e c'erano pure gli orari della domenica.

Vabbè, non piove più, facciamo un giro in Duomo, già che ci siamo. Il solito tuffo tra la folla, un'occhiata a bocca aperta alla solita maestosità della cattedrale, che ogni volta che la si guarda riesce a stupire, una puntatina in San Babila e poi «Dai, torniamo a casa, la batteria la cercheremo un altro giorno» perché ormai è tardi, inutile andare a caccia di altre soluzioni.

Siamo al semaforo che attraversa via Francesco Sforza, all'incrocio con Corso di Porta Vittora, quella che ha la corsia preferenziale "stretta". È rosso, per noi. Mentre sto parlando con mio figlio, che è alla mia destra, sento suonare il clacson dell'autobus che sta arrivando da sinistra.

È una frazione di secondo, mi giro e alla mia sinistra intravedo un'ombra con in mano una grande busta bianca che sta scendendo dal marciapiede. D'istinto l'afferro e le do uno strattone all'indietro, mentre l'autobus sfreccia davanti ai nostri nasi.

L'ombra è un signore sulla settantina, direi, che a causa del mio strattone all'indietro "inciampa" sul cordolo del marciapiede e rischia di cadere. Riesco a tenerlo in piedi a malapena, tanto che la prima cosa che mi viene in mente di fare è chiedergli scusa per le maniere brusche che ho usato.

«Si figuri, anzi, grazie davvero, ero un po' distratto...», risponde il signore, un po' sorpreso ma con voce ferma.

Mi sincero che stia bene, ci salutiamo e ognuno va per la sua strada.

Lo sconosciuto

Ora. Io non so se ho salvato la vita a quel signore. Probabilmente all'ultimo momento si sarebbe ritratto, renendosi conto dell'arrivo dell'autobus. O forse non l'avrebbe fatto ma l'autobus l'avrebbe comunque evitato. Non lo so, queste sono cose che non è dato sapere.

Ma niente mi toglie dalla testa la sensazione che fosse scritto da qualche parte che io mi dovessi trovare quel giorno, in quel preciso momento, in quell'esatto luogo, di fianco al signore settantenne con la busta bianca in mano.

Se mio figlio non avesse voluto andare in centro alla ricerca della batteria, se io non gli avessi detto di sì, se il negozio fosse ancora esistito, se non fossimo andati in Duomo e San Babila, se non avessi trovato parcheggio in quel preciso posto. Se, se, se...

Chissà, forse nel "piano di vita" di quel signore – che ho incrociato per soli 30 secondi, non so chi sia e non rivedrò mai più – era previsto che un giorno qualcuno, uno sconosciuto, lo avrebbe strattonato e forse gli avrebbe salvato la vita.

Quello sconosciuto sono io. E indipendentemente da come sarebbero potute andare le cose sono contento di essermi trovato lì, al posto giusto e nel momento giusto.

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mercoledì 19 ottobre 2016

Quest'anno c'è stata una grande morìa di ombrelli


Quando piove nella nostra città è tutto un fiorire di ombrelli rotti. Se ne trovano un po' dappertutto: nei cestini della spazzatura, sui marciapiedi, anche negli androni di alcuni palazzi.

Gli ombrelli sono diventati ormai oggetti usa e getta, come i fazzoletti. I venditori ambulanti li vendono a 5 euro e se si è abbastanza abili e risoluti si riesce a strapparli anche a meno.

E siccome nessuno ti regala niente – perché dovrebbero cominciare a farlo gli ambulanti? – è facile concludere che il prezzo fissato è del tutto proporzionato alla qualità dell'ombrello acquistato.

Il meccanismo dettato dallo spietato mercato attuale dell'ombrello è questo: sei in giro per la città e la pioggia ti sorprende. Non hai portato con te l'ombrello ma per fortuna all'uscita della metro c'è il solito extracomunitario che vende ombrelli.

Potresti chiederti come fa a essere lì, puntuale, con gli ombrelli, proprio quando piove, anzi, quando cadono le prime gocce. Quale sito di previsioni del tempo consulta? E poi: dove li tiene, quando è bel tempo, tutti quegli ombrelli? Dove sta, come vive, che cosa vende quando non piove?

Tutte domande cui è difficile dare una risposta e forse non ne vale nemmeno la pena.

Perché ciò che conta, alla fine, è il fatto che l'extracomunitario sia lì, all'uscita della metropolitana, con tutti i suoi ombrelli colorati. Te ne compri uno che si intona bene con il tuo vestito di oggi, lo apri, ti ripari e te ne vai soddisfatto.

Nel giro di due-tre giorni – dipende anche da quanto pioverà – lo stesso ombrello finirà abbandonato da qualche parte con le stecche rotte o il pomello staccato o il meccanismo di rientro del manico inceppato o la tela lacerata.


Non è più come una volta, che l'ombrello ti accompagnava per tutta la vita, o quasi. Me ne ricordo uno che avevo ereditato (addirittura) da mio nonno, nero, pieghevole, solido, capace di riparare anche dagli acquazzoni più violenti.

Me l'hanno rubato in posta, il tempo di ritirare un bollettino – neanche di pagarlo, solo di ritirare un bollettino in bianco –, pochi secondi e già non c'era più...

Mai furto fu più felice: sono sicuro che chi me l'ha sottratto lo usa ancora oggi.

Secoli e secoli trascorsi invano

Ma il problema, se vogliamo affrontarlo da un punto di vista più ampio e articolato, è un altro. Il fatto grave è che per quanto riguarda l'argomento ombrello, inteso come "oggetto o meccanismo in grado di riparare dalla pioggia", l'ingegno umano si è mostrato, nel corso dei secoli, alquanto pigro.

Basta guardare certe foto virate seppia di fine '800. Che cosa hanno in mano le damine di quell'epoca? Ombrelli che, materiale a parte, sono in tutto e per tutto uguali a quelli di oggi.

C'è un manico che funge da impugnatura, in genere ricurvo, un'asta, una serie di stecche flessibili e una copertura di tessuto, naturale o sintetico.

Una struttura che, a grandi linee, si tramanda fin dai tempi degli antichi romani, alcuni dicono addirittura fin dagli antichi egizi o forse anche prima.

Nel frattempo l'umanità ha fatto come sappiamo passi da gigante, è anche andata sulla luna, tra poco andrà su Marte. Ma l'ombrello è sempre lì, uguale a se stesso, con le sue stecche che ti entrano negli occhi se gli passi troppo vicino.

Il manico, l'asta, le stecche, il tessuto... Ma è possibile che nessuno abbia pensato a niente di meglio, in tutti questi secoli?

Le più moderne tecnologie, le nuove frontiere della scienza, l'elettronica, la cibernetica, le ricerche della NASA...

Possibile che tutto ciò non abbia prodotto qualcosa che ci liberi finalmente da uno strumento vecchio, obsoleto, fastidioso da portarsi appresso, che ti gocciola nelle scarpe quando sei sul tram schiacciato tra mille persone e che si deforma perdendo la sua capacità riparatrice in presenza del più flebile refolo di vento?


L'appello agli inventori di tutto il mondo

Un interrogativo che ci spinge a dotare questo post di un appello finale indirizzato agli inventori di tutto il mondo:

Cari inventori di tutto il mondo, 
forza, impegnatevi, non vorrete davvero farci arrivare agli anni tremila ancora con gli ombrelli in mano. Ci sarà un sistema più pratico e meno obsoleto per ripararci dalla pioggia, no?

Sappiamo che ce la potete fare a individuarlo, su, non deludeteci.

L'umanità intera ve ne sarebbe davvero grata, per l'eternità.


Carrellata di ombrelli abbandonati









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martedì 27 settembre 2016

Proposta di "Zona 30" per le vie Agnesi, San Rocco, Altaguardia e Vannucci


Vorremmo proporre una nuova zona cittadina in cui instituire il limite di 30 chilometri all'ora per i mezzi a motore.

Potremmo chiamarle le "quattro vie". Sono quelle che in zona Porta Romana attraversano un piccolo quartiere caratterizzato per lo più da case d'epoca – di fine '800, inizio '900 – e locali con una forte personalità.

Tra cui: un antiquario, una bottega dove si fanno le bambole a mano come una volta, un paio di falegnamerie, una casa editrice indipendente, un paio di spazi d'arte espositivi, un laboratorio di pittura, un altro in cui si fanno i marron glacés e un altro ancora dove si costruiscono pianoforti, trattorie tipiche, vinerie, locali alla moda e ristoranti tra i più frequentati di Milano.

È il quartiere delimitato da Viale Sabotino, via Crema, via Giulio Romano e via Ripamonti, (nella mappa evidenziate in rosso), che al suo interno comprende quattro vie che si intersecano, tra loro, in modo quasi perpendicolare.

Le quattro vie sono, per essere precisi:

via Agnesi


Via Agnesi – Accesso da viale Sabotino

Via Agnesi – Accesso da via Giulio Romano

 

 

via San Rocco

 
Via San Rocco – Accesso da via Crema


via Altaguardia


Via Altaguardia – Sbocco di viale Sabotino

Via Altaguardia – Sbocco di via Giulio Romano


via Vannucci


Via Vannucci – Sbocco di via Ripamonti

Un quartiere/quadrilatero che è una specie di fortino 

È come se fosse una specie di fortino – del resto il nome Altaguardia pare derivi proprio dal nome di una fortificazione sopraelevata costruita ai tempi del Barbarossa – che ha solo tre punti d'accesso, le due estremità di via Agnesi – una su viale Sabotino e una su via Giulio Romano – e quella di via San Rocco, la dove si incrocia con la bella via Crema.



Un quartiere che fino a pochi mesi fa era tutto stretto attorno alla struttura che meglio di tutte lo caratterizzava: la fabbrica di mattoncini rossi che aveva l'importante funzione di ricordare – da testimone elegante, silenziosa e discreta qual era – le origini popolari e operaie dell'intero quartiere.

Fabbrichetta che, nonostante i disperati tentativi dei residenti, che hanno cercato in tutti i modi di salvarla, è stata demolita tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014.


video


...il condominio costruito al suo posto
Oggi al posto di quella struttura di inizio '900 sta per essere ultimato  un nuovo e inutile condominio che nulla ha a che spartire con l'equilibrio antico del crocicchio che, suo malgrado, si trova a ospitarlo.

Gli abitanti del quartiere lo trovano molto brutto, su questo punto sembrano essere tutti d'accordo, ma può darsi che siano prevenuti..., la gente qui era molto affezionata alla fabbrichetta rossa che c'era prima e la sua demolizione è stato un boccone amaro, davvero molto difficile da digerire.


Perché adottare il limite di 30 km/h

Ma torniamo al punto d'inizio. Il quartiere attraversato da queste quattro vie, dicevamo, si presterebbe molto bene a essere fornito di un divieto di velocità superiore ai 30 km all'ora, per vari motivi.

Parcheggio selvaggio in via Vannucci
Perché le carreggiate non sono molto larghe, sono tutte a senso unico e lo spazio riservato alla percorrenza dei mezzi è davvero ristretto, anche a causa dei parcheggi. In alcuni casi, come quello di via Vannucci e di un tratto di via Altaguardia, gli spazi riservati al parcheggio delle auto sono addirittura sia sul lato destro sia su quello sinistro.

Senza contare che spesso, soprattutto ma non solo di sera e il sabato, gli avventori dei locali pubblici parcheggiano un po' ovunque rendendo ancor più difficoltosi gli spostamenti all'interno del quadrilatero.

La "stretta" di via Altaguardia
Un tratto di via Altaguardia è inoltre senza marciapiede e anche dove questo c'è, spesso, soprattutto la mattina, i pedoni sono costretti a camminare sulla carreggiata perché il passaggio è intralciato dai bidoni della spazzatura non ancora ritirati dopo il passaggio degli addetti alla nettezza urbana. Con auto e moto che passano a velocità sostenuta spesso si crea una situazione di pericolo.

Vicino, in via Giulio Romano ci sono due scuole, un'elementare e un istituto tecnico. Poi, sempre in Giulio Romano c'è la chiesa di Sant'Andrea con l'oratorio e non lontano c'è parco Ravizza e, non dimentichiamolo, l'Università Bocconi. Al venerdì buona parte della zona è occupata dal mercato rionale.

Via Vannucci con il doppio parcheggio
Situazioni che prevedono il passaggio di molti pedoni o ciclisti di tutte le età, dai più piccoli ai più anziani. I marciapiedi sono stretti, a volte difficili da percorrere perché ci sono moto o biciclette parcheggiate.

Sarebbe bello se potessero essere allargati, magari anche sacrificando qualche parcheggio (questo non subito, magari quando il car sharing sarà sempre più utilizzato ed efficiente e le macchine in circolazione, finalmente, saranno di meno).


Lo slargo di via Altaguardia
Qualcuno, nel quartiere, è andato anche oltre, ipotizzando la posa di porfido – quello rialzato, che induce le auto e le moto a procedere a passo d'uomo – e la creazione di alcune aiuole nello slargo di via Altaguardia, proprio quello su cui si affaccia il nuovo (brutto) palazzo.

Non è una cattiva idea, anzi: renderebbe questo angolo di Milano ancor più vivibile e servirebbe se non altro a rasserenare in parte i residenti della zona che si trovano a passare davanti al nuovo (indesiderato) arrivato.




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