venerdì 22 luglio 2011

Dieci anni senza Montanelli

Dieci anni fa, a Milano, moriva Indro Montanelli, giornalista. Era il 22 luglio 2001, una data triste per chi, come me, amava leggere quello che l'Indro scriveva. Lo seguivo dai tempi del "Giornale", quando lo comprava mio padre, poi alla "Voce" (di cui conservo l'intera collezione) e infine al Corriere della Sera. E nel frattempo ho letto molti suoi libri, quasi tutti, nella mia libreria ne ho circa una novantina.

Per questo non sono obiettivo, quando parlo di Montanelli. Lo sento a me molto vicino, come se lo avessi conosciuto personalmente, e avessi una particolare confidenza con lui. E invece non l'ho mai incontrato. O, meglio, una volta gli ho stretto la mano, ma è stato un vero disastro, per me.

Un giorno del 1994, al Politecnico

Era l'anno della "Voce", il 1994, e avevo letto da qualche parte che al Politecnico Montanelli avrebbe incontrato gli studenti. Se facevo in fretta, avevo calcolato, sarei riuscito a rubare un paio d'ore al lavoro e a infiltrarmi nell'aula per sentire parlare di persona, finalmente, il "mio" direttore. Così com'ero, in giacca e cravatta, andai all'incontro. Mi ricordo che doveva esserci qualche altro giornalista, tra i relatori, che però all'ultimo non venne. Meglio così, la ribalta fu tutta per lui. Parlò con la sua solita verve degli ultimi tormentati mesi del "Giornale", del suo scontro con Berlusconi, della decisione di fondare la "Voce". E io lì, seduto in mezzo agli studenti ad ascoltarmelo tutto. Gongolante. Anche perché avevo l'impressione che spesso, parlando, fermasse il suo sguardo, duro e limpido, su di me.

Immaginazione frutto del mio solito egocentrismo, pensavo. Fino a che, a un certo punto, Montanelli se ne uscì con una frase di questo tipo: "Stanno tentando di tutto per tagliarci le gambe, alla "Voce". Del resto chi abbiamo contro è molto potente e ha mille mezzi per cercare di sconfiggerci. Anche le spie, può usare. Anzi, sono convinto che anche oggi, in mezzo a voi, ci sia qualcuno mandato dai nostri nemici per registrare e riferire bene quello che diciamo. Ne sono arcisicuro!". In un attimo l'aula si fece silenziosa, sulla pausa ben studiata dell'Indro che, ora più che mai, avevo l'impressione avesse fermato il suo sguardo, più duro che limpido, inequivocabilmente sulla mia figura. La mente cominciò a girarmi vorticosamente, e non ci misi molto ad arrivare alla conclusione che sì, in effetti, le circostanze erano tutte contro di me. Uno sconosciuto a tutti, sicuramente non uno studente (se non fuoricorso da molti anni...), l'unico in giacca e cravatta... Se fossi stato uno studente seduto al mio fianco – o, peggio ancora, se fossi stato Montanelli – non avrei avuto alcun dubbio, "quella è la spia".

La situazione durò un attimo. Per me fu però un'eternità. Mi sono sempre chiesto se fu solo una mia suggestione o se veramente ero stato l'oggetto della sua attenzione. Un dubbio che aumentò (o forse no, purtroppo diminuì...) quando, alla fine della conferenza, mi avvicinai al tavolo per ascoltare quello che Montanelli diceva agli studenti che gli si erano fatti intorno. Quando giunsi al suo fianco, per un attimo ebbi la sensazione che tutti si fermassero per una frazione di secondo. Poi, non so come, dissi: "Direttore...". Lui si girò di scatto, piantò i suoi occhi indagatori nei miei e chiese: "Sì?". "Volevo solo salutarla". Lui mi studiò ancora un attimo, poi tese la mano e rispose al mio saluto. Mi allontanai, certo che lui in quel preciso momento stava chiedendo agli studenti se mi avevano mai visto prima, a sostegno della sua tesi della spia infiltrata nell'aula...

L'unico incontro, un vero disastro

Questo è stato il mio unico incontro con Montanelli. Un vero disastro, come ho detto prima. Ma che non è riuscito a scalfire in minima parte il piacere che provo ogni volta che leggo qualcosa da lui pensato e scritto. Non era infallibile e spesso era anche opinabile, certo. Ma a Milano e all'Italia è mancata, in questi dieci anni, una mente lucida e critica come la sua, in grado di analizzare e spiegare ai lettori in un battito di ciglia le situazioni all'apparenza più complicate. Sarebbe stato interessante conoscere la sua opinione in relazione all'elezione di Pisapia, allo sconfortante balletto cui da anni assistiamo attorno a Expo 2015, all'utilizzo dei militari in città, alla questione legata alla costruzione della moschea milanese, ecc. ecc....

Ma lui se n'è andato ormai da dieci anni, anche se certe sue esternazioni passate lo rendono quanto mai vivo. Il suo scontro con Berlusconi, le sue opinioni sull'ex "editore perfetto"  entrato in politica, risuonano potenti oggi come allora (come dimostra il libro "Ve l'avevo detto", uscito nei giorni scorsi e che raccoglie tutti gli scritti più significativi relativi alla figura del Cavaliere). Seppur morto fisicamente, insomma, Montanelli è sopravvissuto attraverso il suo pensiero tutti questi anni grazie alla persistenza di Berlusconi. Quando questi cadrà, allora il principe dei giornalisti potrà davvero riposare in pace. Perché finalmente non verrà ricordato solo per essere stato uno dei più irriducibili oppositori dell'uomo di Arcore, ma per tutto quello che ha fatto e scritto – nel bene e nel male – nella sua lunga e avventurosa vita.

Glielo auguro di tutto cuore, non serbandogli alcun rancore per avermi un giorno (forse) scambiato per una spia al soldo del nemico.

.

venerdì 8 luglio 2011

Militari in città? No grazie...

I militari, nelle strade di Milano, sarebbe meglio non averli. Questa la mia personalissima opinione, condivisa però da molti milanesi con cui mi capita di parlare. Non so se vi è mai successo di trovarvi davanti un militare in mimetica e anfibi, con a tracolla un fucile "che neanche Rambo..." e il dito indice della mano destra sul grilletto.

A me è capitato proprio l'altro giorno. Durante la pausa pranzo ero in un baretto del centro a mangiare il mio panino d'ordinanza, quando da dietro l'angolo è sbucata una giovane donna così agghindata. Per un attimo mi sono chiesto se quella che vedevo attraverso il vetro, all'esterno, fosse davvero Milano o piuttosto un'altra città. Di solito, in questi casi, si dice: "Sembra di essere a Beirut", ma credo che quella povera città, prima o poi, debba essere lasciata in pace...

Il disagio di passare vicino a una persona armata

Sarò troppo sensibile, ma la visione di un militare in tenuta da combattimento in mezzo alla vita cittadina in qualche modo mi turba. Sarà anche lì per la mia sicurezza – questo lo capisco – ma la sua visione non riesce a tranquillizzarmi. Mi vengono in mente quei paesi del Chiapas, in Messico, bellissimi a vedersi ma "presidiati" a ogni angolo di strada da militari con facce agguerrite che ti fanno passare la voglia di fare il turista. Oppure certe città dell'Est europeo prima che cadesse il Muro di Berlino...

Oppure, anche, un paesino del sud della Calabria nelle cui vicinanze ho trascorso, una quindicina d'anni fa, una bella vacanza. Alla sua entrata era piazzato un autoblindo dell'esercito che aveva sulla sua torretta un militare sempre pronto a usare la sua potente mitragliatrice pesante. Del paesino non ricordo un granché, se devo dire la verità, ma il ricordo del soldato pronto a sparare, il disagio che mi coglieva ogni volta che gli passavo vicino, non mi ha mai abbandonato...

Sicurezza pubblica? Ma non ci sono le forze dell'ordine?

Ora, capisco che alcune situazioni debbano essere, è inevitabile, presidiate militarmente. Ci sono luoghi che sono considerati obiettivi sensibili, potenziali bersagli di attacchi terroristici e via discorrendo. Se vedo un militare davanti al consolato americano, o davanti a una sinagoga, o ancora davanti a un palazzo che ospita una realtà esposta a seri pericoli provenienti dall'esterno, non posso che adeguarmi alle necessità e accettare la situazione. Pare proprio che in questi casi non se ne possa fare a meno.

Ma militari utilizzati per garantire la sicurezza pubblica nelle strade, nei giardini, nei parchi, quelli no, preferirei non vederli. Abbiamo forze dell'ordine in grado di effettuare in modo efficiente, grazie alla loro competenza e alla loro esperienza, il controllo della legalità. Si chiamano Polizia di Stato, che fa capo al ministero dell'Interno, e Carabinieri, che riferiscono al ministero della Difesa. Solo loro hanno la possibilità di intervenire in caso di comportamenti illegali, da codice penale. I militari no, non lo possono fare: possono solo servire da deterrente e avvisare le forze dell'ordine di quanto sta accadendo o di quanto è già accaduto.

E' solo una protezione di facciata

Quella fornita dai soldati è dunque solo una protezione di facciata, che qualche costo ce lo deve comunque avere. Allora, destiniamo a Polizia e Carabinieri i fondi che oggi vengono assegnati all'esercito: i risultati, in termini di lotta all'illegalità, nelle città, non saranno certo minori, anzi... E sarà anche l'occasione per ridare dignità a due corpi che, da un po' di anni a questa parte, stanno perdendo colpi sotto il profilo dell'immagine, ridotti come sono all'osso per quanto riguarda le risorse economiche e umane e confinati, per lo più, al ruolo di elargitori di multe e contravvenzioni legate al codice della strada.

(E so che qualcuno starà pensando al caso del cittadino morto una delle scorse notti durante un controllo eseguito da alcuni poliziotti. Ma io credo che quello non sia un problema che riguarda il corpo della Polizia nel suo complesso ma, se si dovessero accertare responsabilità, le singole persone coinvolte. Se gli agenti hanno sbagliato, pagheranno: ho fiducia nella magistratura, che per fortuna non è ancora assogettata al controllo del Governo, come qualcuno vorrebbe. Se lo fosse, allora sì, che non mi sentirei tanto tranquillo...).

.

giovedì 30 giugno 2011

Evviva il federalismo fiscale!
(se non fosse all'italiana...)

Ho letto, ci ho anche scritto un pezzo, che quest'anno le tariffe dell'RC Auto, in tutta la provincia di Milano, aumenteranno del 3,5%. Questa volta non per "colpa" delle compagnie assicuratrici, no. L'aumento, quantificabile in media in 20 euro all'anno a carico di ciascun possessore di automobile, è dovuto a un ritocco dell'aliquota – in parole semplici la tassa – che l'ente Provincia di Milano applica a ogni contratto assicurativo di questo tipo.

«E' un aumento dovuto – ha dichiarato prontamente il presidente della Provincia, Guido Podestà –, effetto del federalismo fiscale». Un ritocco verso l'alto, ha precisato, che permetterà alla Provincia di trovare le risorse per assicurare certi servizi che sono di sua competenza, come «la creazione di nuovi asili nido (2 milioni di euro), i finanziamenti agli enti di assistenza (altri 2 milioni) e, soprattutto, la sistemazione delle strade provinciali che versano in situazioni disastrose (4 milioni)». Del resto, ha aggiunto Podestà, le Province – anche se c'è chi da tempo le ritiene inutili e dispendiose e, almeno a parole, vorrebbe "farle fuori" –, acquistano sempre più funzionalità a fronte di una forte diminuzione degli introiti provenienti dal Governo centrale di Roma.

Che bello pagare le tasse sul proprio territorio!

Bene, verrebbe da dire. Si sta attuando poco alla volta quel sistema di federalismo fiscale per cui i cittadini pagano le tasse sul loro territorio, in modo tale che i soldi raccolti vengano reinvestiti direttamente "in casa loro". Da questo punto di vista non possiamo che essere contenti di questo aumento... asili nido per tutti, assistenza assicurata, strade a posto: questa sì che è una vera rivoluzione!

Ma a questo punto una riflessione sorge spontanea. Da cittadino, non certo da economista o da esperto del settore, mi viene da pensare quello che segue. Se io, milanese, possessore di un'automobile pago 20 euro in più alla mia Provincia perché svolga certi servizi a mio favore, è perché probabilmente quei 20 euro erano fino a ieri erano spesi dal Governo e ora non lo sono più. Il Governo, insomma, si è liberato della spesa di questi miei 20 euro. Perché dunque, mentre Podestà mi chiede di aggiungerli al novero delle tasse che dovrò pagare a lui, non c'è qualcun altro (che so, il capo del Governo, o il ministro delle Finanze, o anche semplicemente un portavoce...) che, contestualmente, mi dice: «Su quest'altra tassa nazionale, naturalmente, pagherai 20 euro in meno»?

Questo sarebbe il federalismo che tutti desideriamo, immagino. Forse di difficile attuazione, e non certo presentabile in tempi brevissimi. Ma segnali di questo tipo mi fanno pensare che, alla fine dell'anno, i soldi da me spesi (per questo singolo caso) saranno 40 euro, cioè 20 euro in più di prima.

Bella cosa davvero, il federalismo fiscale (all'italiana).

.

venerdì 24 giugno 2011

Ma si fanno, certi scherzi?

Ieri, 23 giugno 2011, ho ricevuto una lettera spedita dal Comune di Milano. 

Non l'ho aperta subito, («prima sistemo la borsa e mi do una sciacquata alle mani, poi me la leggo...»), l'ho appoggiata lì, sul ripiano dell'anticamera, e me ne sono del tutto dimenticato. 

L'ho trovata nello stesso posto questa mattina, appena sveglio. O, meglio, non ancora del tutto sveglio: per la precisione in quello stato comatoso che sta a metà tra il sonno profondo e il risveglio totale. L'ho aperta con una certa noia («possibile che quando serve non trovo mai il tagliacarte!») e, senza troppa attenzione, ho cominciato a leggerla. 

Al primo momento, devo dire la verità, non ci ho capito un granché, ma giunto alle ultime righe sono letteralmente trasalito!

Egregio Cittadino,
Le inviamo il pass definitivo che l'autorizza a sostare negli spazi di sosta regolamentare presenti nel Suo Ambito. La scadenza del presente pass è indicata sul contrassegno stesso.
Le rammentiamo che i titolari del presente contrassegno potranno sostare gratuitamente negli spazi regolamentari con strisce blu solo se indicato nell'apposita segnaletica verticale, in mancanza di esplicita indicazione la sosta gratuita non è consentita.
Per ulteriori informazioni potrà contattare l'infoline 02.02.02 oppure visitare il sito Internet (www.comune.milano.it) e raggiungere la sezione "ho bisogno di muovermi in e fuori città".
La ringraziamo per la cortese attenzione e Le porgiamo i nostri migliori saluti.
Il ViceSindaco
On. Riccardo De Corato
L'Assessore ai Servizi Civici e Semplificazione
Avv. Stefano Pillitteri
Milano, 20 ottobre 2010

La testa ha cominciato a ronzarmi, le gambe hanno cominciato a cedere lentamente, come svuotate di tutte le forze.

«Ma come...?!? Ho sognato tutto...!!! Le elezioni, la campagna elettorale, i cartelloni su br e procure, il primo turno, la Moratti che dà del ladro, il ballottaggio, la vittoria di Pisapia, la città arancione, piazza del Duomo in festa...». In pochi secondi mille immagini mi sono passate davanti agli occhi, come in un film proiettato a gran velocità.

«"De Corato"... "Pillitteri"... "20 ottobre 2010"...: questa è la realtà, il resto è stato tutto frutto della mia fantasia. Un sogno, solo un sogno... Ma cosa cavolo ho mangiato ieri sera?»

Fino a che mia moglie, quella santa donna, non mi ha svegliato dall'incubo: «Ma dài che siamo a fine giugno, non senti che caldo fa, e non sono neanche le otto?»


(E allora, chiedo io, si fanno certi scherzi? Si inviano le lettere con otto mesi di ritardo?)

.

giovedì 16 giugno 2011

Karlbert, ovvero l'arte
di dissacrare i dissacratori

Si chiama Karlbert, è un artista apparso da poco sulla scena milanese, ama dissacrare. Ce ne sono tanti, di artisti che amano dissacrare, è vero. Forse la dissacrazione è l'unica vera essenza dell'arte, potrebbe sostenere qualcuno. Ma Karlbert riesce ad andare oltre, a fare un passo in più: ama dissacrare i grandi artisti dissacratori.

Una forma d'arte forse nata per gioco, quella di Karlbert, ma che nasconde invece sotto di sé una profonda evoluzione intellettuale, che ben identifica la cultura egemone di questi ultimi anni. E', Karlbert, un vero artista del nostro tempo, che cerca in qualche modo di rimettere le cose a posto. Non perché queste non gli piacciano, anzi: Karlbert prima ancora di essere un artista è un cultore d'arte, anche e proprio di quell'arte dissacrante, che molti, tra i meno esperti, tendono a considerare "incomprensibile".

Un omaggio ai grandi artisti dissacratori

No, Karlbert approfitta della sua opera di dissacrazione per rendere omaggio ai grandi artisti che, non a caso, rappresentano alla perfezione il suo più profondo background. Senza di loro Karlbert non esisterebbe e questo lui ben lo sa. Il suo non è, quindi, il clamoroso gesto di dileggio, di derisione di un'arte arrivata agli estremi. Tutt'altro. È, come detto, un grande tributo ai suoi grandi maestri ispiratori.

Degno di interesse è il modus operandi dell'artista Karlbert, l'attività intellettuale e manuale, cioè, che conduce alla creazione delle sue opere. «La loro ideazione e creazione – ama dire il maestro, sorprendendo ogni volta i suoi uditori – non mi deve occupare per più di 10 minuti» . L'arte a tempo, forse questa è la vera rivoluzione di Karlbert che, con estrema umiltà, vuole indurci a credere che dietro ogni sua opera non ci sia un lungo lavorìo (di mesi, forse di anni) utile e necessario alla concettualizzazione dei profondi messaggi che, volta per volta, affida alle sue opere d'arte.

Le prime due opere di Karlbert

In conclusione, è con grande gioia che qui comunichiamo agli amici di Milanau che Karlbert, vincendo la sua proverbiale ritrosia, ha deciso di rendere pubbliche le sue prime – e per ora uniche – opere proprio attraverso le pagine del nostro blog.

Lo ringraziamo, nella speranza che questa sua scelta rappresenti per lui (e anche per noi) un trampolino di lancio verso la gloria imperitura.


La prima opera di Karlbert:


"Prematura scomparsa di un concetto spaziale 
per mano di una merlettaia"


E, qui sotto, la rappresentazione della seconda opera del maestro Karlbert: 


"Furto d'arte"


Per ora è tutto. Ma Karlbert, ne siamo sicuri, farà ancora parlare di sé...


.
 

venerdì 10 giugno 2011

Rivoglio la mia fontanella


Ho sempre sete. Mi capita fin da quando ero bambino. Mi ricordo certi viaggi in auto tremendi, con mio padre (erano gli Anni '70) che diceva che i finestrini non vanno abbassati, perché se no la macchina sbanda. Estate, caldo torrido, la strada verso il mare.

«Ho sete!» era la mia frase più usata. «Smettila» la risposta, sempre quella, dei miei genitori.

Poi, la spiaggia. Non era ancora il tempo in cui si diceva che bisogna bere molto. Mia madre era inflessibile: «Se bevete, poi non potete fare il bagno per almeno tre ore». Una vera sofferenza.

Poi, crescendo, si correva in cortile. «Non bevete troppo che vi fa male», l'ammonimento prima di uscire di casa. Ma ormai la libertà era conquistata, la fontanella di ghisa con lo stemma del Comune era lì all'incrocio delle strade, a portata di mano, pronta all'uso ogni volta che se ne sentisse l'esigenza. E allora bevevo, bevevo, fino a non poterne più. Bella cosa la libertà...

Una brutta sorpresa, la fontanella non c'è più!

Oggi sono tornato lì, alla mia fontanella. O meglio, dove c'era la mia bellissima e amata fontanella. Da poche settimane è sparita, al suo posto un modernissimo erogatore di acqua minerale (anche gasata) a pagamento. Mi è venuta voglia di piangere, di urlare, di chiedere: "Ma dov'è finita?". In qualche magazzino comunale, probabilmente. O, forse, in qualche bel giardino...

Sì, io rivoglio la mia fontanella. E anche per questo voto "sì" al referendum sull'acqua.







.

giovedì 9 giugno 2011

La battaglia quotidiana di Missori

Il suo nome è Giuseppe. Il suo cognome Missori. Di lavoro fa, anzi faceva, il soldato.

Una vita di combattimenti, la sua, tutta rivolta al raggiungimento di quell'Unità d'Italia che festeggiamo – quasi tutti – in questo anno 2011. Prima tra i protagonisti delle Cinque Giornate di Milano, poi ufficiale al seguito di Garibaldi. Fu uno dei Mille, e questo basterebbe a renderlo immortale.

Ma fu anche colui che a Milazzo salvò coraggiosamente la vita all'Eroe dei due mondi: «Il colonnello Missori, con la solita bravura, mi apparve alla testa dei vari distaccamenti nostri e mi sbarazzò del nemico che guidava la cavalleria avversaria» scrisse in seguito Garibaldi nelle sue memorie.

A uno che salva la vita al Giuseppe nazionale minimo minimo bisognerebbe fargli un monumento. E infatti la città di Milano, di cui Missori è stato tra l'altro consigliere comunale (dopo avere attaccato la spada al chiodo) gliene ha dedicato uno, inaugurato nel 1916 e sistemato proprio al centro della piazza che porta il suo nome. Una piazza centrale, a pochi passi dal Duomo, e un monumento equestre unico nel suo genere.

Il cavallo stanco, vero coprotagonista del monumento

La scelta dello scultore, tal Ripamonti, è stata infatti quella di sottolineare l'orgoglio e la forza di questo combattente proprio grazie alla figura del cavallo, che in questo caso, possiamo dirlo, è protagonista della scultura tanto quanto il suo padrone. Se infatti l'animale appare affranto, stanco e forse anche un po' rassegnato – la scena probabilmente richiama il momento immediatamente successivo alla fine di una battaglia – il cavaliere, da par suo, mostra invece una vigoria estrema, un orgoglio che nemmeno la stanchezza può sconfiggere.

Davvero un grande soldato, deve essere stato Giuseppe Missori. Forse è per questo che, anche se ormai solo come monumento, continua a combattere una sua battaglia ogni giorno, indefessamente. Solo che i nemici non sono più gli austriaci, i papalini, i bersaglieri. L'assedio quotidiano cui è sottoposto è oggi quello delle auto, delle moto, dei furgoni che osano posizionarsi tutt'intorno ai suoi piedi, senza alcun rispetto.

Perché piazza Missori è senza dubbio una delle piazze più brutte di Milano. Non per il contorno, che alterna ruderi romani a palazzi storici, palazzi del ventennio e palazzi moderni, ma per ciò che ci sta in mezzo: una sorta di parcheggio, circondato da tratti di antiche linee tramvarie dismesse, dove regnano disordine e anarchia che, ormai solo casualmente, ha al suo centro una statua equestre con un cavallo stanco e un militare col busto eretto.

Sì, perché l'orgoglio di Missori, quale che sia il nemico, rimane lo stesso di sempre. Anche se la sua fiera immagine, ultimamente, viene affiancata da... amici di ben altra natura, come qui si testimonia. Capita, con questa nuova moda di sponsorizzare i lavori di ristrutturazione dei palazzi. Ma forse ci si aspetterebbe che al vil denaro proveniente dall'anima del commercio – anzi, dal commercio senza anima – non si piegasse anche la Chiesa (il palazzo in questione è la bellissima sede della parrocchia di Sant'Alessandro).

La sistemiamo o no, questa piazza?

Ma il punto è un altro, pubblicità o non pubblicità: insomma, la sistemiamo o no questa piazza? O meglio: la facciamo diventare una vera piazza? Della quale il suo protagonista indiscusso possa davvero essere fiero?

Non vorremmo che lo spirito del cavallo, alla fine, dovesse avere la meglio...


Questo è ovviamente un post che sarà soggetto a continue aggiunte, almeno fino a quando perdureranno i lavori di sistemazione del palazzo retrostante il monumento. E, dunque, ecco (siamo al 20 giugno 2011) due nuovi amici di Missori. Questa volta si tratta di due personaggi famosi, un regista e uno scrittore

Più famosi del nostro eroe? Questo lo potranno dire solo i posteri...

Oggi, 5 luglio 2011, stanno smontando le impalcature del palazzo. Gli amici del buon Missori già da giorni sono spariti, tra poche ore il fiero cavaliere tornerà finalmente solo. O meglio... adesso ci sono le macchine parcheggiate alla bell'e meglio attorno alla sua base, da eliminare. Ma per quelle il timore è che non sia così facile... Intanto godiamoci, qui sotto, questo primo passaggio verso la normalità...




E già che ci siamo, per chiudere, un po' di... nostalgia. Ecco com'era piazza Missori nel 1916. Ogni commento appare superfluo.



Nel 2015 finalmente la piazza è tornata al suo antico splendore. Ecco com'è andata: "La nuova piazza Missori, strappata alle auto e restituita ai cittadini".



Votami

migliori