lunedì 16 marzo 2015

Rimborsi di Trenitalia, è tutta
una questione di lunghezza


Il biglietto del treno non utilizzato viene rimborsato da Trenitalia solo se la somma spesa è di almeno 10 euro.

Questa la regola assurda, senza un'apparente spiegazione logica, fissata da Trenitalia. Non è una voce di corridoio, è proprio così, è successo a me.

Ero in Stazione Centrale dovevo prendere il treno per Varese, all'ultimo momento il viaggio è saltato. Avevo però già acquistato il biglietto, in uno dei distributori automatici posti al di fuori della biglietteria. Ho comprato solo il biglietto d'andata – al prezzo di 6 euro – e quando ho scoperto che non avrei più preso quel treno ho pensato che era una bella fortuna non avere buttato anche i soldi del ritorno.

Ma mi è anche venuto in mente che forse avrei potuto farmi rimborsare il prezzo del biglietto, visto che a Varese non mi capita spesso di andare, non ci andrò di sicuro nei prossimi mesi.

Allora me ne sono sceso bel bello in biglietteria con il mio biglietto non timbrato per chiedere il rimborso. E la risposta è stata quella che ho anticipato: «Ci spiace, possiamo riborsare unicamente spese sopra i 10 euro».

Ma perché? mi chiedo. Forse che chi ha speso meno di 10 euro ha meno diritti di chi ne ha spesi di più? Vogliamo sostenere che chi fa viaggi più lunghi è più meritorio di ottenere il rimborso di chi si accontenta di spostamenti più brevi? Forse che Trenitalia ha deciso di attuare una discriminazione nei confronti di chi ce l'ha più corto, il viaggio?

Pensa te, se facevo andata e ritorno mi rimborsavano il biglietto, così invece non vedo un euro!

Ma vi sembra una cosa normale? C'è qualcuno che se ne può occupare (magari il Codacons)?

Grazie!


giovedì 12 febbraio 2015

Tante scuse alla dolce Federica

Se non siete una donna, se non vi chiamate Federica, se non avete circa 55/60 anni, se non siete state nei primi anni '70 (e in particolare nel 1971) in vacanza al mare a Sestri Levante, se non siete probabilmente milanesi potete fare a meno di leggere questo post.

A meno che qualcuno che ha queste caratteristiche non sia una vostra parente, o amica, o anche una semplice conoscente. In quel caso vi prego di continuare la lettura e, soprattutto, di segnalare questo post a quella persona.

In vacanza a Sestri Levante con il mio amico Piz

Nel 1971, quando avevo sette anni compiuti, ho trascorso le mie vacanze estive a Sestri Levante, ospite della famiglia del mio amico Piz. Una bellissima vacanza, per la prima volta lontano dalla mia famiglia. Ero un bambino abbastanza sveglio, mi dicono, ma anche molto timido e poco esperto della vita extra casalinga ed extra famigliare. A parte la scuola – avevo appena frequentato la seconda elementare – avevo avuto davvero poche occasioni di vivere al di fuori delle mie quattro mura domestiche e per questo ero abbastanza ingenuo e poco preparato ad affrontare le asperità della vita.

Forte di questa mia genuinità, mi sono trovato un giorno ad assistere a una partita di calcetto giocata da alcuni adolescenti – avranno avuto almeno 15/16 anni – nello spazio all'aperto del bar della spiaggia.

Attorno al calcetto c'erano tre ragazzi e una ragazza. Ancora mi ricordo alcuni particolari. La ragazza era abbastanza carina, per quanto lo poteva apparire a un bambinetto poco smaliziato di sette anni quale ero, e il ragazzo che giocava con lei, pensavo tra me, faceva parecchio il bullo per fare colpo su di lei: «Dai Federica! – diceva ogni volta che la palla capitava tra gli omini "rullati" dalla tipa –, forza Federica... grande Federica!!!». Insomma sottolineava con enfasi ogni mossa della fanciulla, nella speranza di essere ricambiato da generosi e ammiccanti sorrisi.

La partita era avvincente e io, posizionato dietro a una delle porte, tendevo ad affacciarmi sul calcetto per vedere bene dove andava a finire la pallina, tanto che un paio di volte il bulletto mi aveva detto con modo brusco di stare indietro con la testa, che davo fastidio.

Quando un pensiero ti passa per la testa...

Al decimo «Brava Federica, sei fortissima!» del ragazzotto, mi era passato per la testa un improvviso pensiero. Mi era venuta in mente mia madre che, un pomeriggio che eravamo in casa io a giocare con il Lego lei a preparare una crostata con la marmellata, canticchiava una canzone che faceva più o meno così: «Federico, sei dolce come un fico...». (A dire il vero, ma l'ho scoperto dopo, la canzone diceva «Lodovico, sei dolce come un fico». Ma a me, malauguratamente, in quel momento sembrò che il nome fosse Federico. Spesso è proprio dai piccoli errori che nascono i grandi drammi).

Così in un momento di silenzio assoluto, mentre uno degli avversari dei due piccioncini era andato a cambiare la banconota da 500 per procurarsi le 50 lire necessarie a giocare una nuova partita, per il desiderio di farmi notare e di risultare simpatico alla belloccia – magari anche alla faccia del bulletto, che non mi stava per niente simpatico – avevo pensato bene di intonare ad alta voce questa significativa strofa dalla rima baciata:

«Federica, sei dolce come una f...».


Quella vaga sensazione di averla combinata grossa

Non vi sto a raccontare la reazione dei due. Vi dirò solo che la ragazzina era diventata in un solo secondo paonazza per la rabbia e quasi le era venuto da piangere. Nel frattempo il bulletto si era frapposto tra me e lei, come per difenderla da un'aggressione, dicendo, ad alta voce e con enfasi: «Ma guarda questi ragazzetti che cosa si permettono! Ma vergognati e sparisci, se non vuoi che ti faccia passare la voglia a suon di sberle...!». Gli occhi pieni di odio della ragazza avevano fatto il resto, me ne ero scappato di corsa e tornato sotto l'ombrellone della famiglia del Piz senza raccontare a nessuno quello che mi era successo.

L'avevo combinata grossa, a quanto pare, e non sapevo nemmeno il perché. Già perché, che lo si creda o no, io quella roba lì che fa rima con Federica manco sapevo che cosa fosse, nel 1971. L'avrei scoperto solo qualche anno dopo, potete immaginare come mi si illuminò il cervello quando finalmente capii perché questi se l'erano presa così tanto...

Dai Federica, cantiamoci su...

E per questo che oggi  – a quasi 45 anni di distanza da quella vacanza in Liguria – ho deciso di scrivere questo post. Per spiegare una volta per tutte alla dolce Federica come sono andate veramente le cose e per invitarla a fare la pace cantando con me, e con chi lo vorrà, questa vecchia canzone:






giovedì 22 gennaio 2015

Expo Milano 2015, mancano
solo 100 giorni. Anzi, 99

Veduta aerea del sito espositivo di Rho/Pero
Cento giorni all'inaugurazione di Expo MIlano 2015. Anzi, 99. I giorni passano velocemente e a Milano – a parte l'esposizione di qualche bandiera in centro – sembra che nulla sia cambiato, negli ultimi mesi.

L'evento dell'anno, anzi del decennio è alle porte ma finora non sembra avere influssi sulla vita e soprattutto sul lavoro di tutti i giorni dei milanesi, come molti avevano sperato. I proclami degli scorsi anni parlavano di centinaia di migliaia di posti di lavoro portati da Expo. Oggi leggiamo su repubblica.it che per poco più di 5mila contratti di lavoro – ovviamente a tempo determinato, con scadenza al 31 ottobre 2015, giorno di chiusura dell'esposizione – si sono presentate 200mila persone. Come fare un ambo al lotto, se si giocasse ancora al lotto. Speriamo nell'indotto, forse da maggio in poi qualcosa cambierà.

La situazione nel cantiere di Expo 2015 Milano

I lavori procedono senza sosta

Intanto chi il lavoro ce l'ha, eccome, sono coloro che lavorano alla predisposizione del sito espositivo che ospiterà l'Expo, a Rho/Pero. I comunicati stampa dicono che i tempi sono rispettati, che per il 1° maggio tutto sarà pronto. Anche perché si parla di giornate lavorative fatte di 20 ore, anzi, per quanto riguarda il padiglione italiano addirittura di 24 ore su 24. Tra ritardi, inchieste, arresti, cambi di vertice, ecc. siamo arrivati a ridosso dell'evento e servirà il solito "miracolo all'italiana" per mettere tutto a punto.

Expo 2015 Milano, alcuni padiglioni sono praticamente pronti
Finora tra le strutture in fase di ultimazione – in totale i Paesi presenti con un padiglione a Expo saranno 53 – ci sono quelle di Svizzera, Germania, Kuwait e Bahrain (sono stati i primi a completarla). Come dire, i soliti precisini – detto con tutto il rispetto possibile – e i nuovi ricchi... tra i quali è probabilmente da inserire anche l'Angola, primo stato africano a completare il proprio padiglione. E intanto sono stati già venduti 7,5 milioni di biglietti (1 milione solo ai cinesi). Gli organizzatori sperano di chiudere l'Esposizione con un bottino totale di 24 milioni di biglietti venduti.

Paris 1900 – Expo Milano 2015

Dopo le prime due puntate dedicate al padiglione degli Stati Uniti d'America e al padiglione tedesco, proseguiamo con la carrellata di confronto tra i padiglioni di inizio 900, quelli dell'Exposition Universelle di Parigi del 1900 e quelli che vedremo a Expo Milano 2015.

Le belle immagini che abbiamo trovato sul vecchio libro fotografico "Paris 1900" si riferiscono ovviamente ai padiglioni delle grandi potenze di quel periodo. Non abbiamo dunque traccia né di Cina né di India, né di Paesi arabi (il petrolio non era ancora stato "scoperto"...).

Il padiglione della Gran Bretagna a parigi 1900

Il padiglione della Gran Bretagna

All'esposizione universale di Parigi 1900 non mancava certo la Gran Bretagna, rappresentata da una struttura discreta, molto austera, senza fronzoli, chiara espressione dell'essenzialità britannica.

"Coltivato in Gran Bretagna, condiviso globalmente" a Milano
Niente a che vedere con l'avveniristico padiglione di Expo Milano 2015 ispirato, come raccontato dal suo progettista, il designer Wolfgang Buttress a un alveare, «metafora comprensibile a tutti, a ragazzi e professori», che ben rappresenta anche lo spirito di partecipazione della Gran Bretagna all'Expo di Milano. Il progetto, si legge sul sito di Expo 2015 "fonde il design di più alto livello con forti requisiti ecologici, che trovano origine nelle conquiste scientifiche più all’avanguardia, nelle agrotecnologie e nell’ingegneria agraria".

Il padiglione dell'Austria a Parigi 1900

I padiglioni dell'Austria e dell'Ungheria

A inizio '900 l'Austria era una vera potenza e Vienna era una delle città più importanti del mondo. Per le strade della capitale dell'impero austro-ungarico poteva capitare di incontrare Gustav Klimt, Gustav Mahler, Egon Schiele, Oskar Kokoschka, Robert Musil, Arthur Schnitzler, Stefan Zweig, Hugo von Hofmannsthal, Karl Krauss, Sigmund Freud... roba da non credere. Oggi Vienna rimane comunque una delle capitali europee più belle e affascinanti e l'Austria un Paese dalla grande vivibilità.

Il padiglione di Parigi 900 era ispirato a un classico castello austriaco, molto più simile a un palazzo che a una fortezza. In marmo bianco, arricchito da decorazioni barocche, da statue con fattezze umane e da aquile con le ali spiegate, era una delle strutture più eleganti tra tutte quelle che si affacciavano sulla Senna, in quella Rue de Nations che era il centro dell'Esposizione Universale.

"Respira. Austria", l'Austria a Expo 2015 Milano
A Milano l'Austria si presenterà con un padiglione in parte sollevato da terra, completamente trasparente "uno spazio in cui architettura, natura, cultura e ricerca si fondono in un unico viaggio esperienziale", come viene detto sul sito ufficiale di Expo 2015. All'interno della struttura è stata ricostruita una vera e propria foresta austriaca, in grado di fornire aria pulita e ossigeno fresco che, ogni ora, potrebbero soddisfare 1.800 persone. Un esempio dell'equilibrio ecologico che è proprio del Paese austriaco.

Il padiglione dell'Ungheria a Parigi 1900
Accanto all'Austria, non poteva mancare l'Ungheria, Paese che per lunghi decenni ne ha condiviso la sorte. Il padiglione ungherese di Parigi 1900 era una costruzione particolare, molto simile, a dire il vero, a quella che affianca il Ponte Carlo di Praga. I visitatori transitavano sotto questa alta torre gotica, costruita con pietra scura e ricca di pennacchi, come è proprio delle strutture architettoniche del cuore dell'Europa.

"Dalla fonte più pura", l'Ungheria a Expo 2015 Milano
Ben altro aspetto avrà il padiglione dell'Ungheria a Expo Milano 2015, ispirato ai tipici paesaggi di campagna ungheresi. Sviluppato su tre piani, come raccontato sul sito di Expo 2015, la struttura "aperta" – che richiama l'Arca di Noè, simbolo di salvezza degli uomini – è racchiusa da due enormi tamburi sciamanici, strumenti che simboleggiano le origini e la tradizione. Un monumento al rapporto tra uomo e universo che a fine Expo verrà smontato e rimontato in Ungheria, dove diventerà un centro di ricerca.

Il padiglione della Russia a Parigi 1900

Il padiglione della Russia

La Russia del 1900 era la Russia degli Zar. Una vera potenza mondiale, che di lì a poco avrebbe cambiato in modo radicale la sua storia. A Parigi la Russia portò... il Cremlino!

Il padiglione russo era quello più vasto di tutta l'esposizione, un vero e proprio palazzo contraddistinto da cortili interni alte torri, una diversa dall'altra, e saloni immensi ispirati a quelli del palazzo che si affaccia sulla Piazza Rossa di Mosca.

Il padiglione della Russia a Expo Milano 2015
Grande potenza era e grande potenza è rimasta.
A Milano la Russia porterà un padiglione dalle achitetture ardite, arricchite da soluzioni super tecnologiche e al tempo stesso "green" (vedi sito expo 2015). Facciate in vetro e una grande terrazza che si spingerà per 30 metri sopra l'ingresso, un vero spettacolo!


(Le foto di Expo 2015 Milano sono tratte dal sito: www.expo2015.org)




domenica 28 dicembre 2014

Quando a Milano c'è stata la guerra

Anche a Milano c'è stata la guerra. Quando giriamo per la città, per diletto o per lavoro, ci sembra che sia stata sempre così, come la vediamo oggi. Abbiamo la sensazione di esserne i padroni da sempre, ci sembra di conoscerla a fondo in ogni suo aspetto e segreto.
Spesso ci sfugge il fatto che ogni centimetro di terreno della nostra città – che, dicono gli esperti, ha una storia di almeno due millenni – è stato calpestato da milioni di persone, che sono passate o hanno vissuto da queste parti in epoche più o meno lontane.
Senza andare troppo lontani, non ci ricordiamo che questa città, ad esempio, non più di settant'anni fa è stata teatro di guerra e ha subito bombardamenti che ne hanno cambiato in modo profondo la fisionomia.

Abbiamo chiesto alla signorina Liliana, arzilla e simpatica signora ottantenne milanese che vive nel nostro palazzo, di aiutarci a capire come si viveva nella Milano degli anni a ridosso della Seconda Guerra Mondiale. Ecco il suo racconto.

Lo scoppio della guerra

«Sono nata nel 1935 e quindi ho avuto a che fare con la guerra da piccolissima. Il mio primo ricordo sulla guerra è nel '40, quando c'erano le prime radio e c'era quella signora che abitava al quarto piano là nell'angolo e aveva acceso la radio ad alto volume e allora erano tutti lì sulla ringhiera ad ascoltare. E lei a dire: «Forse scoppia la guerra». Allora alzava di più e tutti lì ad ascoltare perché mica tutti avevano la radio. E dopo la guerra è proprio scoppiata.

In cantina avevamo il rifugio anti bombardamento aereo, era aperto non solo per chi abitava nel palazzo, ma era pubblico, le persone che passavano per strada potevano scendere e venire giù. Vicino al portone c'era la freccia, che serviva per le persone che passavano per dire che qui c'era un rifugio. C'era una persona che non mi ricordo come la chiamavano, la guardia... che abitava qui di fianco a me. Quello lì, quando c'era l'allarme passava per tutti i piani, picchiava ai portoncini e diceva: «Bisogna andare in cantina, bisogna scendere in cantina!». C'era una nostra vicina che faceva la camiciaia che diceva «io se devo andare in cantina... che dopo c'ho quattro piani che mi vengono di sopra... invece qui ne ho solo due...». Lei non voleva mai scendere e faceva sempre discussioni con quello.

Io facevo la seconda elementare in via Giulio Romano, spesso suonava l'allarme. Quando suonava l'allarme che era un po' leggera andavamo in cantina a fare la lezione della scuola. Un giorno, siccome al momento di dover uscire c'era il coprifuoco e nessuno poteva rimanere in strada – ogni giorno c'era il coprifuoco alle 10.30/11 di mattina – i genitori sono venuti a prendere i bambini, siam venuti a casa, mi ricordo che io e la mia mamma eravamo in camera e guardavamo dalle persiane chiuse, da cui si vedeva solo la strada, e abbiamo visto passare soldati con il fucile a tracolla che controllavano e se c'era qualcuno che apriva la finestra mitragliavano, pampampam! C'era il coprifuoco, non ci doveva essere più nessuno in strada».

Sfollati dagli zii, a Paullo

«Quando c'è stata la guerra la mia famiglia è sfollata in tutta fretta. Ero piccola, ma mi ricordo i bombardamenti e anche il fuoco che restava dopo. Non era il caso di restare in città. Siamo andati da nostri parenti, vicino a Paullo, ma mio padre è restato a Milano per lavorare, veniva da noi la domenica, in bicicletta. Al lunedì mattina siccome doveva essere a Milano per le 8 al lavoro, si alzava alle 5 e piano piano veniva qui. Un giorno era in ritardo e si è attaccato a un camion. Non so com'è stata, ha sbandato quello là del camion, ha sbandato la bicicletta... insomma, è andato a finire giù nel fosso. Per fortuna che nel fosso c'era poca acqua, ma si è rotto il setto nasale, ha dovuto andare a farsi medicare. Noi l'abbiamo saputo solo la sera del sabato dopo, quando è arrivato tutto incerottato e mia madre gli ha chiesto: «Carlin, ma s'è sucéss?». Non ci aveva detto niente per non farci preoccupare.

Portammo a Paullo con noi tutti i mobili, eccezion fatta per la cucina economica e una credenza dove c'erano le pentole e i piatti, che dovevano servire a mio padre. Ma lui quel mobile lo usava per tutto: da buffet, da ripostiglio, da tavolo per mangiare. Aveva anche un divano, vicino al muro della cucina, che di sera si trasformava in un letto, ma mica come i divani-letto di oggi, eh...

L'altra stanza della casa, invece, era tutta vuota. Ma una notte alle 3 vennero a svegliare mio padre: «Carlin, Carlin brucia la nostra casa!». Era mio zio, che abitava lì vicino. Tutto il quartiere si diede da fare, ma la casa bruciò davvero e quindi la famiglia del fratello di mio padre si trasferì da lui, con i pochi mobili e oggetti che avevano potuto salvare dall'incendio. La camera diventò dunque loro, e fu difficile mandarli via, quando finì la guerra e io e mia madre tornammo a Milano. Noi dovevamo riportare a casa la nostra mobilia, ma lo spazio era occupato da zii e cugini, e loro non se ne andavano. Per fortuna mio padre seppe che si era liberato un appartamento qui vicino e i nostri ospiti finalmente si trasferirono, ma poi per un bel po' di tempo mio cugino non ci ha più salutati...».

Il ritorno a casa con le galline

«Quando siamo tornati a casa, a Paullo avevamo quattro-cinque galline. Allora una o due le avevamo ammazzate e mangiate, ma le altre le abbiamo portate a casa perché una volta non è che si poteva mangiare quello che si voleva, si teneva da conto quello che si aveva. Del pollo si godeva tutto, non si buttava niente, forse solo le unghie e il becco non servivano a niente. Le penne brutte si scartavano, ma con le altre si facevano i cuscini, si prendeva il sangue e si faceva il tortino, si lasciava lì a indurire con la cipolla poi lo si faceva friggere. A me non è che piaceva tanto... Una gallina, da sfollati, mia mamma l'ha ammazzata quando ho fatto la cresima, nel '44. Ci sembrava di essere dei principi, a mangiare pollo, mica come oggi che è una cosa normale. Il sapore di una volta era una cosa particolare, non come quello di oggi. Io che non ho più i denti vado bene anche con i polli di oggi, ma una volta mi piacevano molto di più quelli naturali, nostrani.

Insomma, quando siamo tornati in città dovevamo riportare anche queste galline e non sapevamo come fare. Allora quello che ci ha fatto il trasloco ha detto «Ci penso io!», ha preso il buffet di mia madre, che aveva un sotto e un sopra, e l'ha messo in fondo al carro con le portine aperte in fuori. Dentro ha messo del giornale e ha messo le galline, Ha chiuso le porticine con un po' di corda, lasciandole un po' aperte perché le galline respirassero, e via!
Passiamo il dazio e quello là lo conoscevano perché faceva i trasporti avanti e indietro. «Dazio!» «No, no sta tranquill, 'sti pori milanés chi, g'ha mia niente. Adess su dré a purtai a ca' sua. Gh'è nient, gh'è nient de cuntrulà» «Va bene». Allora via, il carro sta per avviarsi, la gallina non ha mica fatto l'uovo?!? Coccococcodé... Quello là non sapeva più cosa ne aveva in borsa: «Come, te m'è dit che gh'è nient... e la galina?» «Oh Madona, te ste li a guardà per 'na galina che l'à fa il l'euf...». E via di corsa. Me la ricorderò sempre, quella volta lì».

Quella volta che esplose la bomba

«Qualche bomba nella nostra zona è caduta. Lì dove c'è la scuola, dove ci sono adesso le suore, lì c'era un piccolo stabilimento che arrivava fino al numero 21. E poi c'erano le bancarelle del mercato, attaccate alla chiesa. A Milano fino a  poco tempo fa c'erano ancora case crollate per bombardamenti e lasciate lì così. Come in via della Palla, vicino a via Torino, ma anche in piazza Fontana... dove adesso hanno costruito un albergo. Mi ricordo che quando eravamo tornati a Milano andavamo per la città con mia madre e vedevamo scheletri di case che facevano paura, a vederle.

Un giorno, era appena finita la guerra, stavo aspettando una mia cugina che arrivava da Paullo con la corriera. Quando l'ho vista scendere nella piazza, io tutta contenta stavo per correrle incontro quando tutto d'un tratto ho sentito un rumore fortissimo e ho visto qualcosa che cadeva in mezzo alla strada. Mi sono avvicinata per vedere che cos'era e ho sentito che scottava tantissimo. Era un pezzo di una bomba che i ragazzi avevano trovato in un campo e avevano portato in piazza per giocare alla guerra... Non pensavano che potesse scoppiare, ma c'era il sole e si era scaldata e poi era scoppiata. Nessuno dei bambini che stavano in giro si è fatto niente, come per miracolo, ma sedici persone che stavano lì hanno preso le schegge. Tra queste una signora che era fuori da un'osteria, che lucidava le pentole. Due o tre gravi, uno con una scheggia nella coscia, uno nella spalla, entravano da una parte e uscivano dall'altra... E io ero andata a prendere quel pezzo lì, pensavo fosse una tegola caduta dal tetto!

Abbiamo provato tante cose, in quegli anni lì, e io me le ricordo ancora tutte, mi sembra di averle davanti così come le racconto...».


I racconti della signorina Liliana, vedi anche "E quella casetta di ringhiera diventò sempre più piccola".


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giovedì 20 novembre 2014

Qual è il segreto del successo
dei negozi cinesi di Milano?

I negozianti cinesi sono migliori di quelli italiani? Nessuno può dire questo, né è il caso di generalizzare: ci sono commercianti capaci e commercianti meno capaci, indipendentemente dal fatto che siano italiani, cinesi, indiani o di qualsiasi altro Paese del mondo.

Quello che racconto nelle righe che seguono, dunque, non vuole essere un esempio del fatto che i cinesi siano meglio di noi italiani. E' semplicemente uno spaccato di vita milanese tipica del nostro tempo, raccontato per come è avvenuto.

Il contesto: accidenti, lo smartphone non si accende più!

Il peggiore dei drammi che ti possa accadere. Ti svegli una mattina e scopri che il tasto di accensione del tuo smartphone non funziona. Lo schiacci, lo rischiacci, lo tieni premuto per lunghi secondi, metti il telefonino a testa in giù, lo lasci un momento tranquillo e ci riprovi... niente, quell'aggeggio infernale non ne vuole sapere di accendersi.

Ma tu non puoi farne a meno, per te questo è soprattutto uno strumento di lavoro. Domani, poi, sarai fuori ufficio tutto il giorno e hai bisogno di averlo con te: le telefonate, le e-mail, la rubrica, gli sms e i messaggi su WhatsApp. Impossibile farne senza.

Esci di casa preoccupato e ti dirigi con decisione verso quel negozietto sulla strada per l'ufficio che sull'insegna ha scritto qualcosa che richiama le riparazioni elettroniche.

Il primo tentativo: il negozio italiano

Entri nel negozio e hai già la vaga sensazione che qui sarà difficile riescano a risolvere il tuo problema. Sugli scaffali ci sono televisori antidiluviani, quasi tutti con il tubo catodico, accanto a videoregistratori e lettori dvd impolverati, la luce è bassa.

Dietro al bancone non c'è nessuno. Provi ad abbozzare un timido "C'è qualcuno?" e senti un grugnito che arriva dal retro bottega. Compare un signore dall'aria un po' trasandata, con una smorfia sulla faccia.

«Buongiorno. C'è il mio smartphone che non si accende più. Premo il tasto di accensione ma niente...»

«Humpff...» (il signore guarda a distanza il malefico strumento, senza dire niente)

«...non so, non mi è caduto né niente, può essere rotto il meccanismo di accensione?»

«Mmmm... forse è il tasto, bisogna aprirlo per capire...» (prende in mano l'aggeggio, da me messogli sotto il naso con insistenza, con l'aria di uno che si fida poco)

«Sì, immagino... Come possiamo fare, lo può aprire subito... glielo lascio... torno più tardi...?»

«Mmmm... adesso non ho tempo, va aperto, bisogna vedere se è rotto il tasto o se c'è altro... ma adesso non posso, ho da fare, se me lo lascia provo a vedere dopo...» (fa per ridarmi l'iPhone)

«Sì, ma riesce a sistemarmelo per questa sera? Domani ne ho bisogno...»

«Mmmmpf... non posso dirlo... dipende da cosa c'è di rotto... come faccio a saperlo... mi chiami nel pomeriggio che vediamo, se l'ho già aperto le dico... comunque poi dovrò ordinare il pezzo, ci vorrà qualche giorno» (si rigira il telefono tra le mani, come se scottasse)

«...e il prezzo? ha idea di quanto mi potrebbe costare?»

«Ma no, mmmmpf, se non so che cosa c'è... fino a che non lo apro come faccio a saperlo... mi chiama nel pomeriggio che glielo dico». (questa volta me lo mette sotto il naso lui, come per dire: «te lo riprendi o no, 'sto cavolo di telefono»).

«Ok, ma se fosse il tasto o il meccanismo di accensione, quanto potrebbe costare? Giusto per avere un'idea...»

«Maaaaa... è un po' complicato perché va aperto, poi bisogna vedere che cosa è rotto, poi il pezzo, la manodopera, richiuderlo... sarà almeno 60 euro, credo, dipende da cosa c'è di rotto...». (riesce a ridarmelo, finalmente, e sul suo volto si riaccende la smorfia iniziale).

A questo punto lo sconforto mi assale.

«Va bene, grazie, ci penso... al limite passo dopo, grazie». E me ne esco quasi frastornato.


Il secondo tentativo: il negozio cinese

La depressione è al massimo, da questo non ci cavo un ragno dal buco, penso. Forse è il caso di andare dai cinesi, magari loro riescono a sistemarlo velocemente e a minor prezzo.

Entro nel negozio dove di solito compro gli stickers per i miei figli. C'è di tutto, dall'abbigliamento alle pentole, dagli attrezzi fai-da-te alle maschere subacquee. Qualche anno fa a mia moglie hanno sostituito lo schermo rotto del suo vecchio cellulare, forse qui trovo la soluzione al mio problema.

Dietro la cassa la piccola e anziana signora risponde con entusiasmo alla mia richiesta: «Qui di flonte, nuovo negozio!» e mi indica un luminoso store telefonico dall'altra parte della strada con doppia insegna, italiana e cinese.

Attraverso, entro con trasporto e anche con un velato ottimismo. Passo tra le vetrinette retroilluminate con gli ultimi modelli di telefoni e accessori vari e mi dirigo al bancone, dietro al quale c'è una ragazza cinese molto giovane, all'apparenza, che mi saluta sorridendo.

«Buongiorno, dovrei a-g-g-i-u-s-t-a-r-e il mio smartphone. Non si a-c-c-e-n-d-e: schiaccio questo tasto ma non succede niente, rimane s-p-e-n-t-o...». (parlo lentamente, scandendo le parole che mi sembrano più significative e accompagnando con gesti eloquenti la mia richiesta, per farmi capire)

«Buongiorno, se può attendere solo un attimo le chiamo il mio collega» (la ragazza scompare dietro a una porta e riappare dopo pochi secondi insieme al suo collega, molto giovane anche lui, che subito mi dice)

«Buongiolno, non si accende smaltphone? Folse lotto meccanismo!». (dice con un sorriso a trentadue denti e lo sguardo sveglio e intanto prende il telefono e se lo rigira tra le mani con fare sicuro. Prova ad accendere e constata che non funziona)

«Sì, infatti, non so com'è successo, perché non mi è caduto. Crede si possa aggiustare?» (ma il ragazzo cinese sembra non ascoltarmi, prende il telefono e si dirige verso il retro)

«Tu aspetta un minuto, io aplo e dico cosa lotto» (e ritorna lì da dov'è venuto)

Due minuti, non più di due minuti ed ecco che ricompare, mentre io mi sto guardando intorno, alla scoperta di nuovi modelli di tablet.

«Sì, è lotto meccanismo accensione, vedi? Tu deve cambiallo, tu vuole?»

«Direi di sì, ma ho un problema: ho bisogno del cellulare per questa sera, immagino dobbiate ordinare il pezzo, come possiamo fare?

«Questa sela? Nessun ploblema, tu passa tla due ole e telefono è plonto!»

«Tra due ore, sarebbe fantastico» (entusiasmo ritrovato, ma rimane un solo dubbio) «e... quanto mi verrebbe a costare?».

«Tlenta eulo, tu vuole fattula?».


venerdì 17 ottobre 2014

A 200 giorni da Expo Milano 2015, ecco come sarà il padiglione tedesco


Come sarà l'area espositiva di Expo Milano 2015
Mancano ormai meno di 200 giorni all'inizio di Expo 2015 Milano.

Quando si percorre l'autostrada che costeggia il sito che ospiterà per sei mesi, da inizio maggio a fine ottobre 2015, la grande manifestazione internazionale, la prima cosa che viene da chiedersi è: «Ce la farano?». La zona si presenta come un grande cantiere, dove c'è fermento ma anche dove di opere già ultimate non se ne vede l'ombra.

Siamo ormai abituati a "miracoli all'italiana", per cui tutti siamo portati a pensare che, sì, alla fine tutto andrà per il meglio. Siamo anche consapevoli che l'accelerazione che dovrà essere imposta ai lavori in questi ultimi mesi comporterà un surplus di spesa. La rassegnazione degli italiani davanti a cose di questo tipo è pari solo alla rabbia che accompagna ogni inchiesta aperta con conseguente arresto di manager per tangenti, infiltrazioni della criminalità organizzata, ecc. ecc.

Album di foto Paris 1900

Milano 2015, Parigi 1900

Pensiamo ad altro e proseguiamo il nostro parrallelo (la prima puntata è stata dedicata al confronto tra i Padiglioni USA) tra l'Esposizione Universale di Parigi  1900 e Expo Milano 2015. Un paragone di stili, culture, architetture diverse, a 115 anni di distanza.

 Dal 14 aprile al 10 novembre 1900, Parigi ospitò un'esposizione universale storica, quella che vedeva affacciarsi il XX secolo, uno dei più intensi e contraddittori dell'intera storia dell'umanità.

L'area espositiva di Parigi 1900
L'Europa era al centro del mondo, in quegli anni, e il futuro prometteva sviluppi e speranze che nessuno aveva mai nemmeno osato di sognare nei decenni precedenti. Un ottimismo e una carica emotiva che troveranno purtroppo un freno improvviso nella Prima Guerra Mondiale.

L'esposizione di Parigi, dicono le cronache del tempo, ebbe più di 50 milioni di visitatori, provenienti da ogni angolo del pianeta. Un record resistito per decenni, eguagliato solo da Osaka 1970.

Rue des Nations a Parigi 1900
Tra le nazioni più potenti presenti a Parigi c'era di sicuro l'Impero Germanico, e questo è uno dei punti che accomunano le due manifestazioni.

Potente era a inizio 900 e potente lo è ancor oggi, la Germania, da sempre capace di influire, nel bene e nel male, sulle sorti d'Europa se non del mondo intero.

Il padiglione tedesco di Parigi 1900

Il padiglione tedesco
a Parigi 1900

Il padiglione tedesco dell'Esposizione Universale di Parigi 1900 era un elegante e leggiadro castello di stile bavarese posto, come quello di tutti i principali Paesi dell'epoca, lungo la Senna, sulla Rue des Nations.

La guglia della sua torre dell'orologio era una delle più alte dell'intera esposizione e poteva essere scorta da grande distanza.

I contrasti cromatici tipici dell'architettura tedesca di fine '800 rendevano questo padiglione tra i più apprezzati dell'intera area espositiva.

Il padiglione tedesco di Expo Milano 2015

Il padiglione tedesco di Expo Milano 2015

Il padiglione della Germania a Expo Milano 2015 sarà ispirato al tema "Campi di idee". Ovviamente la struttura non ha niente a che vedere, dal punto di vista architettonico, con il leggiadro castello bavarese del 1900.

Il padiglione tedesco di Expo Milano 2015
Detto che quello tedesco sarà lo spazio espositivo più esteso di Expo 2015, anche da queste cose si vede la potenza di una nazione, sul sito ufficiale di Expo 2015, là dove si parla del padiglione tedesco si dice che questo è ispirato ai paesaggi fertili e floridi della Germania.

La struttura, si aggiunge,  "consiste in un paesaggio dolcemente in pendenza, in cui sono richiamati i naturali declivi della campagna tedesca, con una superficie liberamente accessibile e un’esposizione tematica all’interno".

Il padiglione tedesco di Expo Milano 2015

Design moderno, materiali tradizionali

Il design è – basta uno sguardo per capirlo – ultramoderno, ma "si fonde con i materiali tradizionali, l’uso razionale degli spazi e delle risorse, la tecnologia e il design intelligenti. I legni locali sono il materiale principale e richiamano l’uso consapevole delle risorse rinnovabili".

Il padiglione tedesco di Expo Milano 2015
Il percorso dei visitatori all'interno del padiglione sarà supportato da un dispositivo interattivo attraverso cui sarà possibile scoprire "nuovi particolari, in modo intelligente e interattivo mentre si cammina tra i percorsi riguardanti la terra, l’acqua, il clima e la biodiversità".

Il tutto con uno sguardo alla tradizione, al presente, ma soprattutto al futuro, con una particolare attenzione dedicata a quello che potrà essere fatto per salvaguardare l'ambiente e il patrimonio agroalimentare mondiale.

Guarda anche il confronto tra i padiglioni degli Stati Uniti d'America e il confronto tra i padiglioni di Gran Bretagna, Austria, Ungheria e Russia.


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martedì 23 settembre 2014

I murales di piazza Cardinal Ferrari,
un museo moderno a cielo aperto


Questo post, già lo so, farà arrabbiare il mio amico Stefano (anzi, non gli dico che l'ho scritto, così vediamo se legge davvero il mio blog, e con quale frequenza).

«Che palle con questi muri! Basta, non puoi tediarci con queste tue menate dei muri sporchi, una volta che l'hai detto va bene, ma poi basta, non esagerare».

Alda Merini
E io a spiegargli che, secondo me, non si parla mai abbastanza di decoro cittadino, che la mia vorrebbe essere una piccola battaglia per sensibilizzare i milanesi a mantenere la città più pulita, che mi piacerebbe che tutti facessero come stanno già facendo alcuni comitati benemeriti: non lamentarsi sempre ma rimboccarsi le maniche...

Ma lui niente, spietato (mi sembra di sentirlo): «Che palle che sei, con 'sti muri...».

Giorgio Gaber

Torniamo a parlare di muri

Lo faccio arrabbiare, dunque, perché torno a parlare di muri, anzi di un muro, nello specifico, quello che si affaccia sull'elegante piazza Cardinal Ferrari e, girando l'angolo, prosegue su via Giuseppe Mercalli.





Claudio Abbado
In questi giorni questa piazza sta vivendo un cambiamento epocale grazie all'iniziativa "MilanoWallArt" messa in atto dall'Istituto Gaetano Pini (che qui si affaccia) insieme ad alcuni artisti che hanno deciso di prestare la loro opera "per rendere Milano una città più ricca e curiosa".



Enzo Jannacci
Un progetto che ha coinvolto anche l'Archivio Storico Diocesano e il Convento della Visitazione e che ha ricevuto il sostegno di Fondazione Stelline (giusto citare chi si "muove" per rendere sempre più bella e vivibile la nostra città).

 

 

 

Mariangela Melato

I milanesi illustri
di piazza Cardinal Ferrari

E sembra che ci siano riusciti. Sul lungo muro del Convento della Visitazione che dà su Cardinal Ferrari campeggiano ora i ritratti di molti milanesi illustri.
Artisti, cantanti, scrittori, attori, registi, poeti, architetti, stilisti, direttori d'orchestra, pedagogisti.

Luchino Visconti
Ci sono Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Franca Rame, Claudio Abbado, Mariangela Melato, Luchino Visconti, Alda Merini, Giò Ponti, Gianfranco Ferrè, Elda Mazzocchi Scarzella, Marco Ferreri, Carlo Emilio Gadda e Gian Maria Volontè.




Franca Rame
Ritratti colorati, intensi, moderni, che possono essere apprezzati man mano che ci si allontana dal muro.
La tecnica usata è particolare: stando vicini non si ha percezione del soggetto nel suo insieme, ma se lo si inquadra nello schermo del telefonino o ci si allontana dal muro l'immagine risulta chiara e il personaggio sembra vivere nella sua espressione più tipica.

Gianfranco Ferrè

Da pisciatoio a opera d'arte

Non è il primo esperimento su larga scala, quello di Cardinal Ferrari. Basti vedere la storia di Milano raccontatata attraverso i volti dei suoi personaggi del passato più illustri, dipinta su un muro posto nelle vicinanze delle Colonne di San Lorenzo.


Marco Ferreri
Quel muro, ci dicono i residenti, era utilizzato dagli avventori dei numerosi locali della zona come pisciatoio. Ora, con i murales, sembra ci sia più rispetto, i bevitori di birra a tradimento sembrano avere deciso di tenersela (o forse di andare a farla da un'altra parte, speriamo di no...).


 

Giò Ponti

Obiettivo raggiunto

Potrà non piacere avere enormi quadri sulle vie cittadine, probabilmente più di uno storcerà il naso. «Stanno trasformando la città in un enorme centro sociale», diranno i soliti agguerriti oppositori, quelli che qualsiasi cosa accada hanno una sola verità: «a Milano è tutto uno schifo, non funziona niente e va sempre peggio».

Carlo Emilio Gadda
Ma forse questa volta le loro dichiarazioni non troveranno terreno fertile: sembra proprio che, stando ai commenti di chi in queste porzioni di Milano ci vive, ci lavora o anche solo ci transita, l'obiettivo di rendere Milano più ricca e curiosa sia stato raggiunto.



Elda Mazzocchi Scarzella
Gian Maria Volontè










E per chi avesse dei dubbi, del resto, niente di meglio che andare in piazza Cardinal Ferrari a verificare di persona.


Orticanoodles, Pao e Ivan Tresoldi


A pochi metri dai ritratti dipinti sul muro da Orticanoodles, potrà ammirare anche altre opere.
Quella di Pao (un "pattern astratto" sui muri esterni dell'Ospedale Gaetano Pini, a destra).


E quella di Ivan Tresoldi (un "intervento calligrafico" sul muro dell'Archivio Diocesano in via San Calimero, a sinistra), anche loro grandi protagonisti di questo virtuoso progetto.



Il muro di piazza Cardinal Ferrari, prima e dopo


Prima
Dopo












 

Quali personaggi avresti voluto vedere ritratto?

Tra questi personaggi, uomini e donne che hanno cantato (in tutti i sensi) o reso grande la Milano di questi ultimi decenni, chi avreste voluto o vorreste vedere ritratto in futuro?

Tra le persone ancora in vita ce ne sono, a parere mio, almeno tre che meriteranno, tra molti molti molti anni, uno spazio tutto loro. Due sono cantanti (un uomo e una donna), l'altro non abita molto lontano da qui, non vi sto nemmeno a dire che cosa faccia, definirlo attraverso una singola professione sarebbe riduttivo.

Tra le persone scomparse mi permetto invece di fare un nome: Beppe Viola, giornalista e poeta, innamorato vero di questa fantastica città. Che bello sarebbe vedere il suo faccione su questo muro.

E voi? Chi inserireste?



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