lunedì 27 agosto 2012

Cose che succedono (forse) per caso

Questa cosa mi è successa qualche mese fa, ma solo adesso ho realizzato che potrebbe essere utile parlarne su Milanau.

Ho fatto cambiare due gomme alla mia auto, da un gommista che ha l'officina quasi sotto a casa. Dopo un giorno o due, mia moglie (io l'auto in città riesco per fortuna a non usarla) ha cominciato a sentire dei fastidiosi rumori provenire dalla zona della ruota anteriore sinistra. Qualche botta per qualche buca della strada, abbiamo pensato. Ma il rumore, è aumentato sempre più.

Quei rumori insopportabili

Una sera, tre giorni dopo il cambio delle gomme, siamo andati a Bergamo, con i bambini. All'andata, in autostrada, il rumore era abbastanza forte. Al ritorno era diventato insopportabile. Mi sono fermato per vedere se c'era qualcosa che penzolava all'interno della ruota da cui provenivano i suoni misteriosi. Ho cercato di capire se c'era qualcosa di rotto, ma non ho trovato niente, anche perché era sera tarda e la luce era  scarsa. Ho percorso l'autostrada a non più di 40 all'ora, attirandomi le ire di automobilisti e, soprattutto, camionisti.

Il giorno dopo ho portato l'auto da un meccanico. Ero in ufficio da pochi minuti quando è suonato il telefono. «Scusi, ma lei è matto ad andare in giro così?». «Perché, scusi?» «Perché lei stava perdendo una ruota, su quattro bulloni ce n'era attaccato ancora solo uno. Lei ha rischiato la vita...».

«Qualcuno le ha svitato i bulloni di notte...»

Sì, ho rischiato la vita. Io e la mia famiglia. Sono andato dal gommista, quello quasi sotto casa e gli ho raccontato, cercando di restare calmo, quello che mi era capitato. «Lei parcheggia l'auto sulla strada? Ah, ecco, qualcuno le ha di sicuro svitato i bulloni di notte», ha risposto. «Lo fanno, sa?!? Non è di certo colpa nostra», ha concluso con la sua espressione sorridente e quanto mai sicura di sé.

Già, ha ragione lui, non potrò mai verificare se la colpa sia sua o no. So solo che mi piacerebbe conoscere quella persona che decide di prendere di mira un'auto a caso, in un parcheggio sulla strada, lungo una via, togliere il copricerchio, svitare tre bulloni (con la chiave che si è portato con sé) e rimettere al suo posto lo stesso copricerchio. Il tutto così, per puro divertimento...

Da quel gommista non ci torno più!

Il mondo è pieno di pazzi, questo è vero. Ma io da quel gommista non ci torno più di sicuro. Anche perché le gomme che ho cambiato quella volta erano solo due, mentre con le altre due, queste le parole del mio "amico", potevo «percorrere ancora un bel po' di chilometri». Se non fosse che fin da subito una delle due ha cominciato a perdere pressione regolarmente, poco alla volta, e l'altra si è consumata in modo sospetto fino a diventare liscia, dopo poche settimane, perché probabilmente male bilanciata (oppure perché la gomma "buona"mi è stata sostituita con un'altra già consumata, chissà...). Tre prove, dicono i grandi detective, fanno una colpa (e forse a volte ne bastano anche solo due...).

E qui veniamo al motivo per cui ho deciso di raccontare questi fatti: c'è per caso in giro qualcuno cui sia capitato qualcosa del genere, a Milano, negli ultimi tempi? Chissà mai che si scopra che certe cose non succedono per caso...

P.S.: è chiaro che questo non è un atto d'accusa indiscriminato nei confronti di tutti i gommisti milanesi, ci mancherebbe. Il tentativo di individuare eventuali mele marce presenti tra loro è finalizzato piuttosto a difendere l'onorabilità e la serietà del lavoro che caratterizza in generale la loro categoria.

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martedì 21 agosto 2012

Bentornato, Samarani Cafè
(ma il finale non è allegro)


Ci passavo davanti quasi tutti i giorni, ma mai mi era venuto in mente di fermarmi lì, per un pranzo o anche solo per un veloce caffè. Eppure oggi ci sono voluto andare per scelta, perché mi piace la storia di questo bar. O meglio, mi piace la nuova direzione che ha preso la storia di questo bar.

Sto parlando del Samarani Cafè, locale per il quale non ho paura di fare pubblicità, tra poco ne capirete il perché.

E' un locale che, quando lo vedo aperto, mi mette tranquillità. Perché sono contento sia stato riaperto, semplicemente per questo. Così come ero contento, qualche giorno fa, che l'avessero chiuso. Meglio spiegare la faccenda, per chi non ne avesse mai sentito parlare.

A inizio luglio questo storico bar milanese, che si affaccia sotto i portici di piazza Diaz, a pochi passi dal Duomo, era stato posto sotto sequestro dalla Guardia di Finanza perché considerato di proprietà di persone appartenenti a una cosca mafiosa, con conseguente chiusura al pubblico.

Salvato il lavoro di diciotto dipendenti

Ma poco più di un mese più tardi, qualche giorno prima di Ferragosto, il bar ha riaperto i battenti, a sorpresa. Perché il Samarani è stato nel frattempo (a tempo di record) affidato dallo Stato a un amministratore giudiziario che ne gestisce ora le sorti, salvando così il posto di lavoro e lo stipendio dei diciotto dipendenti che erano improvvisamente rimasti a casa. Una riapertura che rappresenta un vero successo, tanto che gli incassi fatti in questi pochi giorni sembrano essere il doppio di quelli denunciati lo scorso anno dalla vecchia gestione, cosa che aggiunge un sorriso a una situazione già di per sé positiva.

Un bellissimo messaggio, mi sembra. Un esempio di come si debba condurre la lotta alla mafia, colpendola nei suoi aspetti economici senza danneggiare chi della mafia è, per un verso o per l'altro, vittima. Una situazione che mi rasserena e che, potete giurarlo, mi farà andare spesso a pranzare al Samarani.

Almeno lì sono sicuro che i miei soldi verranno impiegati nel giusto modo. A sentire quello che si dice in giro, infatti, non è che nella totalità degli altri locali milanesi si possa pensare la stessa cosa...


Samarani Cafè, aggiornamento giugno 2014

Putroppo no, il Samarani non ce l'ha fatta a rimanere aperto. Sono ormai mesi, in pratica dall'inizio dell'anno, che sulla vetrina è esposto il cartello "Chiuso per inventario".

Dentro, lo si intravede dai vetri, tutto è rimasto al suo a posto. Ma la polvere ormai, si intravede anche questo, sta avendo il sopravvento, come succede in quei luoghi abbandonati in fretta e furia che vediamo spesso nei film in cui vengono raccontate storie di catastrofi o di epidemie.

Non conosciamo il motivo di questa chiusura e un po' ne siamo anche sorpresi, perché ci sembrava che l'attività del caffè fosse ormai riavviata con successo.

Peccato, speriamo non sia un'occasione persa. E, soprattutto, che non sia la fine ingloriosa di quello che aveva tutte le carte in regola per diventare un simbolo di legalità ed efficienza (due parole che dalle nostre parti sembrano essere sempre più "fuori moda").


2017
Il Samarani ha riaperto, ci dicono. Non sappiamo chi sia il nuovo gestore, ma ne siamo contenti: quel locale abbandonato e polveroso a pochi passi dal Duomo non faceva certo fare una bella figura alla nostra città. Speriamo solo sia la fine definitiva delle sue vicissitudini...
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giovedì 16 agosto 2012

Milano, impressioni d'agosto

Mattina,
ore 8 e 30. 

Colazione in un bar nella nostra zona, mai visto prima.
«Da quanti giorni siete aperti?» la domanda sorge spontanea. «Da quante ore, vorrà dire. Oggi è il nostro primo giorno», la risposta.
E' il 16 agosto, ci siamo solo noi due, nel locale, con tre persone di servizio. Ci prendiamo le brioche, ci sediamo a un tavolino sistemato proprio davanti al bancone e ordiniamo caffè d'orzo e cappuccino.
La ragazza è tra noi e il bancone e quando il suo collega dice che caffè e cappuccino sono pronti, ci dice, con gentilezza, che possiamo andarli a prendere...
Mi alzo e porto le tazze al tavolino. «Cominciano bene...», penso tra me e me (e la stessa cosa, è evidente, la pensa mia moglie, che mi sta seduta di fronte).
«E' stato di vostro gradimento?», chiede con inusitato trasporto da neobarista il cassiere, al momento di pagare. «Sì, certo» rispondiamo mentre usciamo, lasciando le tre persone di servizio da sole, forse molto felici per questi due nuovi clienti conquistati.

Pausa pranzo, ore 13 e 15.

Fame. Il mio solito baretto è chiuso. Poco male, l'occasione per scoprire qualcosa di nuovo. In una grande via vicina al mio ufficio, un bar con tavolini sul marciapiede e tanta gente seduta, soprattutto turisti stranieri. Mi siedo, ordino piadina con bresaola, caprino e rucola. Aspetto, mentre leggo le ultime news su Twitter.
Arriva la piadina. C'è la bresaola, c'è la rucola e c'è anche il brie. Io odio il brie. Me ne sto zitto, non ho il tempo di aspettare una nuova piadina e mi mangio quella che mi hanno portato. Ordino il caffè e quando la ragazza me lo porta le dico: «Guardi che io avevo chiesto caprino». Lei, con naturalezza e con il suo accento slavo, mi risponde: «Sì, ma era finito...».
Vabbè, paghiamo. Vado alla cassa, l'altra ragazza mi dice che fanno 6 euro e 50. Conto i soldi, glieli consegno e lei mi dice grazie. Momento di silenzio, i nostri sguardi si incrociano per una frazione di secondo. Lei tace, mostra di andarsene.
«Mi può dare lo scontrino, per favore», la blocco. «Sì, certo» dice lei, con naturalezza e con il suo accento dell'Est, mentre pigia i tasti della cassa.
Esco, me ne torno in ufficio.


Oggi, 16 agosto 2012, a Milano è una giornata un po' così.


#evergreen Leggi la lettera ai milanesi in vacanza pubblicata lo scorso agosto 2011 su Milanau: «Cari Milanesi che siete in vacanza, quest'anno non tornate in città...».


lunedì 6 agosto 2012

Quella inutile terza corsia delle nostre autostrade


L'allargamento del tratto dell'Autostrada dei Laghi che va da Lainate fino a Como (per ora solo in quella direzione) sta per essere ultimato. Ancora poche notti di lavori e di disagi per gli automobilisti e poi quel tratto autostradale potrà mostrare in tutto il suo splendore le sue tre fiammanti corsie.

L'allargamento di quel tratto autostradale, lungo poco più di 23 km, in aggiunta ad altre opere accessorie – un nuovo svicolo, barriere antirumore, ecc. – costerà, a lavori ultimati, circa 434 milioni di euro.

Una bella cifra, non c'è che dire, che va ad aggiungersi a tutte quelle equivalenti o superiori impiegate per donare a molte altre autostrade italiane una terza corsia.

Un'esigenza che sembra essere sempre più riconosciuta dai nostri governanti – a tutti i livelli, da quelli nazionali a quelli semi-locali – che dimostrano di non viaggiare mai in auto, se non con vetture blu con lampeggianti attivi, che si fanno strada prepotentemente nel traffico ed evitano ogni tipo di impedimento stradale.

I soldi investiti in terze corsie sono soldi buttati via

Sì, perché i soldi utilizzati per costruire le terze corsie autostradali sono soldi, possiamo dirlo ad alta voce, buttati via. È sufficiente uscire dalla nostra città e viaggiare lungo le nostre arterie principali – basta imboccare l'autostrada per Bergamo, per esempio, oppure quella che porta a Genova – per rendersi conto che gli italiani nella corsia più esterna non ci viaggiano mai.

Può esserci anche tutta la strada libera, ma riuscire a vedere auto in ordine sulla corsia di destra è quasi impossibile. Lì ci stanno solo i camion, i camper, i pullman, anche questi mezzi senza però esagerare...

Gli altri, guidatori di automobili di ogni cilindrata, da quella minima a quella più potente, viaggiano con costanza nelle corsie di sorpasso anche se procedono a velocità limitate.

Perché? Forse perché si sentono più sicuri, in mezzo alla strada. Opppure perché ritengono che procedere nella corsia di destra sia un'onta e al contrario viaggiare in quella di centro, anche se non c'è nessuno a destra, sia un diritto.

Basterebbe conoscere il Codice della strada

O, forse, perché non conoscono il Codice della strada, che all'art. 143, comma 5, prescrive:
"Salvo diversa segnalazione, quando una carreggiata è a due o più corsie per senso di marcia, si deve percorrere la corsia più libera a destra; la corsia o le corsie di sinistra sono riservate al sorpasso". 
Un comportamento illegale, dunque, quello dell'occupazione senza motivo delle altre corsie, che può portare a una multa di 155 euro con decurtamento di 4 punti della patente. Ci piacerebbe sapere se qualcuno ha mai dovuto pagare un'ammenda per un comportamento di questo tipo. Illegale perché pericoloso, oltre che poco educato nei confronti degli altri automobilisti.

Insomma, il traffico caotico delle nostre autostrade è rimasto tale nonostante gli ampliamenti apportati in questi ultimi anni, perché la terza corsia è sempre vuota e si riempie solo in caso di code che bloccano lo scorrimento del traffico.

Saranno dunque tutti soldi spesi inutilmente, quelli investiti in operazioni di questo tipo, finché non si procederà a un'efficace opera di educazione stradale degli italiani (basta oltrepassare un qualsiasi confine per capire che questo è un fenomeno soprattutto nostrano...).

E l'unico modo efficace per educare gli italiani - triste dirlo ancora una volta ma è così – è toccarli in quello che gli è più caro, cioè il portafoglio.

Care forze dell'ordine che operate sulle autostrade italiane, quando comincerete a farlo?

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mercoledì 1 agosto 2012

Area C, vagone di un treno
che conduce al futuro


«Evviva, l'Area C non c'è più!». Questo il grido di gioia di tutti coloro che in questi giorni, con somma soddisfazione, possono finalmente ritrovarsi fermi in coda, come ai vecchi tempi, nelle strade del centro cittadino. Vuoi mettere la comodità di procedere dieci centimetri ogni quarto d'ora ma comunque comodamente seduti nella propria vettura, in confronto a doversi sobbarcare comode ma odiose trasferte a piedi, in bicicletta, con lo scooter o, peggio che peggio, con gli odiati mezzi pubblici.

Finalmente il milanese puro, quello vero che ama fino in fondo la sua città e vuole viverla in ogni suo centimetro, può essere quanto mai felice per la chiusura di Area C, scrivendo su Twitter: "E ora tutti alle Colonne in automobile a festeggiare". Finalmente gli oppositori dell'amministrazione Pisapia possono cantare vittoria e sbeffeggiare il sindaco e la sua giunta, ritenuti capaci solo di mettere le mani nelle tasche dei cittadini.

Via Santa Sofia, ore 8 e 45 di giovedì 1° agosto 2012

Vie intasate, come non accadeva da mesi

Così oggi, mercoledì 1° agosto 2012, le strade del centro sono intasate come non lo erano nemmeno nello scorso mese di dicembre. Al calore soffocante dell'estate si aggiunge quello dei motori fermi ai semafori e in coda. Le finestre devono essere tenute chiuse, perché gli scarichi dei tubi di scappamento sono tornati a essere aggressivi come non ci ricordavamo più. Ma l'importante è essere felici, poter scorrazzare (si fa per dire) in centro, sentendosi padroni assoluti della città.

Tornerà, l'Area C, o qualcosa del genere, questo c'è da giurarlo. Ma questa parentesi di ritorno al passato ha dimostrato una cosa, se comunque ce ne fosse bisogno. Che si può influire sulla mentalità della gente solo toccandole il portafoglio. Perché Quella di Area C è stata fin da subito una battaglia di civiltà, il tentativo di rendere la città di Milano più vivibile, cercando di inculcare ai milanesi e ai visitatori – per lavoro o per turismo – il principio che questa città "può essere migliore senza auto".

Niente ticket d'ingresso? In centro tornano le auto!

Cominciando dal centro, certo, ma con la previsione di allargare quanto più e al più presto l'area interessata dal controllo dei flussi di traffico. Ma solo facendo pagare una quota di ingresso si riescono a convincere molti cittadini a lasciare a casa l'auto e a servirsi dei mezzi pubblici. E quindi, ora che il pagamento non c'è più, ecco che sono tornate le auto. Per incidere sulla mentalità sono con molta probabilità necessari anni, forse decenni, bisogna influire sulle generazioni future, attraverso l'insegnamento prestato da quelle presenti. Che si comportano in un certo modo, questa è la dimostrazione, solo quando vengono toccate in quanto gli è più caro, cioè nel portafoglio.

Forse l'errore di base – se vogliamo cercarlo – è stato quello di fare passare Area C come un intervento che mira soprattutto alla diminuzione dello smog cittadino. I rilievi, dicono i detrattori degli accessi nel centro a pagamento, dimostrano che l'inquinamento è diminuito in modo relativo, dunque Area C è solo utile ad arricchire le casse comunali. Ignorando, o fingendo di ignorare, che questo centro di Milano senza auto (o quasi) è diventato molto più bello, vivibile, percorribile. Lo dicono tutti quelli che ci vivono o che ci si devono recare ogni giorno, questo è un dato che è difficile contestare.

Via Francesco Sforza, stesso giorno e stessa ora

Ma il traffico aiuta davvero ad aumentare le vendite?

Poi ci sono i commercianti che si lamentano, certo. Non per sminuire le loro richieste, ma l'impressione è che i commercianti si lamentino sempre e comunque vadano le cose. La domanda è: possibile che un negozio di via Torino, corso Magenta, via Manzoni, dove per lo più è impossibile parcheggiare, venga così fortemente penalizzato dalla chiusura del traffico? Questo è un concetto che fatichiamo a comprendere.

Se così fosse il Quadrilatero, quasi tutto isola pedonale, avrebbe dovuto chiudere i battenti da tempo immemorabile. Allora, forse, è solo un problema di qualità. O forse è semplicemente una questione di crisi generalizzata, o di offerta che è spesso troppo estesa rispetto a una domanda che tende sempre più a diminuire, soprattutto per quanto riguarda tutto ciò che può essere considerato – in tempi di difficoltà economiche – effimero. Qualcuno ha poi cominciato a pensare a quanto influisca, ormai, l'aspetto degli acquisti online, spesso molto convenienti rispetto a quelli effettuabili nei negozi e soprattutto fruibili stando comodamente seduti sul proprio divano? Ma forse è meglio e più sbrigativo, sicuramente meno impegnativo, puntare il dito su Area C...

L'esempio che arriva da Stati Uniti e Germania

Il mondo sta cambiando, cerchiamo di rendercene conto. Negli Stati Uniti le grandi città si stanno organizzando per offrire una vita migliore ai loro residenti, ovunque si sta lavorando per diminuire il traffico, lo smog, il consumo di energie inutili e dannose per la salute. Anche le grandi città europee, molte di loro, sono già avanti da questo punto di vista. Provate a farvi un giro in Germania, tanto per farvi un'idea di quello che vuol dire vivere in una grande città impostata all'insegna della vivibilità. Area C è una piccola misura – se rapportata a tutto quello che c'è da fare – che va in questa direzione, quella verso cui sta cercando di andare il resto del mondo civile. Gli interessi di bottega – spesso mascherati da interessi di bassa politica e di costante e continua ricerca di porzioni di potere – possono portare a vincere alcune piccole battaglie, ma sono destinati a perdere, senza speranza per loro, la guerra finale.

A meno che non si voglia restare al palo, e perdere anche questo treno. Perché Area C rappresenta il piccolo vagone di un grande convoglio che – ancor più di altri tanto acclamati – è destinato a portarci diritti al futuro, a farci restare a pieno diritto tra i Paesi considerati civili. Milano lo è sempre stata, tra le realtà civili del mondo, e alla fine riuscirà a ritagliarsi anche in futuro il ruolo di città protagonista che le spetta per tradizione, nonostante tra i suoi cittadini ci siano anche quelli che hanno festeggiato, "sgasando" con la loro automobile in centro città, per la sospensione di Area C.

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martedì 17 luglio 2012

Se Nicole Minetti se ne va,
lombardi umiliati e offesi

L'aula del Consiglio regionale
Premessa: se il nostro fosse un Paese normale, questo sarebbe un articolo-commento normale. Non essendolo il primo, può essere scritto e letto solo come un paradosso il secondo.

Come lombardi ci sentiamo offesi, e non vorremmo sentirci anche umiliati. Siamo la Regione più produttiva d’Italia, il fiore all’occhiello del nostro Paese. Frutto di una politica accorta, dicono in molti, e della serietà dei nostri politici.

Il Consiglio regionale lombardo, non a caso, da molti (e a ragione) viene definito la terza Camera italiana, che si va a posizionare subito dopo il Senato e quella dei Deputati. A comporlo viene costantemente chiamato il fior fiore (!) della classe politica locale e grazie a questo le eccellenze regionali, in tutti i campi, sono ben riconosciute anche oltre i nostri confini. E allora, ecco che non può che darci fastidio il fatto che ci sia chi, senza apparente motivo, chieda per ragioni sconosciute – con molta probabilità di opportunità di natura strettamente politica – le dimissioni di un consigliere. Anzi, per essere precisi, di una consigliera. Stiamo parlando, non sarà sfuggito a nessuno, di Nicole Minetti.

La Minetti, inserita nel listino bloccato di Formigoni

Fatto grave, non c’è dubbio. Ma come, una giovane e intraprendente donna regolarmente eletta a rappresentare il popolo lombardo dovrebbe dimettersi perché persone estranee allo stesso Consiglio, per ragioni strettamente politiche, glielo chiedono in modo insistente? Ma perché dovrebbe farlo? Ha forse combinato qualcosa di grave? Oppure è diventata improvvisamente indegna di occupare lo scranno consigliare?

L’offesa arrecata alla Lombardia e al suo operoso popolo è ancora più grave se si pensa che la suddetta Minetti non ha dovuto nemmeno passare attraverso il giudizio degli elettori, ma è stata inserita nel listino di Roberto Formigoni, il candidato alla presidenza della Regione del centrodestra (Pdl più Lega Nord) che poi è risultato vincitore delle ultime elezioni.

È chiara l’utilità di tale listino: riunire un gruppo di persone d’eccellenza che, forse perché meno conosciute alla grande massa, rischierebbero di non essere elette se si presentassero alle elezioni. Ma per la loro capacità, integrità, professionalità, ecc. sono ritenute troppo importanti per non essere annoverate tra i componenti del Consiglio e allora la legge offre ai candidati alla presidenza della Regione l’opportunità di poterli inserire in un proprio listino, così che queste persone speciali possano arrivare direttamente alla carica di consigliere in caso di vincita del loro “pigmalione”.

Così è accaduto per la Minetti. Formigoni ha ritenuto che di lei non poteva fare a meno. Lei era poco conosciuta al grande pubblico, o perlomeno sconosciute erano le sue capacità in fatto di politica. Per questo Formigoni ha ritenuto di non poter rischiare che non fosse eletta e l’ha inserita nel suo listino, portandola, grazie alla sua vittoria, a fare parte della Terza Camera italiana. Un gesto lungimirante, non c’è che dire, che rischia ora di essere vanificato dalle richieste insistenti, provenienti da altrove, di dimissioni che la riguardano.

Formigoni deve dire «no, grazie!» a Berlusconi

Una pressione esterna che, riteniamo, Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, non deve accettare. Così come ha difeso finora la sua fidata consigliera dalle richieste provenienti dalle forze di opposizione – che, chissà perché, chiedevano a loro volta che se ne andasse – deve ora mostrare la stessa integrità e forza d’animo e dire “no, grazie” anche a queste nuove richieste, provenienti dal suo stesso partito e in particolare dal suo leader, Silvio Berlusconi. Formigoni, lo ripetiamo, non può accettare questo diktat.

Se lo facesse, anche lui pare averlo capito, diventerebbe il grande sconfitto di tutta la vicenda. Le dimissioni forzate non colpirebbero la sola Minetti, ma anche e soprattutto lui, che si vedrebbe con clamore sconfessare una scelta da lui fatta e sempre difesa, anche quando forse ne avrebbe fatto volentieri a meno. Forse che il vero bersaglio, politico, di questa richiesta sia proprio lui?

Ma, considerazioni di questo tipo a parte, se Formigoni non ha motivi per ridere, ancor meno ne abbiamo noi lombardi che da lui, in Italia e nel mondo, siamo più o meno degnamente rappresentati. E' per questo che di tutta questa vicenda, alla fine, i veri umiliati e offesi saremmo proprio noi. E non è che la cosa ci farebbe proprio un grande piacere...

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lunedì 9 luglio 2012

Di G8 e della funzione
delle telecamere di sicurezza

Katia, Stefano e Susanna non stavano più nella pelle. Era il luglio del 2001 e tra due giorni avrebbero rotto la solita routine del lavoro in ufficio e sarebbero andati a Genova, dove avrebbero partecipato – tutti e tre per la prima volta – a una grande manifestazione contro i poteri forti, quelli che governano il mondo e ne decidono le sorti senza tenere conto delle esigenze e dei diritti dei più deboli.

«Ci sarà il G8 – dicevano –, una cassa di risonanza fantastica, il messaggio di quelli che protestano farà il giro del mondo».

Con grande entusiasmo alla volta di Genova

Un grande entusiasmo, alla loro partenza. Un sentimento ben diverso da quello che avrebbero raccontato ai loro amici al loro rientro in ufficio, qui a Milano, tre giorni dopo. Faticavano a raccontare, cercavano di capire che cosa era successo ma non ci riuscivano, ricordavano momenti di grande paura e terrore, misti ad altri di altrettanto grande stupore per come si erano messe le cose.

A un certo punto, così avevano racontato, insieme a tante altre persone come loro – che il giorno dopo sarebbero tornate nei loro uffici a fare il loro solito lavoro di routine – si erano trovati chiusi tra due cordoni di polizia, in una stretta via. La polizia avanzava e la pressione e la paura aumentavano in uguale misura. Solo l'apertura di un varco – chissà, forse la polizia era stata attratta da qualcos'altro – aveva evitato che le persone si calpestassero a vicenda nella ricerca disperata di una via di scampo. Loro erano lì solo per partecipare gioiosamente a una manifestazione, com'era possibile che si fossero trovati coinvolti in azioni di guerriglia urbana di questo genere?

Una sentenza contro i capi delle forze dell'ordine

Questa è una domanda che molti si sono portati dentro per tanto tempo e che ancora non ha trovato una risposta convincente. Ma almeno oggi una sentenza ha decretato che qualcuno – cioè tutti coloro che ai quei tempi erano a capo delle forze dell'ordine coinvolte negli scontri di Genova – in quel frangente sbagliò completamente l'approccio a una situazione delicata e degna di grande attenzione. Quanto fu compiuto all'interno dell'ormai famigerata scuola Diaz – dove molti manifestanti che lì dormivano furono sorpresi nella notte, violentemente percossi, minacciati e, come dice la sentenza, senza nessun valido motivo arrestati – è stato oggi riconosciuto definitivamente come reato, e questo è un passo avanti per tutti coloro che credono che con la violenza non si ottenga niente di buono, men che meno se a usarla sia addirittura lo Stato.

Molti sono stati riconosciuti colpevoli e pagheranno per questo. Ma molti altri non subiranno mai le conseguenze delle scelte scellerate che fecero tra le strade del capoluogo ligure. E non pagheranno conseguenze, di sicuro, i politici che indirizzarono in questa occasione l'azione delle forze dell'ordine, coloro che balzati da poco al comando della nostra nazione avevano ritenuto di poter utilizzare Genova come banco di prova per una nuova stagione, quella che avrebbero voluto governare con l'utilizzo del pugno di ferro. Doveva essere come una sorta di avvertimento, Genova. «Sappiate che da questo momento si cambia, adesso ci pensiamo noi a ristabilire l'ordine...», solo che a Genova la forza fu usata in modo vigliacco, contro i più deboli, mentre i veri nemici, quelli che stavano mettendo a ferro e fuoco la città, furono lasciati liberi di sfogare tutta la loro violenza senza essere in alcun modo frenati.

Finalmente un po' di giustizia è stata fatta

Ma ora finalmente, un po' di giustizia è stata fatta. E, soprattutto, qualcuno ha chiesto scusa per quanto accaduto. L'ha fatto l'attuale capo della polizia Antonio Manganelli, che ha voluto al tempo stesso scusarsi con chi ha subito danni – fisici e psicologici – da quella vicenda ma anche ricordare quanto di buono fanno tutti i giorni le forze dell'ordine presenti sul nostro territorio. Sì, perché non bisogna confondere le due cose.

È vero, è sempre difficile restare lucidi e non fare di tutta l'erba un fascio quando ci si trova davanti a un vigile accusato di avere sparato nella schiena, in pieno giorno, a una persona che è a pochi metri di distanza e sta cercando di fuggire. Oppure distinguere tra il particolare e il generale quando una persona muore sotto le mani di alcuni agenti durante un controllo, con alcuni filmati "rubati" che mostrerebbero un trattamento troppo duro da parte degli stessi agenti.


Oppure quando si vedono due poliziotti (in borghese) che distruggono con pugni e calci il viso di una persona anziana che ha avuto la sfortuna di capitare sulla loro strada. O, ancor più, farlo quando si scopre che quei due stessi poliziotti avevano scritto nel verbale, redatto dopo il fatto, che erano stati loro a essere stati assaliti e che si erano dovuti difendere da un'aggressione. Per fortuna erano stati ripresi da una telecamera di sicurezza: se così non fosse stato, l'uomo con il volto distrutto si sarebbe beccato una denuncia e forse adesso sarebbe rinchiuso in una cella.

 

A che cosa servono le telecamere di sicurezza

E' difficile ma bisogna riuscire lo stesso a farlo. Non può, non deve venire a mancare la fiducia nelle autorità. «A far male – ha detto uno dei reduci della scuola Diaz – non sono state solo le botte e le minacce dei poliziotti, ma soprattutto la fine della fiducia nelle forze dell'ordine e nello Stato, che esse rappresentano. Quando chi ti dovrebbe difendere ti attacca senza un giusto motivo, allora non hai più davvero nessuno su cui contare, ti senti completamente abbandonato e vivi nel terrore, perché in qualsiasi momento chiunque potrebbe sconvolgere la tua vita senza doverne rendere conto a nessuno».

Una frase forte, che dovrebbe essere scritta dietro le scrivanie di tutti i capi di polizia, carabinieri, ecc. Perché non può esistere in nessuna parte del mondo civile che le telecamere di sicurezza installate ormai ovunque diventino uno strumento utile a difendersi dai soprusi di chi, invece di fare il proprio dovere di difensore dell'ordine pubblico, approfitta della divisa per sfogare la propria violenza ai danni di indifesi cittadini. Non sono state installate per questo, quelle telecamere.

Le parole di Manganelli sono dunque molto, molto importanti. Anche perché rappresentano un giusto contraltare all'assordante silenzio di tutti coloro che sono stati i veri protagonisti, diretti e indiretti, della scandalosa vicenda legata agli avvenimenti del G8 di Genova. Nessuno di loro ha mai chiesto scusa. Forse perché, e qui sta il problema, sono ancor oggi convinti di avere agito nel migliore dei modi possibile. Il modo migliore per far perdere ai cittadini la (già poca) fiducia nello Stato.


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