sabato 14 ottobre 2017

La vita triste e solitaria del capotreno


Ho preso il treno appena in tempo. Stava quasi partendo, sono salito sulla prima carrozza trafelato, con il biglietto in mano non timbrato.

Cerco il capotreno, non vorrei pagare la multa. Gli spiego la situazione: «Me lo può annullare lei?». Sì, ci scrive sopra la data, qualche ghirigoro, forse ha messo anche la firma.

Il treno è partito e il capotreno ora è seduto accanto a me. Ha voglia di parlare, mi sembra.

«Vede – mi dice – se io adesso percorro tutto il treno trovo almeno 50 persone che non hanno il biglietto. È sempre così, il numero è più o meno quello».

«Bene, dirà lei. Sono 50 multe, soldi incassati dalle ferrovie, l'azienda vive probabilmente anche di questo... E invece no. Di queste 50 persone, almeno 45 non hanno in tasca né soldi, né documenti. Gli chiedo i soldi e mi dicono di non averne e mi ridono in faccia, quando va bene. Gli faccio il verbale? Ma se non hanno nemmeno i documenti... Niente, non pagheranno mai. Una volta scesi dal treno chi li vede più?».

«A quel punto, allora, dovrei denunciarli. Ma se lo faccio, alla prima stazione arriverebbe la polizia e quindi il treno si dovrebbe fermare. E vaglielo a spiegare ai passeggeri che questa sera torneranno a casa tardi per colpa di un capotreno precisino, che poi voglio vedere se alla fine quelli li pagano, il biglietto e la multa».

«E infatti è quasi sempre così, biglietto e multa non sarebbero comunque pagati. La polizia trattiene un po' i trasgressori e poi che cosa può fare? Metterli in galera? No, dopo un paio di ore li deve lasciare andare e tutto è come prima. Ce li ritroviamo sul treno il giorno dopo».

«Allora, per il bene di tutti, dovrei fare a meno di controllare i biglietti ai soggetti che, non è difficile individuarli, il biglietto non ce l'hanno. Sì, facile. Se non fosse che provi lei a dare la multa a un passeggero perché si è dimenticato di timbrare il biglietto quando nello stesso vagone non hai multato chi il biglietto proprio non ce l'ha... Crede che il passeggero "smemorato" sia contento?».

«Insomma, come mi muovo è un casino. Si sorprende, quindi, se sempre meno spesso i controllori – che poi per inciso sono quasi sempre anche capotreni e hanno ben altre responsabilità oltre a quella di controllare – passano a verificare la validità dei biglietti?».

E così dicendo, sospirando, si è alzato, mi ha salutato ed è risalito stancamente lungo il vagone, senza chiedere nulla ai passeggeri seduti di qua e di là.
 



sabato 29 luglio 2017

Le luci perennemente accese dell'ex Provveditorato agli Studi di Milano

L'ex sede del Provveditorato agli Studi in via Ripamonti
In questi caldi giorni estivi un post veloce, anzi velocissimo.

Si riduce in una sola domanda: è normale che a Milano le luci del palazzo del vecchio Provveditorato agli studi, in via Ripamonti 42, siano perennemente accese?

Fateci caso. Passate di mattina, di pomeriggio e anche di notte: le luci del piano terra sono sempre accese, senza interruzione.

Non sappiamo da quando lo siano, noi ce ne siamo accorti per la prima volta qualche mese fa,  sappiamo solo che il palazzo in questione – di proprietà dell'Enpam, l'ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici – non ospita più gli uffici del Provveditorato dall'inizio del 2006.

È in stato di abbandono: facciate scrostate, molti vetri rotti, graffiti un po' dappertutto.

Ma le luci, quelle, sono sempre accese.

È così ricco l'Ente previdenziale dei medici, da potersi permettere di pagare una bolletta così dispendiosa e, soprattutto, così inutile?


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mercoledì 28 giugno 2017

Vasco Rossi e le sue canzoni, come sono volati questi ultimi 40 anni


Quarant'anni con le canzoni di Vasco, sembra impossibile siano passati così in fretta. Era la fine degli anni '70. C'erano gli scioperi, i rapimenti, le Brigate Rosse.

Ma c'era anche la voglia di crescere, di correre, di conoscere, di gioire e, perché no, anche di soffrire. C'era la gioventù, soprattutto. Quarant'anni con le canzoni di Vasco, quanti ricordi segnati dalle sue parole e dalla sua musica.

Mi ricordo la prima volta come se fosse ieri. Ero in cucina, la radio con la sveglia incorporata – mai usata per quella funzione, se non giusto per provarne l'effetto – era accesa e un'emittente locale stava trasmettendo una canzone che dire sgangherata era dir poco. "Domani sera scrivo a mia madre... ". In parte cantata e in parte recitata, mi incuriosì e alzai il volume "...ma non ci si può rilassare, i russi possono arrivare, ogni ora, ogni ora...". Mia madre era lì vicino e disse fulminea, forse presagendo il "rischio" che stavo correndo: «Che cos'è questa roba? Non sarà mica una canzone...». Ma era troppo tardi, ero ormai stato fulminato da "(Per quello che ho da fare) Faccio il militare", la mia prima canzone di Vasco ("Silvia", "La nostra relazione", "Jenny è pazza", pur precedenti, le avrei scoperte dopo).

Mi ricordo "Albachiara" e "La strega", ma soprattutto "Fegato, fegato spappolato". Mi piaceva ascoltarla a tutto volume, chiuso nella mia stanza, mi sembrava di essere libero, grande, al di sopra di tutto e di tutti.

Mi ricordo i miei amici che storcevano il naso e dicevano che Vasco Rossi non andava bene. Non era un cantautore, non parlava di politica, non era impegnato. Io rispondevo che comunque sapeva raccontare una generazione, la nostra, in quel momento forse anche più dei vari De Gregori, De Andrè, Guccini, Bertoli, Lolli... che pur (quasi tutti) amavo e ascoltavo a ripetizione.

Mi ricordo altri amici che, al contrario, non sopportavano Vasco Rossi perché era un drogato, uno spinellato, uno sballato. Ascoltarlo, per loro, era fastidioso, fin pericoloso. E chi l'acoltava era "sospettabile". A me non interessava la vita che faceva, sapevo semplicemente che le sue parole e la sua musica mi facevano sentire libero.

E mi riconoscevo e mi lasciavo trascinare da tante sue canzoni, anche da quelle che parlavano d'amore (spesso travagliato), sapete come sono gli anni del liceo...: "Canzone" (per me la migliore di tutte quelle "tenere"), "Anima fragile", "Brava", "Incredibile romantica", "Ciao", "Toffee", "Una canzone per te", "Dormi, dormi"...

Molte sue canzoni erano puro divertimento. "Asilo republic" "Va bè (se proprio te lo devo dire)", "Colpa d'Alfredo", "Ieri ho sgozzato mio figlio", "Io non so più cosa fare", "Susanna", "Sono ancora in coma", "Non l'hai mica capito", "Voglio andare al mare", "Deviazioni", "Che ironia", "Ti taglio la gola", "Mi piaci perché", "Lunedì"...

Altre lasciavano un segno profondo, a me l'hanno lasciato: "Siamo solo noi", un vero inno, quella che ho ascoltato di più, e poi ancora "Ogni volta", "La noia", "Valium", "Tropico del Cancro", "Bollicine", "Portatemi Dio", "Dimentichiamoci questa città", "Vita spericolata", "Vado al massimo", "Splendida giornata", "Cosa succede in città"...

Tutte le canzoni che ho citato sono quelle che ho vissuto "in diretta", le ho ascoltate, cantate, appunto vissute. Arrivano fino a "C'è chi dice no", che è dell'87. Dieci anni, un quarto della carriera di Vasco. Basterebbe fermarsi qui per raccontare di uno dei punti fermi della storia della nostra musica leggera.

E invece dopo sono venuti altri pezzi che nella storia ci sono entrati eccome, che ho ascoltato un po' da lontano, alcuni comunque con grande assiduità e trasporto.

Penso a "Vivere" e "Senza parole" che sono tra le mie preferite in assoluto, "Liberi liberi", "Gli angeli", "Sally" (com'era ispirato, qui, il Vasco!), "...Stupendo", "io no...", "Rewind!",  (come non ricordare il video), "Siamo soli", "Stupido Hotel" altra mia preferita, "Un senso"...

Le canzoni degli ultimi album, lo ammetto, le ho un po' perse di vista. Ma non ho comunque paura di annoiarmi: di Vasco ci sono almeno 40, forse 50 canzoni che rappresentano per me qualcosa. Come lui, per quanto mi riguarda, solo De Gregori, Battisti, Dalla, De Andrè, Bennato e Battiato. Tra tutti saranno almeno 300 canzoni (che so in larga parte a memoria) che hanno inciso sensibilmente sulla mia vita e hanno contribuito – può sembrare esagerato ma ne sono convinto – a farmi diventare, nel bene e nel male, quello che sono.

Vasco l'ho incontrato due volte, per strada, in Francia. La prima passeggiava nel centro di una cittadina di mare, da solo, con una retina da pesca appoggiata alla spalla da cui pendeva un sacchetto di plastica con dentro, immagino, il costume bagnato. La seconda vicino al porto della stessa cittadina, sempre solo. Ci siamo incrociati, io spingevo il passeggino con mio figlio. Ci siamo scambiati un ciao, il suo quasi più timido del mio.


Aggiungo, e concludo, che varcati i 50 ho partecipato finalmente al rito estivo musicale milanese degli ultimi decenni: il concertone di San Siro.

Lì ho avuto la percezione di quello che è davvero, oggi, Vasco Rossi: attorno a me persone di tutte le età, dai 16 ai 60 anni, cantavano a squarciagola le sue canzoni.

È uno che è riuscito a diventare un punto di incontro tra i "vecchi" (ma andiamoci piano con le parole...) e i giovani. Dite voi se è poca cosa.

lunedì 29 maggio 2017

"Pulisci Milano", la campagna che non vedremo mai affissa sui muri


Se è vero che nella testata di questo blog si parla di "Analisi serie e semi-serie", quello che segue è il post perfetto, che meglio di ogni altro può star bene in questo contesto.

Qui vorremmo parlare, infatti, di quello che immaginiamo sia il grosso problema delle agenzie di comunicazione e di pubblicità che lavorano a Milano e su Milano.

Un problema di cui si parla davvero poco, perché "scomodo" e difficile da raccontare, e che quindi riteniamo di fare qui su Milanau, se non per la prima volta, quasi.

Una comunicazione diretta ed efficace

Quando si organizzano grandi campagne legate alle realtà cittadine, ormai da parecchi anni, si usano sempre più slogan che vedono un semplice verbo affiancato al nome della città interessata.

Quello che le altre città possono fare...
Pensiamo alle iniziative "Pulisci Roma", "Profuma Pescara", "Esplora Firenze", "Scopri Palermo", ecc. ecc.

Messaggi essenziali, che vanno direttamente al punto e non hanno bisogno di spiegare troppo nel dettaglio ciò che si intende veicolare. È sufficiente lo slogan accompagnato da un'immagine, una comunicazione davvero efficace!

Una grande fortuna che, purtroppo, non appartiene a Milano. Quell'ano finale, infatti impedisce l'utilizzo di ogni slogan di questo tipo.

Quell'ano finale che rovina tutto

Te la immagini la città affissa in ogni suo angolo con cartelli che riportano a grandi lettere lo slogan "Pulisci Milano". «Di che cosa si tratta?» potrebbe domandarsi un passante soprapensiero, di una campagna legata alla pulizia personale? Anche "Profuma Milano", invece di un'iniziativa volta a distribuire fiori in tutta la città potrebbe essere intesa in quel senso.

Per non parlare di "Esplora Milano", "Scopri Milano", "Conquista Milano", "Contempla Milano" ecc. tutti inviti su cui si potrebbe equivocare. Come trovare le persone famose disposte a diventare testimonial di queste iniziative?

Il giochetto può essere riportato all'infinito, chiunque può provare a pensarci un po' e scovare decine di slogan – alcuni anche più espliciti e cruenti – impossibili da utilizzare.

Il grande paradosso

Al di là dell'aspetto pecoreccio e ridanciano, è un problema serio, per chi fa comunicazione (e anche per chi scrive libri turistici e legati al territorio).

Ed è l'espressione di un vero e proprio paradosso: Milano, la capitale italiana delle case editrici oltre che delle agenzie pubblicitarie, di PR e di comunicazione, è la città più difficile da veicolare!

Chi l'avrebbe mai detto? (e infatti non lo dice mai nessuno, o quasi).


mercoledì 26 aprile 2017

Negozi che aprono e chiudono, ecco come cambia, senza sosta, Milano

I cambiamenti "sociali" dela nostra città possono essere letti anche attraverso l'apertura e la chiusura delle attività commerciali che si affacciano su vie, viali e piazze.

I negozi, al giorno d'oggi, aprono e chiudono alla velocità della luce. Certe attività durano lo spazio di una stagione, si accendono all'improvviso come un fiammifero e proprio come un fiammifero si consumano in un tempo brevissimo.


Il boom (e lo sboom) delle sigarette elettroniche

Ne abbiamo avuto un esempio lampante un paio di anni fa, con l'arrivo dei negozi di sigarette elettroniche. La novità dell'oggetto, la chimera della possibilità di smettere di fumare, la possibilità di utilizzarlo anche negli ambienti chiusi aveva fatto della sigaretta elettronica un vero e proprio must cui pochi avevano saputo rinunciare.

Nel giro di poche settimane i punti vendita di queste sigarette erano sorti come funghi, e tutti erano strapieni di fumatori, ex-fumatori o semplici curiosi, desiderosi di provare questo nuovo ritrovato della scienza.

Contiamoli ora, quei negozi. La maggior parte di loro è scomparsa, non ce n'è più traccia. Sarà colpa del fatto che nel frattempo qualcuno ha detto che le sigarette elettroniche fanno comunque male alla salute, che passata la novità i fumatori sono ritornati alle sigarette tradizionali, che nei locali pubblici non è più possibile fumarle.

Difficile individuare un solo motivo della chiusura di questi negozi, l'unica cosa certa è che sono diminuiti di molto e, anzi, sembrano essere scomparsi quasi del tutto (così come i fumatori con quell'aggeggio appeso al collo con la catenella).


Lo sboom delle palestre

Una categoria che più di altre ha risentito, e risente tuttora, della crisi, è quella delle palestre. Negli anni 80-90 e all'inizio del 2000 ce n'erano ovunque e tutte lavoravano moltissimo. I prezzi erano quasi inavvicinabili e riuscire a ottenere uno sconto su abbonamenti annuali blindatissimi era una speranza vana.

Com'è diversa ora, la situazione. Le poche palestre ancora esistenti sopravvivono solo grazie a offerte e a prezzi risicatissimi, impensabili solo qualche anno fa.


Il boom delle pizzerie

Un altro fenomeno che negli ultimi anni ha registrato molte aperture è quello delle pizzerie. Negli ultimi tre lustri a Milano sono aumentate di numero in maniera esponenziale. Se ne contano più di 9mila, oggi, un migliaio più che a Napoli.

Un po' alla volta, in città sono sbarcati tutti o quasi i nomi dei pizzaioli più conosciuti all'ombra del Vesuvio, con locali rigogliosi, fiammeggianti e posizionati nei punti più "caldi" del turismo e della movida.

Alcuni di questi già hanno chiuso, altri si sono consolidati e hanno raddoppiato, se non triplicato gli spazi.


Lo sboom delle banche e degli uffici postali

Quando si passa davanti a tre-quattro-cinque vetrine vuote, attraverso cui si intravedono grandi spazi liberi con cavi che pendono dal soffitto e pareti e pavimenti con ombre lasciate dai mobili portati via, si può essere certi: lì prima c'era una banca o un ufficio postale.

Il sistema bancario italiano sembra reggere la crisi – a volte anche grazie a certi aiutini – ma intanto le filiali diminuiscono sempre più. Se prima le banche più importanti avevano uno o anche due punti di riferimento in ogni quartiere, oggi i clienti si vedono sempre più chiudere le filiali sotto casa, e si trovano accorpati in altre più o meno lontane.

Effetto dovuto anche alla nascita di sempre più sicuri ed efficienti servizi di home banking, che permettono di svolgere le azioni bancarie direttamente dal proprio computer, senza spostarsi da casa. Bello, ma vallo a spiegare alle persone più anziane, che hanno poca dimestichezza con questi diabolici aggeggi elettronici...

Lo stesso effetto, quello della chiusura, che nell'ultimo decennio ha colpito anche gli uffici postali, il cui numero ha subito un drastico ridimensionamento con grande scorno degli utenti, anche in questo caso soprattutto di quelli più anziani.


Il boom dei centri massaggi e dei negozi di unghie

Un duplice boom che è conseguenza di un altro boom, quello della presenza di cinesi nella nostra città. Ci si domanda come si poteva fare a meno, prima, di tutte queste estetiste ungueali e di tutte queste professioniste del massaggio.

Forse è giusto, però, distinguere le due attività. Nella prima gli interni dei negozi sono ben visibili, con tutte quelle poltrone affiancate ai tavolini con forbici e limette e tutte quelle ragazze attaccate alle dita delle clienti (e in alcuni casi anche dei clienti).

Nella seconda le vetrine sono oscurate e nulla, o quasi, si sa dei massaggi che lì vengono effettuati.


Lo sboom delle librerie

Le librerie, purtroppo, sono quasi del tutto scomparse, uccise dai grandi baracconi del centro ma, anche o forse soprattutto, dalla vendita online.

Nel mese di marzo, lo diciamo con tristezza, in Porta Romana hanno chiuso due librerie, a pochi giorni l'una dall'altra. Una delle due è la libreria "La Tramite" di via Muratori, uno storico negozio che arricchiva un angolo della piazza della Porta con le sue ricche vetrine.


Il boom dei centri e laboratori di analisi

Una volta le analisi di sangue, urine, ecc. erano fatte all'ospedale. Oggi no, le si possono fare a pochi passi da casa, grazie al fiorire senza sosta di centri diagnostici.

Ce ne sono di tutti i tipi e di tutte le "marche" e tutto sommato sono molto comodi: sai che bello – in certi specifici casi – poter partire da casa con la provetta già pronta, solo da consegnare...


Lo sboom dei barbieri

Ormai i barbieri vecchia maniera sono merce rara, soppiantati per lo più da coiffeur unisex, anche in questo caso spesso di origine cinese.

Quando ne trovano uno decente, sopravvissuto non si sa come al cambiamento dei tempi, i maschi si scambiano le informazioni, con il risultato che le code presso questi sopravvissuti hanno raggiunto dimensioni simili a quelle che si creano negli ospedali quando si tratta di fare una risonanza magnetica.


Il boom di sartorie e calzolai

È l'ultima delle mode, figlia più di ogni altra della crisi. C'è stato un tempo che le scarpe con il buco nella suola venivano buttate via. Che le camicie con il collo e i polsini lisi erano utilizzate come stracci per la polvere.

Oggi non è più così, per molti. Le scarpe vengono risuolate, ricucite, riadattate fin tanto che è possibile e ai capi di abbigliamento viene donata una nuova vita con sistemazioni che solo pochi anni fa erano considerate "cose da poveracci".

E se le sartorie sono quasi del tutto appannaggio dei cinesi – ancora loro, aspetto che dà una volta di più il metro di come stiano contribuendo a cambiare la nostra città – i calzolai presenti a Milano sono invece in maggioranza italiani.



Milano cambia e si evolve anche così. A volte in bene e altre in male, ma senza fermarsi mai. Chissà tra un anno quante delle cose dette in questo post sembreranno vecchie e sorpassate...




giovedì 30 marzo 2017

Piazza Gae Aulenti e il palazzo dell'esposizione (dei cappotti)


Devo ammetterlo: sono un "anti-grattacieli" quasi del tutto pentito. Continuo a pensare che le città siano più "umane" e più belle quando si sviluppano in orizzontale, più che in altezza.

E che certi torrioni poco abbiano a che fare con la tradizione delle nostre città.

Ma devo ammettere che ogni volta che passo per la zona delle ex-Varesine e dintorni mi stupisco per la magnificenza di quanto è stato costruito in questi ultimi anni.

In particolare, ogni volta che vado in piazza Gae Aulenti rimango a bocca aperta.

Sarà per la grandeur dei palazzi che la circondano, sarà per quel senso di futuro che ti colpisce tra cristalli e strutture ardite, sarà la vista dei vicini Giardini Verticali, da molti considerati tra i grattacieli più belli del mondo.

Sarà tutto questo, ma quando sono da queste parti gli occhi mi si spalancano e mi assale un senso di forza che arriva non so da dove.

Quel qualcosa che stona

Ma dopo il primo momento di stupore per tanta magnificenza, ecco che qualcosa viene a turbare la mia vista e, anche se leggermente, il mio equilibrio mentale.

È una cosa che riguarda il grattacielo più alto d'Italia, proprio quello che sovrasta piazza Gae Aulenti. È un palazzo di uffici, come viene certificato dal grande logo che fa bella mostra di sé ad altezze mai raggiunte dalle nostre parti.

Uno splendido palazzo tutto vetri e acciaio, sulla superficie del quale di giorno è possibile vedere riflesso il sole, il cielo, le nuvole. In certi momenti sembra quasi che questo colosso si mimetizzi, cielo nel cielo.

Solo di giorno, però. Perché quando scendono le prime ombre della sera e si accendono le luci dei vari uffici ecco che il gigante non riflette più il solenne mondo esterno, ma mostra senza vergogna alcuna il suo interno, fatto di persone sedute alle loro scrivanie, intente a produrre come tante formichine.

E, di fianco a loro, proprio lungo la parete di vetro che s'affaccia verso l'esterno, l'immancabile attaccapanni con il cappotto appeso.

Uno, dieci, cento, mille cappotti a evidenziare un'esposizione postmoderna da lasciare esterrefatti.

Vabbè, probabilmente non è giusto pretendere che l'arte, in questo caso l'architettura, condizioni la vita quotidiana di chi vi ha a vario titolo a che fare, ma forse questa esposizione di cappotti non è esattamente quello che si immaginavano le superpagate archistar quando pensavano all'impatto delle loro imponenti creazioni sul mondo esterno.

La precisione esagerata della Secessione

Nella Vienna di inizio '900 la storia era ben diversa. L'arte e l'architettura lì erano al loro massimo splendore e condizionavano la vita di chi le fruiva grazie ai dettami della Secessione, la famosa associazione di artisti che raccoglieva, tra gli altri, pittori come come Klimt, Schiele, Moser e architetti come Wagner, Olbrich e Josef Hoffmann.

Proprio quest'ultimo aveva progettato il Palais Stoclet di Bruxelles, uno degli esempi più raffinati del gusto architettonico di quel periodo. Hoffmann era un vero perfezionista e oltre a pensare agli esterni, alla struttura del palazzo, si era occupato anche degli arredi nel minimo dettaglio.

A tal punto che ai proprietari di questo palazzo/museo erano vietate libertà come scegliere una poltrona diversa da quella indicata e anche le saponette, si racconta, dovevano avere lo stesso colore di quello predominante del bagno in cui erano posizionate.

Una situazione limite, ben descritta nel saggio "A proposito di un povero ricco" di Adolf Loos, inizialmente membro della Secessione e in seguito uno dei suoi più irriducibili critici.

Loos racconta che durante una visita dell'architetto alla casa ultimata, questi si era soffermato sulle ciabatte del padrone di casa e:
"Il ricco abbassò lo sguardo sulle pantofole ricamate e trasse un sospiro di sollievo: questa volta poteva considerarsi innocente. Le pantofole erano state realizzate su disegno dell'architetto. E allora ribadì: «Caro architetto, non si sarà mica dimenticato che queste pantofole le ha disegnate lei?».
«Certo che no», tuonò l'architetto. «Ma le ho disegnate per la camera da letto. In questo ambiente lei rovina l'atmosfera con queste due macchie violente di colore, non vede?».

Quelle macchie scure che interrompono una magia

Ecco, senza provare rimpianto per quello che è stato giustamente definito un "tentativo di condizionare la natura e la personalità umana per mezzo della tirannide ornamentale", la sensazione che le macchie scure dei cappotti rovinino l'atmosfera di quel luogo per certi versi magico che è piazza Gae Aulenti non riesco a togliermelo dalla testa.

C'è un'unica consolazione: andiamo verso il caldo, tra pochi giorni i cappotti spariranno e gli attaccapanni resteranno vuoti.

Almeno fino al prossimo ottobre il senso estetico dei più esigenti, in Gae Aulenti, potrà essere appagato anche dopo il calar del sole.


venerdì 17 febbraio 2017

La scomparsa della signora Ornella, amata da tanti, morta in solitudine


«È morta la signora Ornella, quella della cartoleria!»

La notizia ha fatto in breve il giro del quartiere, tra manifestazioni di tristezza e di incredulità.

«Ma come, ci sono andata ieri, ci ho parlato a lungo, stava benissimo», si dice in questi casi, quando una persona viene a mancare quando è ancora giovane, all'improvviso.

Una scomparsa, quella della signora Ornella, che ha colpito soprattutto le mamme e i bambini che frequentano la vicina scuola elementare. Dall'Ornella si ordinavano i libri, da lei si compravano i quaderni, le matite, le gomme... Insomma, tutti nel quartiere la conoscevano, era un punto fisso nella vita di tanti, grandi e piccini.

Per questo la serranda della sua cartoleria di corso di Porta Vigentina è oggi divenuta una lavagna su cui molti hanno voluto attaccare un loro pensiero, un biglietto con un saluto, un disegno, un mazzo di fiori. È così che la città lascia il suo tributo ai negozianti che più di altri hanno saputo conquistarsi fiducia, rispetto e in alcuni casi addirittura amicizia. (vedi il saluto all'amico Mario, barbiere di via Ripamonti).

Una prima riflessione

Una morte, quella dell'Ornella – sì proprio con l'articolo davanti, come tutti la chiamavano qui – che genera due riflessioni.

La prima è la risposta a tutti gli amici che non vivono a Milano e che spesso domandano: «Ma come fate a vivere in città, in mezzo a tutte quelle persone che vanno e vengono, a quel caos, come dei numeri e senza punti di riferimento?».

È un mio vecchio cavallo di battaglia. «Guarda che – rispondo – in fondo in città non si vive in modo tanto diverso rispetto alle cittadine, ai paesi. Perché tu vivi nel tuo quartiere, dove hai precisi punti di riferimento. Conosci i tuoi vicini di casa (soprattutto se abiti in un palazzo di ringhiera), i tuoi colleghi di lavoro, i genitori dei compagni di scuola dei tuoi figli, tutte persone che rappresentano il tuo "giro" abituale. Poi vai sempre negli stessi negozi: il panettiere, la cartoleria, il parrucchiere...».

Anche nei grandi supermercati, giusto per citare quello che viene sempre presentato come un fulgido esempio di "spersonalizzazione" hai a che fare sempre con le stesse persone: l'addetto ai salumi, al pesce, le cassiere...

Insomma, in fondo la città non è altro che l'insieme di tante piccole cittadine. Con in più i vantaggi, però, che la città sa offrire.

La cartoleria della signora Ornella era proprio uno degli esempi che avallano questo ragionamento: quando si entrava lì si capiva di fare parte di un microsistema capace di unire tante altre persone, seppur molto diverse tra loro. Ci si sentiva, in qualche modo, a casa.

Un meccanismo, peraltro, che non è automatico, non scatta sempre e in ogni situazione, perché è basato su contatti umani positivi che quando si ripetono nel tempo riescono a divenire del tutto rassicuranti.

Una seconda riflessione

La seconda riflessione va stranamente in controtendenza rispetto alla prima e nasce dal fatto che il corpo senza vita della signora Ornella è stato scoperto in casa sua solo dopo alcuni giorni.

Già, perché una persona che sapeva riunire attorno a sé centinaia di persone, che era amata e rispettata dai bambini che oggi le scrivono e le fanno decine di disegni da attaccare sulla serranda del suo negozio, che aiutava gli immigrati e i barboni che venivano accolti nel vicino dormitorio; una persona così se n'è andata mentre era tutta sola, senza che vi fosse nessuno al suo fianco.

E solo dopo alcuni giorni, dopo avere visto quella serranda stranamente chiusa, qualcuno ha pensato di verificare che cosa le fosse capitato, arrivando alla triste e macabra scoperta.

Questo rende la scomparsa della signora Ornella – circondata da migliaia di persone nella sua vita "pubblica" ma tristemente sola nel momento in cui è giunta al culmine di quella sua "privata" – ancor più triste e dolorosa.


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