lunedì 28 aprile 2014

E quella casetta di ringhiera
diventò sempre più piccola


La signorina Liliana ha quasi 80 anni e vive in questa casa di ringhiera fin dalla nascita.

Suo, padre, dice, quando era bambino aiutò a costruirla, il nonno lo mandava a dare una mano ai muratori, per qualche soldo. Aiutava a trasportare la sabbia con le carriole, sottolinea la signorina Liliana.

Poi, quando si era sposato, il padre della signorina Liliana aveva pensato fosse del tutto normale venire a vivere in questo palazzo, che sentiva in qualche modo anche suo. Gli sposini si erano sistemati in uno dei bilocali che si affacciano sulla ringhiera, al secondo piano, quello in cui vive ancora oggi la signorina Liliana.

A quei tempi il bagno era in fondo alla ringhiera ed era comune, ma quello che oggi viene visto come un disagio inconcepibile, a quei tempi – erano suppergiù gli anni 30 – era visto come un lusso che non tante persone a Milano si potevano permettere.

«Quanto spazio abbiamo tutto per noi!»

Quando era entrato nella nuova casa, il padre della signorina Liliana aveva detto alla moglie: «Quanto spazio, abbiamo tutto per noi! Adesso stiamo attenti a non fare come a casa dei miei genitori, che è strapiena di cose e non c'è più un centimetro libero».

Era stato facile profeta.

Di lì a poco, infatti, era nata la signorina Liliana. Il locale che fino a quel momento era stato il salottino di casa, era stato trasformato in breve nella stanza della figlia. Per questo la sera, da quel momento, i genitori avevano cominciato a passare direttamente dalla cucina – il locale più caldo della casa, grazie alla cucina economica a legna che aveva la doppia funzione di cucinare e scaldare – alla camera da letto.

Oltre che dal fornello, la cucina era occupata dal lavello, dalla credenza e da un tavolo con quattro sedie. Ora si era aggiunta anche una poltroncina, su cui si sedeva il padre quando tornava stanco dal lavoro.

Nella camera da letto dei genitori, oltre al giaciglio c'era un treppiedi con catino dove ci si lavava – con l'acqua presa dalla fontanella comune posta all'esterno, all'inizio del ballatoio –, un grosso armadio di legno scuro e un cassettone altrettanto scuro su cui era posto uno specchio basculante attorniato da immagini della Madonna e dei Santi, affiancate da lumicini che venivano accesi nelle occasioni speciali. Alle pareti altre immagini sacre e sbiaditi ritratti fotografici di nonni e parenti vari.

Uno spazio sempre più ridotto

Il secondo colpo allo spazio vivibile dell'appartamento lo aveva dato l'avvento del frigorifero. Si era cominciato a parlarne già nel dopoguerra, ma il padre della signorina Liliana, operaio specializzato, lo aveva regalato a sua moglie ben dopo la metà degli anni 50. Forse era il 1957, ma su questo non c'è certezza. Un fantastico elettrodomestico che aveva permesso alla madre della signorina Liliana di fare la spesa una volta ogni tanto, non più tutti i giorni come era costretta prima. Ma che aveva anche ridotto ancor più lo spazio della cucina.

Il terzo attacco era arrivato invece dalla televisione, attorno al 1960. Quella grossa scatola capace di regalare immagini in bianco e nero era entrata nella casa della signorina Liliana da grande protagonista, sistemata in cucina, sopra un mobiletto fatto fare apposta da un falegname amico del padre. Il tavolo su cui si mangiava era stato direzionato – così come del resto la poltroncina del padre – in modo tale che tutti e tre i componenti della famiglia potessero godere dello spettacolo senza bisogno di contorsionismi.

Ma la vera rivoluzione era arrivata, nella casa della signorina Liliana, verso la fine degli anni 60, in pieno boom economico. Una città in grande evoluzione come Milano non poteva più permettere che i suoi cittadini si servissero di bagni comuni, non privati. All'improvviso quella era sembrata una cosa inaccettabile, per cui tutti – spesso con grandi sforzi economici e quindi con grandi sacrifici – si erano preoccupati di porvi fine.

Anche la signorina Liliana, ormai adulta, e la sua famiglia si erano adeguati, sacrificando parte della stanza dei genitori per la costruzione di un bagno finalmente di uso esclusivo – seppur "cieco", senza finestre – corredato di lavandino, water, bidet e vasca da bagno, tutti ovviamente dotati di acqua corrente.

Era stata, quella, una grande botta al poco spazio casalingo ancora a disposizione, che si era andato ulteriormente a ridurre quando nei primi anni 70 era arrivata la lavatrice, incastrata tra bidet e vasca. La gestione della casa era ormai nelle mani della signorina Liliana, figlia unica e nubile di due anziani genitori (in quegli anni avere più di 65 anni voleva dire essere ormai nella "terza età").

Le cose di una vita

Oggi in quella casa, come detto, ci vive la signorina Liliana, da sola. Lei è nata lì e da lì non si è mai mossa. L'altro giorno ho suonato al suo campanello per avere da lei un'informazione. Quando ha aperto il battente del suo portoncino che si affaccia sul ballattoio del secondo piano, non ho potuto fare a meno di notare le tante cose accumulate nel suo appartamento. Oggetti d'arredo, soprammobili, scatole, giornali accumulati e conservati nel corso di un'intera vita.

Lei si è accorta della direzione del mio sguardo e, forse per giustificarsi o forse perché aveva semplicemente voglia di chiacchierare, mi ha raccontato la storia di suo padre, di quando appena sposato aveva chiesto alla moglie di non riempire troppo la casa, come invece avevano fatto i suoi genitori...



I racconti della signorina Liliana, vedi anche "Quando a Milano c'è stata la guerra".


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giovedì 10 aprile 2014

Dopo Silvio, c'è solo Marina


Lo so che questo è un blog che parla, che vuole parlare, esclusivamente di Milano.

Lo so che non se ne può più di politica gridata, di politica gossip, di politica di bassa lega.

Lo so che non se ne può più di proberlusconi vs controberlusconi.

So tutte queste cose. Ma io questa mia convinzione la devo espletare adesso – qualche ora prima che il Tribunale di Sorveglianza di Milano decida la pena (carcere, arresti domiciliari, servizi sociali) da attribuire all'ex cavaliere – prima che sia troppo tardi.

Io penso, ho sempre pensato e sempre penserò, che il dopo Berlusconi si chiama Berlusconi. Penso, credo fermamente che a Silvio politico – quando lui deciderà di farsi del tutto da parte – seguirà Marina politica.

Ne sono certo, non perché me l'abbia detto qualcuno o perché abbia un contatto diretto con i protagonisti della vicenda.

E' solo che sono arciconvinto che Marina alla fine dirà di sì: «Me l'hanno chiesto con tale insistenza che non potevo continuare a dire di no» oppure anche «Il Paese ha bisogno oggi più che mai di qualcuno che sappia governarlo, è ora di darsi da fare per questa povera Italia».

Marina scenderà in campo. Per la gioia della sua famiglia, che potrà continuare a "contare" (in termini di potere e di soldi) e dei collaboratori stretti dell'attuale capo, che potranno continuare a farsi mantenere (politicamente parlando, ovviamente).

Gli elettori di Forza Italia, poi, saranno felicissimi di non dover cambiare nome di riferimento (siamo così pigri, noi italiani...)

Marina sarà il dopo-Silvio, il berlusconismo avrà ancora vita lunga. Ecco, l'ho messo nero su bianco, perché non si dica, un giorno, che io non l'avevo detto!

P.S.: tra l'altro i Berlusconi vivono e operano a Milano e dintorni, non è che siamo usciti così tanto dal seminato.


domenica 16 marzo 2014

Buon compleanno, signor Buriani


Una figurina Panini di Buriani
Oggi, 16 marzo 2014, Ruben Buriani compie 59 anni.

E chi se ne importa diranno in molti. E, soprattutto, chi è questo Buriani?

Già, chi è Ruben Buriani? La figurina qui a lato parla chiaro: si tratta di un calciatore o, meglio, di un ex calciatore, che ha giocato nel Milan per quattro o cinque stagioni. Si parla della fine degli anni '70, primi anni '80 (bisognerebbe aggiungere dello scorso secolo, ma a me questa cosa fa sempre un po' impressione).

Un giocatore come tanti altri, dirà qualcuno, dimenticando che è stato una pedina fondamentale del Milan del "Barone" Liedholm che vinse lo scudetto della stella nel 1979. Uno che non passava inosservato, in ogni caso, non fosse altro per quella sua zazzera bionda, biondissima, quasi bianca. Tanto che qualcuno lo chiamava "Pannocchia".

Il biglietto della mia prima partita
Per me Buriani è uno dei giocatori del Milan più importanti di sempre, perché nella mia prima partita vista dal vivo ha segnato due gol.

Ai tempi vivevo in Valtellina e andare a San Siro (allora si chiamava solo così) voleva dire stare in giro tutta la giornata. Partenza col pullman all'alba, forniti di zainetto con panini (di segale, con la bresaola) e lattine (non c'erano ancora la mini bottigliette di plastica d'acqua minerale, né esistevano i divieti di portare le lattine all'interno dello stadio). Viaggio sonnecchioso fino a Milano, con l'umore dei tifosi che aumentava man mano che ci si avvicinava allo stadio. E poi giù tutti di corsa, a conquistare un posto in tribuna, che naturalmente non era numerato e quindi chi prima arrivava... Poi, dopo la partita, tutti di corsa alla ricerca del pullman e, dopo lunghe ore di cammino a passo d'uomo, imbottigliati in un traffico mai visto, finalmente il lungo viaggio di ritorno, con atmosfera felice o triste, a seconda del risultato della partita. A casa ci si arrivava che era ormai notte fonda.

Facchetti e Rivera, i capitani

Il derby del 6 novembre 1977

La mia prima partita è andata in scena il 6 novembre 1977 e non era una partita normale. Si trattava di un derby e i derby non sono mai partite normali.

La squadra di casa era l'Inter, ma questo a me – tredicenne che per la prima volta metteva piede nella "Scala del calcio" – poco importava. Quando sono entrato a San Siro sono rimasto letteralmente a bocca aperta. Il verde del prato, le pubblicità a bordo campo, il grande schermo elettronico, le tribune non ancora piene ma già gremite di tifosi, con quelli del secondo anello (il terzo? macché, quello non c'era ancora) intenti a srotolare bandiere e striscioni. Uno spettacolo incredibile.

Un'emozione difficile da raccontare. Lo scambio della stretta di mano e dei gagliardetti, a inizio partita, fu tra i due capitani, non proprio due giocatori normali. Da una parte Giacinto Facchetti, con la sua brillante maglia a larghe righe neroazzurre. Dall'altra, non so se mi spiego, un certo Gianni Rivera con la sua casacca a righe strette rossonere. Tutti e due con la fascia bianca sul braccio sinistro. Mi si potrà dire quello che si vuole, nella vita. Ma io potrò sempre rispondere che io quei due li ho comunque visti giocare, anche se ormai a fine carriera, e questo basta e avanza.

Il gol dell'1-0 di Buriani (da: www.magliarossonera.it)
A farla breve, pronti e via, questo signor Buriani si avvicina all'area dell'Inter, è solo il 4', e all'altezza della lunetta fa partire un tiro che s'insacca a fil di palo. Bordon non può che raccogliere il pallone dentro la rete. Gol? Io e i miei amici ci guardiamo quasi sorpresi: ma è così facile, segnare in Serie A? Uno corre un po', arriva a distanza, alza lo sguardo e tira. Tutto lì.

Ruben Buriani di gol ne segnerà un altro, verso la fine della partita. Quello del definitivo 3 a 1 per il Milan che, purtroppo, non riesco tanto a ricordare. L'ho rivisto, nei filmati d'epoca, ma non me lo ricordo, dal vivo. In mezzo un rigore trasformato da Rivera (non solo l'ho visto giocare, l'ho visto pure segnare!) e un tentativo, vano, di rimonta dei nerazzurri, con gol di Anastasi.

Il nostro lungo viaggio di ritorno fu naturalmente molto festoso.


La mia prima partita vista dal vivo. Un ricordo indimenticabile, grazie anche a quel giocatore biondo, biondissimo, dai capelli quasi bianchi, tanto che qualcuno lo chiamava "Pannocchia".


Per questo oggi dico, molto volentieri: tanti auguri, signor Ruben Buriani!



Tutte le informazioni su Inter-Milan 1-3 del 6 novembre 1977




Il servizio RAI di Beppe Viola sulla partita. Poesia pura.


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lunedì 10 febbraio 2014

Sciopero tassisti. Ovvero, quando
i monopolisti scendono in piazza


Estate 2011. Bergamo, aeroporto di Orio al Serio. Ho appena fatto il check-in e spedito le valigie, quando mi accorgo di avere lasciato il cellulare sulla mia automobile, lasciata una mezz'ora fa in un parcheggio della periferia di Orio, a tre-quattro chilometri dalla pista. Stiamo partendo per le vacanze estive, non posso restare 15 giorni senza il telefono, ho anche alcuni piccoli lavori in sospeso, da gestire tra un bagno in mare e l'altro.

Non c'è alternativa, devo tornare al parcheggio e riprenderlo. Nessun problema, ho tutto il tempo per farlo, vado dunque dove ci sono i taxi, entro e mi siedo sul sedile posteriore del primo della fila. Il guidatore è un giovane, e mi chiede dove devo andare. Gli spiego la situazione.

«E' qui vicino – dico, indicando l'indirizzo del parcheggio  – in venti minuti al massimo andiamo e torniamo».

Mi aspetto che il tassista metta in moto e parta senza tentennamenti, e invece questo si gira e dice, con tono perentorio: «Solo fino a lì? No guardi, non mi interessa, non la porto...»

Stupore. «Come non le interessa, lei non è un tassista?».

«Sì, ma lei mi fa perdere il primo posto nella fila per una corsa da niente, mi spiace. Non la porto».

Rabbia. «Le spiacerà anche, ma lei è un tassista, giusto? E quindi mi deve portare dove le chiedo, immagino... non è questo il suo lavoro?».

«Vabbé, la porto, ma comunque per questa cosa le faccio pagare due corse: una all'andata e una al ritorno. Quindi di base sono 15 euro di fisso in partenza più il tragitto e 15 euro al ritorno, più il tragitto».

Ancor più stupore. «Scusi, non credo di avere capito. Intende dire che per lei queste sono due corse differenti?».

«Certo, perché la porto in un posto, poi la riporto qui da quel posto».

Ancor più rabbia. «Va bene, allora facciamo così: ho semplicemente voglia di fare un giro in taxi, spero che questo mi sia concesso. Io a metà scenderò dalla sua auto e ci risalirò dopo trenta secondi, quindi torneremo qui. Un giro fino a Orio, così, perché ho voglia di vedere il paese e, in particolare, i suoi famosi parcheggi per auto. E alla fine torniamo all'aeroporto. Quanto mi costa? Me lo dica, mi piacerebbe scrivere un bell'articolo sul servizio tassistico che ruota attorno all'aeroporto di Bergamo».

«Ah, lei è giornalista? Le costa il fisso, 10 euro, più il tragitto. Ma comunque sappia che questo non è il modo di fare, non è più possibile fare questo lavoro, si fa la fame... Lei immagino che venga pagato profumatamente per il suo lavoro, non come noi, che siamo sempre in giro per quattro soldi...».

Pagato profumatamente... Per tutto il viaggio mi sono sorbito le lamentele e gli insulti del giovane taxista, cercando di tenergli testa. Alla fine, dopo quindici minuti di corsa, ho pagato i 25 euro segnati dal tassametro. Gli ho chiesto la ricevuta, che mi è stata buttata lì con sbuffi e con un eloquente «Pure quella...».


La concorrenza migliora i servizi

La prima regola, in questi casi, è quella di non fare "di tutta l'erba un fascio". Ma che questo mio amico – insieme ai tassisti che si comportano come lui – si renda conto che esistono alternative alla sua prepotenza, non mi sembra tanto male. Se io avessi avuto un'altra possibilità, in quell'occasione, l'avrei sfruttata al volo e l'avrei lasciato lì, contento di occupare il suo primo posto della fila. E ci avrei pensato due volte, in seguito, prima di riprendere un taxi.

La concorrenza, si dice, aiuta a migliorare i servizi. Ben venga dunque – che si chiami Uber, Car2Go, Enjoy, GuidaMi, ecc. – soprattutto in vista di Expo 2015, quando in Italia "caleranno" milioni di stranieri (vittime preferite dei più furbacchioni tra i guidatori di auto pubbliche).

Servirà ai tassisti, questa concorrenza, che potranno così eliminare le "mele marce" che si annidano nella loro variegata categoria e servirà, soprattutto, all'immagine del nostro Paese.


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giovedì 9 gennaio 2014

Teatro. Piccolo omaggio ad Achille Campanile (con rispetto parlando)




LA TELEFONATA
(Pièce teatrale semiseria in atto unico)

 
Personaggi 
• UN TALE (che sta facendo una telefonata)
• IL SIGNOR OTTO (che riceve la telefonata)


Ambientazione 
La scena è divisa in due parti: sulla sinistra del palcoscenico il TALE, seduto dietro a una scrivania (davanti a una ben fornita libreria), su una comoda poltrona in pelle nera. Sulla scrivania, anch’essa nera, molta confusione: fogli, matite, volumi chiusi, volumi aperti. Emerge a fatica tra questi un’elegante cornice d’argento contenente la foto della moglie e dei due figli del TALE, sistemata proprio vicino a una boccia in vetro pieno (trattasi probabilmente di un fermacarte), regalata al TALE il Natale scorso dalla zia Rosina, quella che vive a Pavia. Di lato, una finestra aperta, attraverso cui si intravedono, sullo sfondo, gli alberi di Parco Sempione. Gli uccellini cantano e annunciano che, finalmente, la primavera è alle porte.

Sulla destra del palcoscenico c’è, invece, il signor OTTO, mollemente sdraiato sul divano. Sta guardando il suo programma televisivo preferito. Ogni tanto, pigramente, allunga la mano destra in cerca della zuppiera posta sul pavimento tra il divano e un tavolino, e si porta alla bocca una manciata di pop-corn. Le tapparelle sono semi abbassate, i pochi mobili della stanza – un tavolo, due sedie, una credenza, una lampada a stelo che illumina a stento l'ambiente, oltre a quelli già citati – sono pieni di polvere. Nella stanza c’è un forte odore di chiuso. Fuori ci si immagina una nebbia densa, a tratti impenetrabile.


Atto primo (e unico) 
 
Scena prima (e unica)


Il TALE compone un numero telefonico. Qualche secondo dopo squilla il telefono di OTTO, il quale fa un balzo sul divano per lo spavento e, dirigendosi verso l’apparecchio telefonico (posto sul piano della credenza), inciampa nella zuppiera e ne rovescia il contenuto sul pavimento.


Il Tale: Pronto, con chi parlo?

Il signor Otto (trafelato): Otto...

Il Tale (dispiaciuto): Ah, mi scusi, ho sbagliato numero!


(sipario)

(applausi a scena aperta, ripetute richieste di bis)


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mercoledì 4 dicembre 2013

Ex fabbrica di via Altaguardia,
i giorni della demolizione


L'arrivo del grande braccio distruttore


L'inizio della demolizione dell'ex fabbrica di via Altaguardia 11

La situazione dopo nove giorni di lavoro

Quarantaduesimo giorno: è rimasto solo il fango

Non c'è stato niente da fare. L'ex fabbrica di via Altaguardia 11 doveva essere demolita e demolita è stata (anzi, per essere precisi sta per esserlo in queste ore).

Niente di strano: la logica palazzinara ha avuto ancora una volta il sopravvento sui sentimenti, sul mantenimento dell'identità di un intero quartiere. Il futuro palazzo di cinque piani più tre di scantinati, con soluzioni abitative di pregio, messe sul mercato – si vocifera – a un prezzo di 7mila e 500 euro al metro quadro, è certo più importante, per molte e molte persone, di una vecchia anche se elegante ex fabbrica che da almeno un secolo vigilava sul quadrivio di via Altaguardia.

Gli abitanti della zona, per evitare questa demolizione, le hanno tentate tutte. Appelli a sindaco e assessori, prima attraverso gli uffici comunali – che si sono contraddistinti per la loro notevole, ci dicono in alcune circostanze fin troppo solerte, capacità "rimbalzatrice" – poi anche dalla rete, con continui appelli sui social. Ricorso al TAR, respinto, con appello fissato per i primi giorni di gennaio, quando dell'ex fabbrica si saranno salvate solo le fondamenta. Coinvolgimento delle Belle Arti, che pur riconoscendo la particolarità dell'edificio si sono trincerate dietro un «è troppo tardi, dovevate contattarci prima che il Comune concedesse i permessi». Raccolta firme, per quel che può valere, tra i residenti della zona.

Tutte iniziative che, purtroppo, non sono riuscite a evitare la demolizione.  

La nuova vista da via Vannucci

Sempre meno abitanti
e sempre più case

Vediamo sempre più, attorno a noi, palazzi che sorgono nei pochi spazi cittadini ancora rimasti disponibili. Lasciando perdere le grandi opere di edificazione, come ad esempio quelle della ex Fiera o dell'ex scalo di Porta Vittoria – di cui nemmeno ci viene voglia di parlare – ci colpiscono soprattutto i condomini innalzati all'interno di corti, ex parcheggi di autobus e tram o piccoli spazi verdi in stato di semiabbandono. Si tratta perlopiù di condomini costruiti a poca distanza da quelli che già ci sono, che una volta edificati risultano spesso del tutto inutili, perché alcuni appartamenti rimangono invenduti e altri se li aggiudicano quelli che hanno soldi da investire in seconde, terze, quarte case. Le tapparelle di questi palazzi, in linea di massima, sono destinate a restare chiuse.

Perché il punto è questo: la costruzione di nuove abitazioni non risponde all'esigenza di trovare un tetto a "nuovi milanesi" che, giungendo in città da fuori, lo richiedono. La popolazione meneghina è in diminuzione ormai da decenni, e non c'è nessuna esigenza di creare nuove case, se non per aspetti legati prettamente alla speculazione edilizia. Per la paura che il sistema edilizio imploda – un sistema da sempre molto legato ai potenti, come le cronache degli ultimi tempi ci dimostrano – governi ed enti amministrativi locali dispongono in continuazione agevolazioni per chi costruisce.

«Servirà a dare una scossa a un sistema che rischia di crollare», si dice ogni volta che viene varato un "Piano casa" (di norma più scellerato del precedente), senza che nessuno si preoccupi dell'impatto che una simile politica ha sulla vita di chi in città ci vive veramente.

E' lo stesso discorso che riguarda le concessioni relative ai sopralzi dei palazzi, che su Milanau affrontiamo da sempre. In nome del «diamo lavoro al comparto dell'edilizia» – che, particolarmente in Lombardia, raccoglie in sé il meglio e il peggio di quanto si possa trovare sulla faccia della terra – stiamo rendendo la città più brutta e meno vivibile, senza peraltro raggiungere gli obiettivi prefissati, perché se poi gli appartamenti non si vendono...

Come cambia il fronte su via San Rocco

Un quartiere destinato a diventare più brutto

L'ex fabbrica di via Altaguardia è un esempio di questo modus operandi disastroso. La sua discreta presenza rappresentava il punto fermo di un quartiere che in qualche modo era finora riuscito a salvaguardare la sua identità. Erano solo quattro mura, certo, ma erano mura che raccontavano qualcosa, solo per il fatto di esserci; che ricordavano una Milano di tanti anni fa, forse non più vivibile di quella odierna ma certo più affascinante.

Il palazzo che sorgerà al suo posto – particolarmente brutto, a vedere i progetti – cancellerà tutto questo e renderà quel quadrivio una zona della città come tante altre, del tutto anonima. Questo è proprio quello che non volevamo accadesse, quando chiedevamo che l'ex fabbrica di via Altaguardia fosse salvata. Ma nessuno ha ascoltato gli appelli dei cittadini, che in queste circostanze sono gli ultimi ad avere una voce in capitolo.

Peccato, perché i cittadini sono importanti, senza di loro non ci sarebbero nemmeno le città.



Cronaca fotografica di una demolizione


5 dicembre 2013 (secondo giorno)

La situazione di primo mattino

Tutto è pronto per una nuova giornata di distruzione

Il grande braccio torna in azione, impietoso

Scorci di '900, pochi istanti prima di sparire per sempre


6 dicembre 2013 (terzo giorno)


La consueta vista mattutina, prima che riprenda la distruzione

Se n'è andato quasi tutto il secondo piano

Ecco quel che resta dopo tre giorni di lavoro: un mucchio di mattoni rossi...


7 dicembre 2013 (quarto giorno)


Si lavora anche nel giorno di S. Ambrogio, non bisogna perdere tempo

Il grande braccio gratta. E distrugge, mattone dopo mattone

E' giunta l'ora di attaccare anche il corpo retrostante

Il grattacielo di viale Sabotino assiste muto allo scempio

L'aspetto spettrale, nella notte, dell'ultimo muro esterno rimasto


8 dicembre 2013 (quinto giorno)


Ecco che cosa riescono a fare i "Nuovi Barbari"

E' domenica, tutto tace prima dell'attacco finale


9 dicembre 2013 (sesto giorno)


Si comincia la settimana portando via le macerie, mentre il braccio meccanico riposa


12 dicembre 2013 (nono giorno)


Le impalcature non servono più, ora possono essere smontate

La consueta vista mattutina, dal terzo piano del palazzo di fronte

Hanno abbattuto anche il grattacielo? No, per fortuna è solo la nebbia...

Il terribile braccio meccanico controlla che i calcinacci se ne stiano al loro posto

Siamo ormai alle cantine, chissà che non ci si trovi qualche reperto storico... 
(qualcuno racconta che qui una volta c'era un cimitero)

E anche l'ultima finestra su via Altaguardia se n'è andata

20 dicembre (diciassettesimo giorno)

Sono ripresi i lavori, e adesso via con l'attacco finale!

10 gennaio 2014 (trentottesimo giorno)

Ecco qui, fine della storia. Dell'ex fabbrica di via Altaguardia è sparita ogni traccia.

14 gennaio 2014 (quarantaduesimo giorno)
 
E se qui ci facessimo un bel giardinetto, invece del palazzo di 5 piani?

18 febbraio 2014 (settantottesimo giorno)

Addio mostro distruttore. Non ci mancherai.


venerdì 8 novembre 2013

Il Corriere della Sera vende la sede,
un pezzo di storia che se ne va


Via Solferino, l'attuale sede del Corriere della Sera
C'è stato un momento della mia vita in cui credevo (che ingenuo!) che il fatto di avere sostenuto l'esame da giornalista mi desse di per sé il diritto di lavorare in un giornale, meglio ancora se quotidiano. Per questo, in un modo o nell'altro, ero riuscito ad avere colloqui con direttori e caporedattori dei principali fogli editi a Milano.

Ognuno di questi colloqui sarebbe degno di essere raccontato e forse un giorno lo farò. Ma questa volta mi voglio soffermare su quello che ho sostenuto al Corriere della Sera, all'interno della sede di via Solferino. Mi sembra il momento giusto per farlo, visto che nei giorni scorsi è stata ufficializzata la vendita dello storico palazzo da parte di RCS, società che ha bisogno di soldi per uscire da una situazione economica, diciamo così, non proprio brillante.

Difficile pensare al Corsera scindendolo dalla sua storica sede. Perché il fascino di questo giornale – forse un po' calato nei decenni a livello di lettori, ma sempre immutato nel mondo degli addetti ai lavori – deriva anche dalla sua storia, che fin dalla sua fondazione (ormai sono quasi 150 anni) si è fortemente intrecciata con quella del nostro Paese.

Il portone d'entrata del Corriere della Sera

Quel giorno in cui
ho varcato
il portone
di via Solferino

Me ne sono reso conto il giorno in cui ho varcato il portone di via Solferino per incontrare un gentile caporedattore, con cui ho chiacchierato a lungo e che si è anche prestato a farmi da cicerone, forse leggendo nei miei occhi l'emozione di trovarmi nel tempio del giornalismo italiano. Voglio subito precisare che per il Corriere non ho mai scritto nemmeno una riga, quell'incontro è rimasto un'esperienza unica, che non ha avuto alcun seguito. Ma questo non mi impedisce di sostenere che il giorno della visita al Corriere sia per me uno di quelli da ricordare con maggior piacere.

Sono entrato in via Solferino verso le 11 di mattina. La prima cosa che ho avvertito è stato il silenzio, la grande calma diffusa. E le tante scrivanie vuote. O, meglio, strapiene di fogli, giornali, appunti, riviste, ma senza nessuno seduto davanti al computer. «E' ancora presto» mi è stato fatto notare. Le 11 di mattina, appunto.

Il "mio" caporedattore aveva – e immagino abbia ancora oggi – la sua scrivania nella parte più antica del palazzo, quel cuore che pulsa da decenni, che ha visto transitare giornalisti, scrittori, poeti, personaggi che hanno fatto la storia culturale, letteraria e politica d'Italia. Forse sono stato simpatico al mio interlocutore, perché a un certo punto mi ha detto: «Vieni, facciamo un giro». Un viaggio in stanze e corridoi rivestiti di legno intarsiato, in un mondo da sogno, pieno di riferimenti al passato, testimoniati dai quadri e dai ritratti appesi alle pareti.

Dino Buzzati

La stanza
di Buzzati

«Questa è la stanza in cui lavorava Dino Buzzati».
Così, tanto per cominciare... Buzzati, non so se mi spiego.
«Lui fu uno dei pochi, forse l'unico, che non fu (anche solo momentaneamente) epurato dopo la caduta del fascismo. Nessuno osò processarlo per avere scritto ai tempi di Mussolini: lui viveva in un altro mondo, nel suo, quello che raccontava nei romanzi e negli articoli, che dipingeva sulle sue tele e che nulla aveva a che fare con le miserie umane». Non c'era bisogno di dirmelo, io amo da sempre Buzzati, se non ho letto tutto, di lui, poco ci manca.

«Qui c'è il corridoio che porta all'ufficio del Direttore (in quel momento era Paolo Mieli), mentre questa porticina era quella che veniva usata da D'Annunzio per scappare dai suoi creditori». Cioè? «La porticina conduce a un buio corridoio che porta all'esterno del palazzo. Così quando arrivava qualcuno che cercava il Vate con fare minaccioso – e pare che questo capitasse spesso – questi pensava bene di darsela a gambe scomparendo dietro quella porta...».

Eugenio Montale con Giovanni Spadolini

Montale e Montanelli
amici e "vicini di banco"

«Questa invece era la scrivania di Montale. Lui divideva la stanza con Montanelli». Montale, Montanelli... a me vengono i brividi. «Pensa che Montale prima di entrare al Corriere aveva parlato male di un libro di Montanelli. Quando fu assunto e gli comunicarono che avrebbe diviso la stanza con il "toscanaccio" aveva temuto per la sua reazione. Invece Montanelli non portò mai rancore e i due, pur diversissimi tra loro, lavorarono a lungo uno di fronte all'altro senza che vi fosse mai il minimo screzio».

Quando si parla di Montanelli tendo ad andare in confusione. La stanza con Montale era quella occupata prima di andarsene, prima di fondare il Giornale. Ma al suo ritorno dopo la rottura con Berlusconi dove stava? «Da quella parte, in una stanza vicina a quella del direttore. Del resto Mieli l'aveva detto espressamente: se Montanelli avesse voluto fare il direttore del Corriere lui si sarebbe fatto da parte subito, senza la minima esitazione...».

La Sala Albertini, con il famoso tavolo

La sala e il tavolo di Albertini

Così, mentre pensavo che lì dove stavo camminando io in quel momento, erano passati (spesso di corsa) cotanti personaggi, ecco che il mio "amico di una mattina" mi riserva l'ultima grande sorpresa. «E' ancora vuota e posso fartela vedere, velocemente. Tra poco arriveranno tutti i capiredattori centrali per decidere il giornale di domani». Apre una porta e... «Questa è la sala delle riunioni di redazione, la "Sala Albertini". Quello è il tavolo di Albertini, il famoso direttore del Corriere, non so se ne hai mai sentito parlare...». Se ne ho sentito parlare? Quel tavolo è più di un simbolo. Sedersi attorno a quel tavolo credo sia il sogno di ogni giornalista che abbia scelto di fare questo lavoro per passione...

Tanto storico da avere un suo cartello
Il mio colloquio di lavoro si è dunque poco alla volta trasformato in una visita a una sorta di museo, ma non ho nessun rimpianto. Già solo il fatto di essere entrato lì e di esserci stato per poco più di un'ora, basta e avanza. Anche perché ho continuato comunque a fare il mio lavoro di giornalista, con passione, a prescindere dal Corsera.

E' per questo che, anche se alla fine nulla cambierà nella mia vita (noi giornalisti free lance non ne abbiamo di sedi, ci arrangiamo come possiamo) non posso gioire per la vendita di questo palazzo. Chissà che cosa diventerà in futuro. La sede di una banca? Di una finanziaria? Di una multinazionale? O forse un grande magazzino o, perché no, una mega sala scommesse con annesso reparto slot machine?

Indro Montanelli nella sede del Corsera (1940)

La ribellione
degli spiriti

In ogni caso sarà un disastro. Detto da giornalista, ma anche da milanese. Ci sarebbe quasi da sperare che gli spiriti di coloro che lì hanno scritto pagine memorabili – in questi ultimi 100 e più anni, visto che il palazzo è la casa del Corriere della Sera dal 1904 –, guidati magari da quel toscanaccio di Montanelli, si ribellino, tutti insieme, e riescano a far scappare da quella porticina tanto cara a D'Annunzio coloro che hanno pensato e messo in campo questa sconsiderata e irrispettosa operazione immobiliare.


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