martedì 21 maggio 2013

Cresce sempre più
il movimento "No slot"

Un problema, una piaga sociale, che sta interessando sempre più persone. Stiamo parlando del gioco d'azzardo "legale", quello che vede tra le protagoniste le slot machine che possiamo trovare nella sala giochi aperta sotto casa o nel bar del'angolo.

Gioco d'azzardo significa tanti soldi. Tanti soldi guadagnati dallo Stato e da chi ha interessi all'interno di quel mondo – alcuni dicono ci sia anche la mafia – e tanti soldi persi da chi entra nel gorgo delle scommesse e delle slot machine e non riesce più a uscirne.

Un sistema capace di stritolare chi vi incappa, che di rado riesce a uscirne indenne. Ma, per fortuna, sempre più persone, a ogni livello, si stanno oggi rendendo conto che qualcosa deve essere cambiato, che così non si può andare avanti.

E così è nata una sorta di protesta fai-da-te, attuabile senza difficoltà da chiunque: consiste nel non andare più a bere il caffè nei bar che ospitano slot machine. E sono nati un po' ovunque movimenti no slot. Qualcuno ha anche organizzato grandi manifestazioni di sensibilizzazione, come "Cittadinanza attiva" che insieme alla "Casa del Giovane", a Pavia – una delle città più colpite da questa piaga –   ha organizzato la Marcia "No slot" per urlare un grande basta a questa escalation di degrado sociale.

Ora anche alcuni politici cominciano a interessarsi al problema. Perché ormai l'argomento è sulla bocca di tutti, sembra essere diventato finalmente popolare, da cavalcare anche da chi finora aveva avvallato in silenzio lo sviluppo dei locali pubblici con slot e l'apertura a macchia d'olio di sale giochi e sale scommesse.

Bene, comunque, l'importante è che finalmente se ne parli (e che alle parole, poi, seguano i fatti). Ed è bene che a farlo sia anche una trasmissione televisiva popolare come "Le Iene", che ha messo in campo una sua efficace campagna antislot, che vede coinvolti i sindaci di alcune grandi città italiane. Tra questi, e ne siamo contenti, c'è anche il primo cittadino di Milano, Giuliano Pisapia.




Che la battaglia finale sia davvero cominciata?


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lunedì 13 maggio 2013

Addio a Luciano Lutring,
simbolo di una Milano che fu


Va bene, non sarà forse il caso di farne l'elogio funebre. Luciano Lutring era e resterà famoso per sempre per le sue rapine compiute negli anni '60 e '70 tra Milano, la Francia e buona parte d'Europa. Non certo un bell'esempio di vita, se vogliamo. Ma Lutring, morto la scorsa notte a 76 anni, è stato anche un uomo che ha saputo cambiare la sua esistenza, diventando uno scrittore e pittore apprezzato, carriera artistica iniziata in carcere e proseguita nella sua nuova vita da uomo libero.

Ma non è questo il punto. Ci sono molte interviste di Lutring, su Youtube, che meritano  di essere viste. Perché da quei filmati, in cui il "Solista del mitra" – come veniva chiamato ai tempi delle sue scorrerie, perché nascondeva il mitra nella custodia di un violino – racconta la sue avventure giovanili, esce una Milano del passato che riesce a mettere addirittura un po' di malinconia. Quella raccontata da Lutring, certo, è la Milano della "Ligera", un mondo che vive al di fuori della legalità, fatto di furti, di rapine, di colpi audaci e spesso violenti, di soldi guadagnati (e subito spesi) in modo facile, troppo facile. Ma da questa persona, considerato ai tempi dalle polizie di Italia e Francia come il "Pericolo pubblico numero 1", capace di seminare il panico per lunghi anni tra banche, gioiellerie, pelliccerie e via dicendo, traspare un fondo di umanità difficile da scovare altrove.

Non uccise né ferì mai nessuno

A quanto si sa, Lutring non uccise né ferì mai nessuno e questo non è un particolare insignificante. Iniziò a rubare quasi per caso, il racconto della sua prima rapina è qualcosa che vale la pena di essere ascoltato. La zia (la zia!) gli aveva chiesto di andare in posta a pagargli una bolletta. Lui ci era andato, con la sua vecchia pistola senza proiettili infilata nei pantaloni. L'aveva comprata di seconda mano qualche mese prima, la portava con sé per fare il bullo con gli amici, nel quartiere. Il cassiere della posta era lento e lui si era lamentato battendo un pugno sul bancone. Nel movimento si era intravista la pistola nella cinta, così che il cassiere, spaventato, gli aveva consegnato in tutta fretta una montagna di soldi senza che lui avesse chiesto niente.

Chissà se andò veramente così. La cosa certa è che da quel momento iniziò una carriera fulminante, da rapinatore gentiluomo, che portò Lutring ad appropriarsi, fino al momento dell'arresto, avvenuto in Francia nel 1965, di una cifra corrispondente ai 30 miliardi di lire di allora (secondo quanto raccontato da lui stesso). Soldi tutti spesi in donne (molte rapine le compì per soddisfare la sua Ivonne), gioco, bella vita fatta di macchine di lusso, grandi alberghi e vacanze nei luoghi più esclusivi.

E' uno che ha pagato per i suoi misfatti

Niente di edificante, siamo d'accordo. Ma siamo di fronte a una persona che ha pagato con il carcere per quello che ha compiuto – non ce ne sono tante, in giro, ad averlo fatto – e che ha saputo in seguito regalarsi una nuova vita, da persona normale. Ora non c'è più e di lui restano i libri, i quadri (pare che le sue tele siano molto apprezzate) e i racconti brillanti delle sue guasconate, che a sentirle descritte da lui - con il suo milanese "romantico" – sembrano quasi scene di un brillante film del genere "guardie e ladri".

Perché diciamocelo: Lutring sarà anche stato uno spietato rapinatore, un fannullone e un perdigiorno votato solo alla ricerca del proprio piacere, ma nulla ci impedisce di dire che era anche una persona gentile, umana e autoironica. Insomma, proprio un simpatico bandito, come ai giorni nostri non ce ne sono più (tanto per voler concludere con una banalità).



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mercoledì 24 aprile 2013

Via Giulio Romano, qualcuno faccia chiudere quella sala scommesse


In zona Porta Romana c'è un condominio, quello di via Altaguardia 17, che sta combattendo una battaglia aperta e senza esclusione di colpi contro l'apertura di una sala scommesse. Una battaglia che per ora sembra essersi trasformata in una sconfitta, visto che la sala che si affaccia su via Giulio Romano è stata aperta lo scorso sabato, 20 aprile. Ma solo il tempo dirà se è davvero così.

Si teme l'arrivo della microcriminalità

Per quale motivo gli abitanti di questo condominio non vogliono che nel loro palazzo trovi spazio una sala scommesse? Come si sa, queste sono legali, gestite dalla Snai, che opera grazie alle concessioni offerte dallo Stato, in particolare da quella che una volta si chiamava Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato  e che oggi risponde al nome di Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Niente da eccepire, su questo. Ma è un dato di fatto che le sale scommesse, così come quelle che ospitano il gioco del Bingo o le cosiddette sale giochi con le slot machine di ultima generazione, attirano una popolazione variegata e non sempre contraddistinta da comportamenti limpidi e tendenti alla legalità.

A fare paura agli abitanti del condominio e di buona parte del quartiere interessato non è tanto il fatto che il mondo delle scommesse legali – di quelle clandestine è persino inutile parlare – sia considerato ormai da tempo nel mirino della criminalità organizzata (per chi intendesse approfondire l'argomento ecco un'inchiesta del Sole 24 Ore datata addirittura 15 gennaio 2008).

Non fanno dunque paura i pesci grossi, che magari qui non ci verranno nemmeno, ma piuttosto tutto quell'esercito di piccoli biscazzieri, ladruncoli, truffatori e usurai da quattro soldi, che bazzicano attorno ad ambienti di questo tipo e che sono sempre pronti ad aprofittare delle fortune alterne degli scommettitori. Persone che, com'è facile immaginare, nessuno vorrebbe avere costantemente sotto casa...

«Tutto studiato per non dare fastidio»

Snai ci tiene a far sapere che è tutto a posto, sotto controllo. Per locali come questo, dispone l'apertura alle 10 di mattina e la chiusura alle 20, così da evitare assembramenti notturni o negli orari in cui i ragazzi si recano nelle scuole. E predispone, all'interno di queste strutture, sale fumatori a angoli bar, per evitare che gli avventori si trattengano sui marciapiedi o siano protagonisti di fastidiosi andirivieni dai locali pubblici più vicini.

«E' tutto studiato per non dare fastidio», dicono i responsabili delle sale, cercando di rassicurare chi si lamenta dell'apertura avvenuta sotto casa propria, dimostrando così di essere perfettamente consci che l'apertura di una sala scommesse è in grado di destabilizzare l'equilibrio di un intero quartiere. Orari ristretti, sale fumatori, angoli bar... è così che si pensa di difendere i cittadini normali dalla piccola e grande delinquenza destinata a invadere in breve tempo un intero quartiere?

La vicinanza a scuole, chiese e ospedali

Ma non è tutto. Ancor più grave è il caso in cui l'apertura della sala scommesse avvenga in un contesto che dovrebbe essere, per sua natura, protetto. La sala di via Giulio Romano è stata infatti aperta a poca distanza da una scuola, anzi da due – una scuola elementare e un Istituto professionale, il "Ferraris Pacinotti" – e da una chiesa e da un oratorio, quelli di Sant'Andrea.

La freccia indica dov'è stata aperta la sala scommesse di via Giulio Romano.
A sinistra la doppia scuola (elementare e professionale), a destra la chiesa di Sant'Andrea.

Se il "Decreto Balduzzi" – entrato in vigore a dicembre 2012 e fortemente voluto dal ministro della Sanità del governo Monti, da cui prende il nome (e già il fatto che di questo aspetto se ne occupi il ministero della Salute dovrebbe farne comprendere la portata e l'importanza) – non fosse stato modificato all'ultimo momento, quella sala scommesse non avrebbe mai potuto essere aperta. Perché nella sua prima estensione quel decreto diceva che strutture di questo genere avrebbero dovuto rispettare la distanza di 500 metri da scuole, ospedali e luoghi di culto. Una misura in seguito ridotta a 200 metri (e sarebbe stato ancora il caso della sala di via Giulio Romano) e infine, all'ultimissimo momento, cancellata.

Il ministero della Salute, dunque, ha la consapevolezza che una realtà come una sala scommesse, per il solo fatto di esistere, sia in grado di creare turbative in un contesto cittadino normale, abitato da persone normali che vivono (o cercano di vivere) una vita normale. Tanto che anche se il limite di distanza è stato eliminato – si sospetta che la motivazione sia da ricercare nel grande gettito fiscale che il mondo del gioco d'azzardo porta nelle casse dello Stato – la legge dice comunque che i monopoli sono tenuti a  esaminare volta per volta la posizione delle sale eccessivamente vicine a scuole, chiese e ospedali, sulla base delle indicazioni trasmesse dai Comuni...

Vediamo che cosa dice, nel dettaglio, il comma 10 dell'articolo 7 del Decreto Balduzzi:
10. L'Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e, a seguito della sua incorporazione, l'Agenzia delle dogane e dei monopoli, in funzione della sua competenza decisoria esclusiva al riguardo, provvede a pianificare, tenuto conto degli interessi pubblici di settore, ivi inclusi quelli connessi al consolidamento del relativo gettito erariale, forme di progressiva ricollocazione dei punti della rete fisica di raccolta del gioco praticato mediante gli apparecchi di cui all'articolo 110, comma 6, lettera a), del testo unico di cui al regio decreto n. 773 del 1931, che risultano territorialmente prossimi a istituti scolastici primari e secondari, strutture sanitarie ed ospedaliere, luoghi di culto. Le pianificazioni operano relativamente alle concessioni di raccolta di gioco pubblico bandite successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e valgono, per ciascuna nuova concessione, in funzione della dislocazione territoriale degli istituti scolastici primari e secondari, delle strutture sanitarie ed ospedaliere, dei luoghi di culto esistenti alla data del relativo bando. Ai fini di tale pianificazione si tiene conto dei risultati conseguiti all'esito dei controlli di cui al comma 9, nonché di ogni altra qualificata informazione acquisita nel frattempo, ivi incluse proposte motivate dei comuni ovvero di loro rappresentanze regionali o nazionali.
I Comuni, dunque, non possono intervenire direttamente, regolando l'apertura (o la chiusura) di sale di questo tipo, ma possono richiedere interventi dei monopoli, quando ritengono ci sia una condizione di vicinanza a luoghi "sensibili". Nel caso di via Giulio Romano non è dunque difficile immaginare che Palazzo Marino deciderà di intervenire quanto prima.

In evidente contrasto con il regolamento condominiale

Anche perché c'è da aggiungere un ulteriore elemento, relativo al regolamento condominiale del palazzo di via Altaguardia che, contro il proprio volere, si trova a ospitare la sala scommesse. L'articolo 10 di questo regolamento prescrive che gli spazi del condominio debbano essere destinati esclusivamente "a uso abitazione e di studi professionali o commerciali di tutto decoro". Niente a che vedere con una sala scommesse, insomma.

E chi dice che i regolamenti condominiali non contano nulla si sbaglia di grosso, visto che è di pochi giorni fa l'intervento con cui il presidente della Commissione consiliare antimafia (e si sottolinea: la Commissione consiliare antimafia!) del Comune di Milano, David Gentili, ha invitato gli amministratori e le assemblee condominiali a «usare i regolamenti condominiali per vietare l'apertura di nuove sale giochi e centri scommesse».

Ma per quanto riguarda la situazione di via Giulio Romano, coloro che operano sotto il cappello del marchio Snai (in accordo con la Aggugiari 95 Srl, la società che è proprietaria dei locali) sembrano non sentirci, da questo punto di vista. E si comportano come se tutto fosse loro dovuto. L'apertura della sala scommesse manco è stata comunicata all'amministratore o all'assemblea dei condomini. E quando è stata scoperta (quasi per caso, a lavori già quasi conclusi) la situazione è stata gestita come se le esigenze del palazzo e dei suoi abitanti – alcuni vivono qui da oltre 80 anni – non fossero altro che inutili e fastidiosi particolari di cui non tenere minimamente conto.

Dove ti piazzo la parabola? In cortile, sul tetto o sulla facciata?

Un esempio? Eccolo: per svolgere la propria attività, la sala scommesse ha bisogno di utilizzare una parabola, attraverso cui ricevere le immagini delle varie attività oggetto delle scommesse (gare ippiche, eventi sportivi in genere, ecc.). Ma il regolamento del condominio di via Altaguardia – sempre lui! – prescrive che sul tetto ci possa stare solo una antenna comune, che serva tutti i condomini. Una dimostrazione in più che attività come quelle della Snai non siano ricomprese tra quelle ammesse dal regolamento.

E allora che cosa fanno i futuri gestori della sala? Per prima cosa cercano di piazzare l'antenna nel cortile del palazzo, con la parabola puntata minacciosamente sugli appartamenti dei condomini del secondo piano. Un tentativo ovviamente vano: non è difficile immaginare che in quel contesto sia praticamente impossibile riuscire a "pescare" le onde necessarie a trasmettere le trasmissioni sui monitor della sala.

Fallito il primo tentativo, decidono dunque di forzare la mano, mandando un operaio sul tetto, senza chiedere alcun permesso all'amministrazione del palazzo. L'operaio ci va, sul tetto, e piazza pure la parabola, dove vuole lui e senza che nessuno sia stato avvisato. Ma qualcuno scopre il blitz e fotografa la scena.

Alcuni giorni dopo la parabola viene disabilitata cosicché i gestori della sala devono adottare una diversa soluzione, quella della parabola posizionata sulla vetrina (a proposito, vogliamo parlare del "decoro" di queste vetrine?) della sala scommesse. Naturalmente, anche in questo caso, senza nulla chiedere all'amministrazione del condominio.

Il risultato è qualcosa che è difficile vedere altrove, nella capitale economica di una nazione evoluta come pare sia la nostra: una parabola ad altezza quasi d'uomo, sotto finestre e balconi di appartamenti, sulla facciata di un palazzo di fine '800. Facile pensare che anche questa soluzione non potrà durare a lungo...

Per concludere, la domanda d'obbligo

E allora, per restare in argomento, la domanda d'obbligo finale è questa: scommettiamo che i milanesi della zona – non solo quelli del condominio di via Altaguardia, ma tutti quelli del quartiere – riusciranno a fare chiudere la sala scommesse di via Giulio Romano?

Fate il vostro gioco, signori, le puntate (ovviamente solo immaginarie, almeno in questo caso) sono aperte.

Aggiornamento
gennaio 2014

Ebbene sì, la scommessa l'abbiamo vinta noi cittadini, questa volta. Nessuna vincita di soldi, sia chiaro (del resto non era quello che cercavamo). Abbiamo vinto perché nei giorni scorsi, dopo nemmeno 10 mesi dall'apertura, nella sala scommesse di via Giulio Romano sono stati smantellati mobili, monitor, postazioni, macchinette bar e tutto quello che era contenuto in quei locali.

La sala scommesse era già chiusa da un paio di mesi, a dire il vero, ma nessuno si sentiva di sbilanciarsi sul suo futuro, men che meno di gioire per una situazione che poteva cambiare repentinamente. E invece ora lo si può fare, la chiusura appare davvero irreversibile e un intero quartiere, a poche centinaia di metri da Porta Romana, può finalmente ritenersi soddisfatto.

Non è dato sapere, al momento, il perché di questa decisione della Snai. La sala è stata chiusa per mancanza di clienti? perché messa alle strette da qualche ordinanza, comunale o di chissà chi? perché è iniziato un lento tramonto del successo di questi luoghi "mangiasoldi"?

Nel nostro piccolo, lasciateci pensare che anche Milanau in questa vicenda abbia il suo merito. In fondo questa "vittoria" la sentiamo anche un po' nostra. Tanto che quando l'articolo di Vita.it che racconta della chiusura della Sala scommesse di via Giulio Romano (e del fatto che questa sia stata la protagonista di un racconto/romanzo di Aldo Nove intitolato "Bingo Italia") parla di "crociata durata mesi messa in campo dall’interno quartiere" ci sembra quasi che voglia sottolineare anche quanto fatto e detto nel nostro blog (tesi che sarebbe del resto confermata dal fatto che la foto messa a corredo dell'articolo è proprio presa da questo nostro post...).

Aggiornamento settembre 2014

E' proprio vero, per dirla con le frasi fatte, che "non bisogna cantare vittoria troppo presto" e che "chi si loda s'imbroda". Nessun merito, nessuna felicità, nessuna "scommessa" vinta: la sala scommesse ha infatti tranquillamente riaperto, ha solo cambiato gestore. Da blu, le insegne sono diventate verdi, ma la sostanza non cambia.

Una sconfitta, per il quartiere, per la città, per lo Stato (che vive grazie anche agli scommettitori), ma soprattutto per tutti coloro che si rovineranno la vita giocandosi, proprio in questo locale, i pochi soldi del borsellino su uno stupido risultato di calcio.

Non c'è niente da fare, sono più forti loro.

Aggiornamento giugno 2015

Sì, loro sono di sicuro più forti, ma intanto la sala scommesse di via Giulio Romano ha chiuso un'altra volta!

Non ce la fa proprio a decollare, questa sala scommesse. Quali saranno i motivi? La posizione, forse. O forse una maggiore consapevolezza delle persone, che cominciano a rendersi conto di quanto sia importante stare alla larga da certi ambienti? O forse ancora, più semplicemente, il fatto che i soldi nelle tasche sono finiti del tutto, non ce ne sono nemmeno più per giocare e scommettere?

Ciò che importa, in definitiva, è che la sala scommesse di via Giulio Romano sia chiusa di nuovo, ormai da un paio di mesi. Ma questa volta lo diciamo sottovoce, non vorremmo dover aggiungere un altro aggiornamento, qui sotto...

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giovedì 28 marzo 2013

L'inaccettabile "spaccata" delle banche in corso di Porta Romana


Io trovo che sia una cosa allucinante. Trovo che sia allucinante che ci sia qualcuno che – in nome di una qualsiasi idea, non mi importa quale –, decida di mettere una zona della città a ferro e fuoco, prendendo a mazzate le vetrate di tutte le banche che trova sul suo cammino.

La trovo una cosa insopportabile, perché non sopporto la violenza. E mi sembra ancor più assurdo che qualcuno si riunisca e decida di protestare contro un atto di violenza subito, spargendone altra in grande quantità in mezzo alla città, là dove la gente di solito combatte ogni giorno nel tentativo di vivere serenamente la propria vita (e non sempre ci riesce).

Sabato 16 marzo corso di Porta Romana è stato trasformato in un vero e proprio campo di battaglia. A farne le spese sono state le filiali delle tante banche che si affacciano sul corso, in prima battuta, e i milanesi in generale, in seconda. Perché quei quattro delinquenti violenti ma ingenui che hanno assalito le banche credendo, così facendo, di minarne la "solidità" – ma quando mai? Quelle filiali godranno sicuramente di rimborsi cospicui dovuti ai contratti di assicurazione saggiamente stipulati mettendo in cima alle voci quella degli atti vandalici – non hanno fatto altro che arrecare ferite alla nostra Milano, che forse – e questo fatichiamo ancor più a capirlo – è anche la loro città.

Non c'è nessun valido motivo che possa giustificare un comportamento simile. E non c'è nessun motivo che possa spiegare il silenzio sotto cui quel pomeriggio assurdo e violento è stato celato. I principali giornali nazionali, il giorno dopo, hanno pubblicato la notizia senza dare particolare peso alla cosa. Il lunedì, sulle loro versioni online la notizia era già al di sotto della decima posizione, e parliamo della pagina di Milano, non di quella nazionale. Insomma, a nessuno sembra essere interessato che una delle vie principali della città, tra le più vive e frequentate, sia stata deturpata con una tal violenza.

Perché se i giornali non ne hanno quasi parlato, i politici hanno fatto altrettanto. Ci spiace che il sindaco Pisapia e la sua giunta non abbiano preso le distanze e condannato i fatti. Ci sorprende che nessuno o quasi dell'opposizione cittadina abbia denunciato una situazione tanto inaccettabile. Forse tutti erano e sono concentrati su altri problemi, o forse in molti pensano che un po', sì, le banche in fondo questo se lo meritano... Probabilmente questo è il pensiero anche di molti cittadini, che sembrano passare davanti alle vetrine infrante senza battere ciglio.

Noi no, il ciglio se permettete lo battiamo, perché non vogliamo arrenderci al fatto che bisogna accettare in silenzio comportamenti di questo tipo. Nella città in cui vogliamo vivere queste cose non succedono. E se proprio succedono, nella città in cui vogliamo vivere, i cittadini si ribellano e cercano di far prevalere la civiltà sul vandalismo.

Non pensiamo che questo sia un discorso di destra o un discorso di sinistra. Francamente in questa circostanza della politica ce ne infischiamo. Noi vogliamo, pretendiamo solo di vivere in una città civile, dove cose come queste le si vedono solo alla televisione. Anzi, nemmeno lì, perché la stupidità della violenza la odiamo anche quando è lontana da noi.

E quindi la televisione, in questi casi, la spegniamo.




Leggi anche «Studenti, per favore, cambiate filiale», l'appello della sciùra Maria, costretta a ripulire la "sua" filiale a ogni passaggio di corteo.



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mercoledì 27 febbraio 2013

Parco Ravizza, ma che bel castello...


Milano ha un nuovo castello. O, meglio, parco Ravizza ha un nuovo castello. Cioè, ha una nuova struttura in cui i bambini della zona possano giocare, all'interno del loro "recinto". Erano anni che le famiglie della zona chiedevano qualcosa in più, per quell'area riservata ai bimbi, di un semplice scivolo e di quattro striminzite  altalene.

Famiglie che avevano inoltrato richieste su richieste alle amministrazioni precedenti a quella attuale, quelle che avevano peraltro dato una nuova vita a un parco famoso, nei decenni passati, per essere un punto in cui, come racconta Franco Battiato nella sua canzone "Quand'ero giovane" (vedi sotto) si vendeva sesso "e spesso diverso". Il parco è stato restituito alle famiglie, dunque, ma qualche perplessità l'ha fin da subito sollevata la suddivisione dello spazio a disposizione. Troppe zone per cani, si dice da sempre, e poco, troppo poco per i bambini. L'esempio che si fa sempre, in questi casi, è parco Solari che con i suoi grandi spazi con giochi è diventato punto di riferimento per i bambini, le mamme e i papà di buona parte di Milano.

La risposta, però, era sempre la stessa: parco Solari è un giardino cittadino, parco Ravizza è un vero e proprio parco e non può avere una destinazione simile al primo. Una risposta difficile da comprendere, una distinzione che in pochi hanno sempre considerato rilevante. La realtà era quell'area spoglia riservata ai bambini, con parti fangose e poco curate. Il resto poco contava.

Per questo quel nuovo castello, e le nuove altalene che sono state piazzate nelle sue vicinanze, sono state accolte da tutti come un bel segnale: finalmente è stato colta, pur con un minimo sforzo, un'esigenza che la cittadinanza aveva espresso ormai da anni. Ed è fantastico se questo sarà un primo passo verso una più giusta distribuzione degli spazi del parco, che a molti appare, come detto, indispensabile.

A questo proposito, il Comitato x Milano Zona 5 ha in testa molte idee e le ha anche esposte in un cartello già dalla scorsa estate. Sono molte e variegate e vanno dal campo di bocce autogestito al campo di basket/pallavolo, da una pista ciclabile a uno spazio coperto con tavolini fissi dove grandi e piccoli possano giocare a carte, dama, scacchi.

Molte richieste per un parco che dopo decenni bui, come detto (anni in cui veniva considerato pericoloso e infrequentabile) è ora diventato un punto di riferimento del relax cittadino, grazie anche all'Università Bocconi e ai suoi studenti, che qui si riversano numerosi nei momenti di tempo libero (ma molti di loro assicurano che l'erba del parco Ravizza sia ottima anche per sdraiarcisi e studiare).

 

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venerdì 8 febbraio 2013

Formigoni e la Lega, ovvero: come
si forma l'opinione di un politico

Quella che segue è la fedele ricostruzione del percorso tenuto dal "Formigoni pensiero" in questi ultimi mesi, ricostruito esclusivamente attraverso i suoi "cinguettii" postati giorno per giorno su Twitter.

Fanno parte di questa ricerca due tipi di interventi formigoniani, che riguardano il periodo che va dal 10 ottobre 2012 fino a oltre metà gennaio 2013.

I primi, e più numerosi, si riferiscono alla situazione della Lombardia, relative all'avvio della campagna elettorale che porterà al suo successore a Palazzo Lombardia. I secondi riguardano invece la situazione nazionale, con particolare attenzione al partito di cui Formigoni è esponente, il Pdl. I due tipi di messaggi sono intrecciati tra loro, si susseguono senza sosta – a parte significative eccezioni che vedremo – a seconda dell'umore o dell'esigenza di comunicare del loro autore.

Una ricerca che ha l'unico fine di contribuire a spiegare come si costruisce, a cavallo tra il 2012 e il 2013, l'importante opinione di un esponente di spicco della nostra politica.

E allora, occorre armarsi di grande pazienza, perché la storia è lunga, molto lunga, fatta di decine di tweet ricchi di sfumature e anche di qualche clamoroso colpo di scena.

Una storia che ha inizio il 10 ottobre 2012

Tutto, come detto, comincia il 10 ottobre 2012. Da poche ore sulla giunta regionale è caduta una tegola di dimensioni mastodontiche. L'assessore regionale alla Casa, Domenico Zambetti viene arrestato dai carabinieri con l'accusa di avere comprato un "pacchetto di voti" dalla 'ndrangeta. Zambetti viene accusato di voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione.


Formigoni, a chi nei mesi precedenti gli chiedeva di dare le dimissioni per le continue inchieste giudiziarie aperte dalla magistratura a carico di numerosi Consiglieri regionali ripeteva sempre: «Nessuno della giunta è indagato, io rispondo degli uomi da me scelti, non di quelli votati dai cittadini». Con l'arresto di Zambetti ora tutti gli chiedono di fare il passo indietro, le sole dimissioni di Zambetti non bastano. Tra chi lo chiede c'è anche, questa volta, la Lega Nord, alleato di governo regionale del Pdl di Formigoni.


Formigoni vuole dimostrare di avere la situazione in pugno e decide di anticipare la presa di posizione della Lega, intenzionata a far cadere entro breve la giunta formigoniana. E' lui stesso, dunque, ad annunciare che la chiusura della legislatura verrà anticipata. La sua speranza è quella di salvare il salvabile e di non fornire alla Lega Nord la possibilità di dire «Abbiamo dovuto pensarci noi!». Il primo pensiero di Formigoni è dunque quello di contrastare la voglia nascente di leadership lombarda della Lega Nord.


Va bene tutto, ma non la Lega alla presidenza della Lombardia: questo il sunto del Formigoni-pensiero a un giorno dall'annuncio della prossima caduta del suo governo regionale. Lo pensa lui e, dice, lo pensano anche gli elettori lombardi del centrodestra. Per questo il Pdl, aggiunge, non potrà che arrivare anch'esso a questa logica conclusione.


Già, perché dall'altra parte, sponda Lega Nord, si cominciano ad accampare diritti di successione. E si comincia anche a fare un nome, quello del probabile candidato alla presidenza di Regione Lombardia. E' naturalmente quello del numero uno leghista del momento, l'ex ministro dell'Interno nonché segretario federale, Roberto Maroni. Meglio mettere subito le cose in chiaro, pensa e scrive Formigoni.


Un concetto che, se non fosse stato espresso in modo abbastanza chiaro, Formigoni vuole riconfermare in un'intervista al quotidiano "Messaggero", riportata in allegato in un messaggio del 18 ottobre: «Niente Lega, sia chiaro, il mio successore dovrà essere del Pdl!». Un tweet, questo, che scatena non poche critiche tra i naviganti. A dare fastidio è stato soprattutto quel "do", quasi che la Lombardia sia cosa sua, come fanno notare in molti.


E così, ecco che Formigoni in quattro e quattr'otto trova la soluzione. In quelle ore c'è un personaggio conosciuto ai lombardi che avanza la sua candidatura. Si tratta di Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano oggi deputato europeo del Pdl, che annuncia di voler concorrere per occupare i piani alti di Palazzo Lombardia. Formigoni ci si butta senza esitazione. «E' lui – dice senza avere dubbio alcuno – l'uomo che può rappresentare i moderati lombardi». L'unico cui affidare la tenzone con il centrosinistra lombardo, che da tutta la situazione che ha portato alle dimissioni della giunta sembra ovviamente essere uscito molto rinforzato.


In questo periodo Formigoni vorrebbe le elezioni già a dicembre, ma nel Pdl, segretario Alfano in prima linea, non sembrano avere tutta questa fretta. E soprattutto non chiudono la porta in faccia a Maroni, come Formigoni vorrebbe. Oltretutto ci si mette anche la Santanché, che dice che i vertici del Pdl andrebbero «rottamati", paragonando il partito di cui lei fa parte «ormai alla peggiore Democrazia Cristiana». Formigoni – che nella Democrazia Cristiana è nato e cresciuto – non ci sta, e reagisce con veemenza utilizzando due messaggi quasi uguali fra loro, che, diciamo così, non sembrano distinguersi per signorilità...


Ma scaramucce di partito a parte, il pensiero resta concentrato sul candidato in Lombardia. Il consenso nei confronti di Albertini, dice Formigoni, sta aumentando vistosamente, anche «a livello di partito», che è poi quello che a lui interessa maggiormente, perché senza l'appoggio del Pdl poco può fare. In questo momento Formigoni si sente ancora forte, pensa di poter influenzare le scelte dei suoi. Del resto il maggior riferimento in Lombardia del suo partito resta sempre e comunque lui, no?


Nel suo partito, sì. E anche all'interno di Comunione e Liberazione, il movimento che però sembra non subire più come prima il fascino del "Celeste". Ecco che quindi Formigoni si affretta a dimostrare che la sua sintonia con gli amici ciellini che contano è inalterato. Con l'eurodeputato Mario Mauro, ad esempio, si parla di abbracci fraterni, testimoniati anche da una foto.


Meglio però ribadire il concetto, qualora qualcuno si fosse distratto. Il candidato alla presidenza, dice Formigoni, sarà del Pdl. E, in particolare, sarà Gabriele Albertini.


Qualcuno l'aveva già accennato nei giorni scorsi: e se facessimo delle primarie di coalizione – quindi coinvolgendo anche la Lega Nord – per decidere chi dovrà essere il candidato del centrodestra? Non se ne parla nemmeno, dice Formigoni, abbiamo Albertini che ha già dimostrato in passato il suo valore, che senso ha dunque far scegliere agli elettori attraverso inutili primarie regionali di coalizione?


Ma perché scegliere proprio Albertini? Formigoni lo spiega bene: l'ex sindaco di Milano è in grado di continuare in Lombardia le buone politiche degli ultimi 17 anni, da quando cioè è in vigore il "periodo formigoniano".


Anche perché, aggiunge, chi ha rotto l'alleanza, facendo cadere la sua giunta, non può pretendere di chiedere i consensi per governare la Lombardia. Un'altra chiusura, se ancora ce ne fosse bisogno, alle velleità della Lega e del suo leader Maroni.


Accanto alla battaglia lombarda, se ne sta però svolgendo un'altra, parallela, tra coloro che vogliono le primarie per il Pdl e quelli che invece vogliono che Silvio Berlusconi riprenda in mano le redini del partito (e in quel caso, dicono, di primarie non se parlerebbe nemmeno). Formigoni è tra i primi, e non è difficile pensare, ora che si sta liberando dagli impegni in Lombardia, che stia pensando a una sua candidatura. Grande soddisfazione dunque per lui quando Berlusconi annuncia il suo addio definitivo alla politica e si comincia a ipotizzare che il Pdl segua il solco già tracciato dal Pd: il candidato premier verrà scelto dagli elettori. Intanto Umberto Ambrosoli, da alcuni indicato come probabile candidato del centrosinistra in Lombardia, il 21 ottobre annuncia di non essere interessato alla candidatura. «No grazie» dice, non ci sarebbe il tempoElezioni regionali, Ambrosoli: "Non c'è tempo per un progetto"
per «realizzare l'unico progetto nel quale riesco a immaginare una mia candidatura».


Ma meglio tornare alle questioni locali. Lo scioglimento della giunta che, dopo un veloce rimpasto, è rimasta operativa per le ultime faccende, è ormai prossimo e Formigoni ci tiene a ricordare che l'egemonia al Nord ce l'ha il suo partito, il Pdl, e non la Lega Nord.


Senza però dimenticare l'altro fronte, in questo momento molto caro al presidente lombardo. Formigoni mostra di essere titubante su una scelta: presentarsi o no alle primarie del suo partito. Difficile, sembra dire, rinunciarvi, visto che il gesto di Berlusconi apre «una nuova fase per il centrodestra italiano». E a questo punto decide anche di sbilanciarsi e di lanciarsi in un paragone con le primarie nazionali che verranno tenute dal centrosinistra e che vedranno lo scontro tra il segretario del Pd Pier Luigi Bersani e il sindaco di Firenze, Matteo Renzi. «Le nostre sì – sottolinea con forse troppa fretta – che saranno un bagno di democrazia, saranno aperte, non chiuse come quelle del Pd».


Ma bisogna pensare alle elezioni regionali che saranno a breve, anzi, a brevissimo. In un presunto colloquio con il ministro dell'Interno del governo Monti, Anna Maria Cancellieri, Formigoni sembra essere riuscito a strappare una data delle elezioni che non vada oltre la fine di gennaio. Poco importa se in mezzo ci sono le vacanze di Natale, la priorità è dare al più presto un governo alla Regione. E magari affrettare i tempi, approfittando dell'impreparazione delle altre forze politiche, che in pochi giorni dovrebbero trovarsi un candidato e costruire un programma da presentare agli elettori.


Anche il 27 ottobre l'interesse di Formigoni si divide in due direzioni. Per prima cosa ci tiene a riconfermare la validità della sua scelta: Albertini è l'unico vero candidato dei moderati e poco importa se la Lega ironizza, attraverso Maroni, dicendo che l'era formigoniana è finita. A essere finiti sono loro, taglia corto l'ex alleato, i rappresentanti del Carroccio.


In secondo luogo esprime la propria soddisfazione per il fatto che anche Berlusconi parli di primarie. A questo punto sembra anche cedere a chi, con tanta insistenza, gli chiede di partecipare alla competizione che porterà al candidato premier del partito. La tentazione è davvero tanta, lo si legge tra le righe. E se deciderà di scendere in pista, i frequentatori di Twitter stiano tranquilli, saranno i primi a saperlo.


Ma il dubbio è che qualcuno non abbia ancora capito bene da che parte sta Formigoni in Regione. C'è forse qualche cedimento o apertura nei confronti della Lega Nord? Non sia mai. Hanno tradito, ci mancherebbe che gli consegnassimo le Lombardia, conferma l'ex presidente, sottolineando anche l'ispirazione europeista della scelta albertiniana, che alineerebbe il partito dei moderati lombardi con il Ppe europeo. Detto e, a scanso di equivoci, riconfermato.


Sì, ma la Lega ci permette di applicare il federalismo, deve avere fatto osservare qualcuno a Formigoni, che allora provvede a precisare il suo pensiero: «Federalismo sì, secessionismo no!», lasciando maliziosamente intendere che la Lega persegua più il secondo del primo. E intanto Rosario Crocetta, candidato del centrosinistra, vince le elezioni in Sicilia e diventa presidente di quella Regione. Il candidato del centrodestra, che qui negli anni scorsi spopolava, viene staccato di 100mila voti e stacca di soli 7 punti percentuali l'esponente del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Una sonora sconfitta, per il Pdl, destinata a lasciare il segno sulle decisioni future all'interno del partito. Formigoni accennerà a questo fatto solo tra qualche giorno, il 2 novembre, come vedremo.


Insomma, il Pdl rompa gli indugi e dichiari ufficialmente l'appoggio ad Albertini! Formigoni calca la mano, sente che a livello di partito ci sono forti resistenze nei confronti dell'ex sindaco di Milano, forse considerato troppo "indipendente" per essere considerato rappresentativo del partito cui peraltro appartiene a pieno titolo da lunghi anni. O forse è semplicemente il legame con la Lega, che in verità non si è mai dissolto (anche se la Lega ha preferito restare all'opposizione del Governo Monti, che ha visto invece il Pdl tra i più accesi sostenitori) a condizionare le scelte dei vertici del partito berlusconiano. Ma per Formigoni Albertini, è ora che lo capiscano tutti, è il CANDIDATO FORTE, e per sottolinare queso concetto gli regala pure la copertina del suo notiziario settimanale.





Ma se finora, in fondo, si è parlato soltanto, è giunta l'ora di cominciare a fare sul serio. Ecco l'annuncio: il 5 novembre verrà uficializzata la campagna elettorale del Pdl a sostegno di Albertini. Non come gli altri, quelli di sinistra, che il candidato non ce l'avranno prima del 16 dicembre, con ben un mese e mezzo di ritardo... E intanto di primarie non si parla più, almeno per ora. Che qualcuno abbia cambiato idea?

A dire il vero il 5 novembre passa senza che ci sia alcuna ufficializzazione, ma Formigoni non se ne preoccupa, non accenna nemmeno al fatto. E dopo un silenzio di tre giorni eccolo rilanciare: la candidatura sarà presentata il 10 novembre, ben in anticipo sul centrosinistra, che naviga in acque agitate e ancora non sa chi scegliere come candidato. Toh, c'è anche un veloce cenno alle primarie, allora è vero: le farà anche il Pdl!

Un entusiasmo immutato, quello di Formigoni per Albertini, nonostante il colpo basso ricevuto dal centrosinistra, così, a sorpresa: pochi minuti dopo Albertini, l'8 novembre, anche Umberto Ambrosoli ha infatti sciolto la riserva, e ha dichiarato di voler partecipare alla campagna elettorale per il Pirellone. Sarà lui, come capolista di una lista civica, il candidato ufficiale della coalizione di centrosinistra. O, meglio lo sarà se vincerà le primarie regionali che, già si dice, avranno luogo prima di Natale.


Così il centrosinistra ha il suo candidato, mentre nel centrodestra la situazione è ancora poco chiara. Ma Formigoni ostenta comunque tranquillità: Albertini ha presentato ufficialmente la sua candidatura, per cui ora si può finalmente organizzare la campagna a suo sostegno. Sempre che Maroni, è la preoccupazione di Formigoni, non metta il bastone tra le ruote... Suona strano, però, che proprio nel momento in cui si può cominciare a sostenere con maggiore enfasi Albertini, Formigoni decida di tacere per lunghi giorni, comportamento che i naviganti considerano del tutto anomalo, visto che il presidente regionale li ha abituati a continui e costanti aggiornamenti sull'evolversi delle situazioni.


E infatti, dopo quasi una settimana di silenzio, si avverte un primo segnale che qualcosa è cambiato, anche se non in via definitiva. Per la prima volta dall'apertura della crisi in Lombardia, Formigoni non parla di Albertini come candidato presidente del centrosinistra. Il riferimento è ora a un candidato generico del suo partito o comunque civico. L'unico punto fermo, su questo non ci piove, è che il candidato non apparterrà alla Lega Nord.


Sarà l'effetto Ambrosoli che raccoglie sempre più consensi nel centrosinistra, ma ora in Formigoni sembra farsi strada una nuova soluzione, quella del candidato "civico". Albertini sembra al momento essere scomparso, Formigoni proprio non ne parla più, quasi se ne fosse completamente dimenticato. Forse ha capito che il Pdl mai sosterrà l'ex sindaco di Milano e sta cercando di rilanciare per il male minore, che è quello, secondo il suo punto di vista, che vuole la Lega completamente fuori dal potere regionale.


Si riaffaccia, a questo punto, anche il discorso delle primarie nazionali. Anche qui qualcosa è cambiato. L'ipotesi di una sua candidatura è tramontata, quanto spontaneamente non è dato saperlo. Formigoni non ha più di dubbi: alle primarie del Pdl, che si faranno di sicuro, sosterrà Angelino Alfano, il segretario del partito. Il suo è un appoggio completo, tanto che per alcuni giorni Formigoni si dimentica pure della situazione in Lombardia e non ne fa cenno alcuno. Ma Albertini dov'è finito? E' un dato di fatto: in questo momento per Formigoni sembra essere più importante la questione legata alle primarie di partito.


Ci pensa però un redivivo Umberto Bossi a farlo tornare sulla questione lombarda. Con la sua consueta verve, l'ex leader leghista sfida il mondo e dice «La Lega può vincere anche da sola». Dichiarazione che riempie di gioia Formigoni, che invita il suo partito a presentare, a questo punto, un proprio candidato.


Ma è solo una parentesi, subito con la testa torna alle primarie nazionali del Pdl. Quasi è stata fissata la data, qualcuno dice sia il 16 dicembre. Nel rattempo, però, dal leader del partito, Silvio Berlusconi, arrivano note dolenti per Formigoni. In Lombardia, dice l'ex premier, sarebbe utile che Pdl e Lega si presentassero con un candidato unico, e questo potrebbe essere Maroni. Poche parole che sconfessano settimane di dichiarazioni contro il candidato leghista da parte di Formigoni, che all'interno del partito sembra ormai essere sempre più in difficoltà.



E anche il nervosismo sembra aumentare. La solita Santanchè interviene nella questione. In difesa di Berlusconi, cui Formigoni ha inviato il messaggio riportato qui sopra, dice: «Formigoni, tu che sei del partito di Alfano e sei indagato, quale 'magistrato' ti ha autorizzato a parlare?». Una frase che fa andare su tutte le furie il presidente regionale, che risponde per le rime sempre attraverso il suo mezzo preferito, Twitter. Dire che tra i due non ci sia simpatia è forse dire poco...

E a conferma di quanto detto, Formigoni questa volta si rivolge direttamente a Berlusconi, anche se sempre attraverso il social dei cinguetii. «Silvio rifletti», dice, i nostri elettori «Maroni non lo voteranno mai!». E già che c'è ipotizza che alle primarie possa partecipare anche il cavaliere. Una gran scelta di democrazia, sarebbe, la prova che il Pdl è maturo per una soluzione del genere. Anche perché all'orizzonte ci sono le primarie del Pd, che si avvicinano sempre di più.


Ma se da una parte la speranza e l'entusiasmo per le primarie sale sempre di più, dall'altra qualche perplessità sul nuovo corso del Pdl c'è, visto che Formigoni si permette, il 29 novembre, di criticare il modus operandi di Sandro Bondi, incaricato di "ricostruire" il partito che, è opinione diffusa all'interno del movimento, deve imparare a fare a meno del suo leader Berlusconi e cominciare a correre con le proprie gambe.


Anche perché il 2 dicembre Pier Luigi Bersani vince le primarie del centrosinistra e diventa il candidato premier di quella coalizione alle prossime elezioni politiche. Una ragione in più per fare le primarie anche da questa parte, incalza Formigoni. Gli elettori del Pdl le vogliono, non capirebbero una scelta differente. E intanto Formigoni dà altri numeri, quelli dei giorni in cui secondo lui dovrebbero avere luogo le elezioni. Per questo le primarie devono essere fatte al più presto, lui suggerisce già a metà gennaio.


E' a questo punto che si assiste a quello che a tutti gli effetti sembrerebbe essere un ritorno improvviso di fiamma. Era dal 10 novembre, quasi un mese, che Formigoni non parlava di Albertini. Lo rifà con un messaggio che sembra essere categorico. Ma che non sortirà alcun effetto, come la storia poi confermerà. Si tratta, qui, forse, di un ulteriore tentativo di allontanare il Pdl dalla Lega, nella speranza estrema di essere finalmente seguito anche dal resto dei militanti del partito. Ma nessuno, nemmeno questa volta, sembra rispondere al suo appello.


Per non farsi mancare niente, Formigoni lancia una fugace occhiata anche alla situazione nazionale. Il governo presieduto da Mario Monti, finora sostenuto sia dal Pd, sia dal Pdl, comincia a traballare, la sua fine sembra essere sempre più vicina. Sarebbe una jattura, sostiene il presidente della Regione, meglio se si riuscisse ad arrivare a fine legislatura. Magari prima eliminando il Porcellum, la tanto famigerata legge elettorale che tutti criticano ma che tutti sembrano, sotto sotto, voler mantenere.


Il 6 dicembre Silvio Berlusconi annuncia di voler tornare in campo. La vittoria di Bersani alle primarie, si dice, lo avrebbe indotto a ritentare per la sesta volta l'attacco a Palazzo Chigi. E così, all'improvviso, dai pensieri di Formigoni scompare come nulla fosse un altro argomento a lui tanto caro, quello delle primarie. Il ritorno all'attività politica diretta da parte del cavaliere sembra avere gettato un colpo di spugna sul "bagno di democrazia" tanto desiderato da Formigoni. E intanto l'attenzione ora è tutta sulla legge elettorale, e sull'esigenza di cambiarla prima che cada il governo.


Ma ormai è troppo tardi: il 9 dicembre si apre ufficialmente la crisi del governo tecnico guidato da Mario Monti, proprio un giorno prima dell'ultima seduta del Consiglio regionale lombardo. E all'interno del Pdl le opinioni si spaccano. Il deputato europeo Mario Mauro, quello dell'abbraccio fraterno di qualche giorno fa, dice chiaramente che bisogna sostenere, a Roma, Mario Monti – che nel frattempo non ha però ancora annunciato di volersi candidare per un secondo mandato – e in Lombardia Gabriele Albertini. «Bravo!» dice Formigoni, che finalmente trova qualcuno disposto a seguire le sue idee. Ma nel Pdl non la pensano esattamente così e chiedono a Mauro di dimettersi da capo-delegazione al Parlamento europeo. E Berlusconi di lì a poco lo definirà anche "Scheggia impazzita». Ma Formigoni sembra non curarsi di questo, tanto che si sbilancia, anche se lo fa attraverso un messaggio che stranamente porta la dicitura "staff", in cui sostiene apertamente la ricandidatura di Monti alla guida del Paese. E intanto ci tiene a precisare che in Lombardia nessun accordo è stato fatto tra il suo partito e la Lega Nord per la guida della Regione. 


Il 14 dicembre Umberto Ambrosoli vince le primarie del centrosinistra e diventa il candidato ufficiale per la presidenza di Regione Lombardia. Ma il centrodestra appare più scosso per un altro avvenimento, ovvero la nascita di Italia Popolare, il movimento interno al Pdl che sembra voler fare la fronda a Berlusconi. Formigoni sostiene tutto quanto viene detto e, nell'ordine: indica Alfano come nuovo leader del centrodestra, ribadisce il suo no alla candidatura di Maroni alla presidenza della Lombardia, proclama il suo sostegno per la ricandidatura di Monti alla guida del Paese.


Qualcuno deve avere pensato, all'interno del Pdl, che questa volta Formigoni si sia spinto troppo oltre. Forse lui stesso comincia a capire che le sue prese di posizione rischiano di trasformarsi in pericolosi boomerang per la sua carriera politica futura. Da qui vengono, con tutta probabilità, le due settimane di silenzio, riguardo la situazione politica, dei tweet formigoniani. Una vera novità, vista la sua costanza nel comunicare attraverso i cinguettii. Ma forse questo non è più il momento di parlare, è quello di trattare. La sua voce torna a farsi sentire, dunque, solo a fine anno, quando Mario Monti ha annunciato da alcuni giorni di voler "salire" in politica. Si registrano, in questi giorni alcuni ultimi tentativi di smarcamento, forse solo rilanci su un tavolo da gioco che sta diventando sempre più caldo e avaro di soddisfazioni. Tornano le accuse contro la Lega e torna, timidamente, un accenno ad Albertini, abbandonato da tempo a se stesso e destinato anche per questo a entrare, entro breve, nell'orbita di Monti. La rottura con il partito, sembra di capire, è ormai vicina, tanto che c'è chi ipotizza addirittura la prossima creazione, da parte di Formigoni, di un proprio movimento politico.


E così giunge il 7 gennaio quando – le cronache dicono che sia avvenuto all'una e trenta di notte – viene firmato l'accordo elettorale che lega nuovamente il Pdl di Silvio Berlusconi alla Lega Nord di Roberto Maroni. Una mossa che sembra tagliar fuori per sempre Formigoni dai giochi. In tutte queste settimane non ha certo nascosto la sua opinione anti-Lega, la logica lo vorrebbe in grande difficoltà, ora che il suo partito ha deciso di rimettersi con i vecchi alleati sostenendo ufficialmente, oltrettutto, la candidatura di Maroni alla presidenza della Regione. Ma questa grande difficoltà non traspare per niente, visto l'annuncio che lo stesso Formigoni fa, dopo due settimane di comprensibile ma molto criticato (dalla rete) silenzio, sempre utilizzando Twitter, in cui non vi è il minimo accenno alle posizioni prese in passato.


Cioè: se non sostengo più Albertini è perché questi ha deciso di legarsi a Monti, che fino a pochi giorni prima era visto quasi come il salvatore della patria e che ora viene definito "Professor giravolta". Sostenere Albertini, aggiunge Formigoni, vorrebbe dire agevolare il candidato del centrosinistra, Umberto Ambrosoli. Nel giro di pochi giorni l'ex presidente della Regione Lombardia ha dunque cambiato opinione. Perché? Secondo i più maligni la risposta la si può trovare nel tweet che segue, diffuso il giorno seguente al cambiamento. Mi hanno chiesto di candidarmi al Senato, dice Formigoni, ma io ci devo pensare, lasciando intendere che le decisioni finali che lo riguardano, all'interno del suo partito, spettino comunque e sempre a lui.


Per ben 6 giorni Formigoni si arrovella: «Accettare la candidatura o rifiutarla?». Il partito lo incalza, lo vuole con sé, sta a vedere che gli tocca anche questa volta di cedere... E infatti, il 18 gennaio, ecco l'annuncio ufficiale.


Insomma, tutto è bene ciò che finisce bene. Dopo qualche mese di tormenti, sbilanciamenti e apparenti colpi di testa, ecco il ritorno alla normalità, il rientro nei ranghi, con la decisione di andare a Roma «per proseguire la mia e nostra battaglia per una politica che sappia sempre mettere al centro la persona, la famiglia e il lavoro».


E per chiudere una volta per tutte il cerchio aperto in quel lontano 10 ottobre 2012 (sembrano passati secoli) ecco che il 24 gennaio 2013 Roberto Formigoni in un'intervista rilasciata al settimanale "Tempi" chiamerà a raccolta il popolo di CL – almeno la parte che ancora fa riferimento a lui, perché Mario Mauro proseguirà invece per la sua strada di sostegno a Monti e Albertini – con queste ben precise parole: «Maroni è l'unico in grado di sostenere i nostri valori. Con lui, una scelta di continuità imbattibile».

E qui si ferma la nostra inchiesta compiuta sull'evoluzione del Formigoni-pensiero. 

Riassumendo, in circa tre mesi Formigoni è riuscito a: accusare la Lega di tradimento, sostenere Albertini come candidato in Lombardia, contrastare i qualsiasi modo la candidatura di Maroni, prevedere difficoltà per il centrosinistra a trovare candidati per la Lombardia, volere e sostenere apertamente le primarie per il Pdl, non volere Berlusconi come candidato premier, volere Alfano come nuovo leader del centrodestra, sostenere Mauro e quelli di Italia Popolare, promuovere la ricandidatura di Monti a premier, accusare il Pdl di andare alla deriva, prevedere la soppressione del Porcellum.

Una serie infinita di opinioni e di posizioni che, nel tempo, ha dovuto suo malgrado rivedere, procedendo per la sua strada sempre come se niente fosse, da politico navigato qual è.

Ma per quanto riguarda le previsioni, almeno in politica internazionale, in questo periodo, gli è andata meglio? Vediamo un po'...


Non ce ne voglia se glielo ricordiamo, ma il 7 novembre 2012, come tutti ben sappiamo, Barack Obama è stato rieletto alla Presidenza degli Stati Uniti, con una vittoria sorprendentemente netta sul suo avversario repubblicano Mitt Romney...


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