giovedì 18 agosto 2011

Lettera ai milanesi in vacanza

Cari milanesi in vacanza,
questo post o, meglio, questa lettera è indirizzata a voi. A voi che siete lontani dalla città, in questo caldo agosto. Che siete al mare, in montagna, forse anche in collina. Mi auguro abbiate la possibilità di leggere quello che vi sto scrivendo, penso che potreste trarne grande vantaggio.

Ve lo voglio dire subito, senza giri di parole: non tornate a Milano! Voi che avete la fortuna di essere sdraiati su una ridente spiaggia o arrampicati su una parete rocciosa, o comodamente seduti sotto la veranda di un casolare toscano.

Non tornateci, perché qui non se ne può davvero più.


Niente traffico, niente rumori e smog

La città è deserta, non c'è traffico, non ci sono rumori, se non quello del passaggio dei tram. L'aria è limpida, anche se calda, e la gente che cammina sui marciapiedi è rilassata e sorridente. Non c'è nemmeno una macchina parcheggiata in doppia fila, un vero orrore a vedersi, credetemi... Nessuno che suona il clacson, nessuna moto che ti sguscia a destra e a manca per guadagnare pochi metri. I semafori, oddio, i semafori sono una vera tristezza: soli, abbandonati, senza code. Si va da una parte all'altra della città in pochi minuti. E chi si muove in automobile trova subito parcheggio, ovunque decida di andare. Un vero disastro...

Gli uffici sono quasi tutti chiusi, non ci sono nemmeno tutti quei simpatici colleghi con cui vivete ogni giorno otto/dieci ore della vostra vita. Nemmeno i vostri capi, ci sono. Mentre mangiate un panino, nella pausa pranzo, vi trovate circondati da un sacco di persone che non parlano la vostra lingua. Francesi, inglesi, tedeschi, russi, giapponesi, cinesi... ma che cosa vogliono? Non stanno bene a casa loro? Dovevano venire proprio qui? Con quelle facce allegre da turisti, poi, che strazio...


Le piste ciclabili sono tutte percorribili

Le strade, i marciapiedi sono particolarmente puliti. Le piste ciclabili, udite udite, sono percorribili dall'inizio alla fine. L'altro giorno ho visto fin una persona che buttava la sigaretta, dopo averla spenta, nel cestino della spazzatura. Qualcuno dice addirittura che in via Mascagni, a pochi passi dal Duomo, su alcuni alberi stiano crescendo delle mele. Mele a Milano, ma stiamo scherzando? Non siamo mica in Valtellina...

E quindi, cari milanesi (che magari in Valtellina ci siete veramente) non fate l'errore che ripetete ogni anno, a settembre. Questa volta non tornate in città, approfittate della situazione per restare dove siete.

Qui è davvero dura, credetemi, poi non dite che non siete stati avvisati...


Post correlati:




.

mercoledì 10 agosto 2011

Una pubblicità come tante altre

Questo non è il tentativo di fare pubblicità, neanche troppo occulta, attraverso l'utilizzo di un blog all'apparenza slegato da qualsiasi interesse economico.

E' solo il desiderio di mostrare un cartellone pubblicitario come tanti altri, esposto da un po' di tempo nella nostra città, che invita a frequentare una certa località turistica – anzi a visitare un'intera nazione – a un prezzo di lancio (peraltro ben in evidenza).

Con tanto di signorina sorridente, ometto muscoloso e sportivo e donna che legge una rivista mentre è placidamente distesa su un materassino, in mezzo al mare, naturalmente in costume

Una pubblicità come un'altra, ripeto. Ma sono forse bigotto se mi sembra un po' fuori luogo il fatto che sia esposta sul retro del Duomo? Anche e soprattutto tenendo conto dello slogan riportato in alto, decisamente evocativo "La tua vacanza anima e corpo"...

Il corpo lo vediamo lì, ben esposto, sul cartellone. Che l'anima di cui si parla sia quella del commercio?





martedì 9 agosto 2011

Storia di piste ciclabili,
paletti e arroganza


Non sono un ciclista metropolitano. O, meglio, lo sarei forse stato, se non mi avessero rubato la bicicletta un paio d'anni fa. Non sulla strada, no: è sparita dal cortile di casa mia, insieme ad altre tre o quattro. Erano tutte regolarmente legate, probabilmente i ladri erano forniti di un furgoncino. Che organizzazione... Comunque la rabbia e la pigrizia mi hanno impedito di comprarne un'altra e mi hanno fatto propendere per un meno faticoso scooter (comprato di seconda mano e, dunque – speriamo – meno appetibile...).

Le piste ciclabili all'estero

Non sono un ciclista metropolitano anche per ragioni forzate, dunque. Ma all'estero ci sono andato, qualche volta. E ho visto quale spazio è riservato all'uso delle biciclette nelle varie città straniere, anche in quelle più grandi e caotiche. Mi ricordo un'estate a Vienna, tanti anni fa, insieme al mio amico Demetrio. Abbiamo parcheggiato la macchina, noleggiato due biciclette e attraversato tutta la città senza fare un metro al di fuori di una pista ciclabile. Una cosa fantastica, sembrava di essere i padroni del mondo. Per non parlare di Amburgo, di Monaco, di Barcellona, di Amsterdam... Di recente, tornando in Italia e senza andare troppo lontano, mi ha sorpreso la più piccola ma incantevole Mantova, una pista ciclabile a cielo aperto.

Le piste ciclabili di Milano

E Milano? Poca roba davvero. Poche piste, costruite male, tenute peggio. Spesso trasformate in parcheggi. Oppure spesso che finiscono all'improvviso, scaraventandoti in mezzo a una strada con auto che provengono da tutte le parti e ti suonano dietro. Fino a ora usate solo come mezzo per procurarsi voti: predisposte, spesso senza criterio, per poi essere abbandonate a se stesse.

Come dimenticare le piste ciclabili disegnate sui marciapiedi di via Padova che sono riuscite in un colpo solo a scontentare tutti: pedoni, ciclisti, residenti e negozianti prima di sparire dopo poche settimane? E come dimenticare la pista ciclabile costruita in tutta fretta in via Vittor Pisani, come trofeo da esporre dall'amministrazione precedente alle imminenti elezioni comunali (poi perse, chissà come mai)?

Il caso di via Vittor Pisani

E qui viene il punto: proprio di quest'ultima pista, val la pena di parlare. E' stata costruita ai lati della carreggiata. Sul lato che va dalla Stazione Centrale a piazza della Repubblica è una vera e propria pista, che funziona benissimo perché è impossibile interromperla nel suo percorso. Nel lato opposto, quello che va verso la Centrale e su cui sorgono molti locali alla moda è stata semplicemente disegnata per terra. Così da consentire, verrebbe da dire, la sosta di numerosi "parcheggiatori distratti", che non si accorgono della linea gialla e dei grandi segnali con le biciclette disegnate sull'asfalto. Furgoni che eseguono imperterriti i loro carico/scarico, certo, ma anche molti avventori dei locali, come dimostrato dalla concentrazione anche serale di macchine abusive.

Risultato: fin da subito questo lato è risultato inacessibile ai ciclisti, costretti a continue invasioni sulle corsie riservate alle macchine (con conseguenti strombazzamenti degli automobilisti già nervosi per essere in una delle vie più trafficate della città). Una situazione inacettabile per i nuovi amministratori, che devono dimostrare di essere migliori dei loro predecessori e che hanno deciso quindi di stroncare in tutti i modi questo malcostume. Con più azioni disincentivanti.

I tentativi della nuova amministrazione

Primo tentativo: le multe. Nello scorso luglio, nelle sole serate, sono state appioppate 200 multe in 7 giorni. Una strage, che avrebbe fatto cambiare idea anche al più testardo dei parcheggiatori fuori norma. Niente da fare, invece, le auto non sono diminuite. C'è chi dice che poco possano fare le multe, in questi casi: i ristoranti di via Vittor Pisani sono per pochi, per persone dal portafoglio gonfio, vuoi mettere la comodità di parcheggiare proprio lì fuori, anche se mi costa un po' di più...

Secondo tentativo: i paletti di plastica gialla a delimitare la pista. Una soluzione di civiltà: di qua le auto e di là le bici. Tutti contenti, finalmente. Sì, ma solo per 15 giorni, non di più. Tanti sono bastati ai selvaggi della sosta per distruggere questi paletti, passandoci sopra con la propria auto. «Inciviltà» ha detto l'assessore comunale alla Mobilità. Giusto, ma forse doveva parlare anche di arroganza, prepotenza, ignoranza, stupidità. Sicuramente di assenza totale di senso civico (che immagino essere un concetto che farà sorridere i distruttori di paletti). Per me questi signori sono il peggio che si possa avere, come vicini di casa. Meriterebbero di essere espulsi dalla città: «Non capisci quali devono essere i tuoi limiti e dove iniziano i diritti delle altre persone con cui convivi? Bene, da ora in poi vivrai in una foresta, vediamo come ti comporti con i gorilla dell'albero vicino...».

Soldi buttati, rabbia in aumento

Fatto sta che i risultati ottenuti, in questa situazione, si possono così riassumere: soldi spesi inutilmente dall'amministrazione (e quindi da noi), rabbia crescente dei ciclisti, soddisfazione degli automobilisti arroganti e dei proprietari dei ristoranti, depressione di chi vorrebbe vivere in una città popolata, per lo più, da persone civili.

Per questo, dunque, il Comune ha fatto sapere che quanto prima proteggerà la pista con un muretto. Questo significa che, per fortuna, alla fine l'avrà vinta. Bene, ma per la città, la città in cui vorremmo abitare, a ben vedere non sarà una grossa soddisfazione, si tratterà purtroppo di una nuova, sonora e umiliante sconfitta.

.

venerdì 22 luglio 2011

Dieci anni senza Montanelli

Dieci anni fa, a Milano, moriva Indro Montanelli, giornalista. Era il 22 luglio 2001, una data triste per chi, come me, amava leggere quello che l'Indro scriveva. Lo seguivo dai tempi del "Giornale", quando lo comprava mio padre, poi alla "Voce" (di cui conservo l'intera collezione) e infine al Corriere della Sera. E nel frattempo ho letto molti suoi libri, quasi tutti, nella mia libreria ne ho circa una novantina.

Per questo non sono obiettivo, quando parlo di Montanelli. Lo sento a me molto vicino, come se lo avessi conosciuto personalmente, e avessi una particolare confidenza con lui. E invece non l'ho mai incontrato. O, meglio, una volta gli ho stretto la mano, ma è stato un vero disastro, per me.

Un giorno del 1994, al Politecnico

Era l'anno della "Voce", il 1994, e avevo letto da qualche parte che al Politecnico Montanelli avrebbe incontrato gli studenti. Se facevo in fretta, avevo calcolato, sarei riuscito a rubare un paio d'ore al lavoro e a infiltrarmi nell'aula per sentire parlare di persona, finalmente, il "mio" direttore. Così com'ero, in giacca e cravatta, andai all'incontro. Mi ricordo che doveva esserci qualche altro giornalista, tra i relatori, che però all'ultimo non venne. Meglio così, la ribalta fu tutta per lui. Parlò con la sua solita verve degli ultimi tormentati mesi del "Giornale", del suo scontro con Berlusconi, della decisione di fondare la "Voce". E io lì, seduto in mezzo agli studenti ad ascoltarmelo tutto. Gongolante. Anche perché avevo l'impressione che spesso, parlando, fermasse il suo sguardo, duro e limpido, su di me.

Immaginazione frutto del mio solito egocentrismo, pensavo. Fino a che, a un certo punto, Montanelli se ne uscì con una frase di questo tipo: "Stanno tentando di tutto per tagliarci le gambe, alla "Voce". Del resto chi abbiamo contro è molto potente e ha mille mezzi per cercare di sconfiggerci. Anche le spie, può usare. Anzi, sono convinto che anche oggi, in mezzo a voi, ci sia qualcuno mandato dai nostri nemici per registrare e riferire bene quello che diciamo. Ne sono arcisicuro!". In un attimo l'aula si fece silenziosa, sulla pausa ben studiata dell'Indro che, ora più che mai, avevo l'impressione avesse fermato il suo sguardo, più duro che limpido, inequivocabilmente sulla mia figura. La mente cominciò a girarmi vorticosamente, e non ci misi molto ad arrivare alla conclusione che sì, in effetti, le circostanze erano tutte contro di me. Uno sconosciuto a tutti, sicuramente non uno studente (se non fuoricorso da molti anni...), l'unico in giacca e cravatta... Se fossi stato uno studente seduto al mio fianco – o, peggio ancora, se fossi stato Montanelli – non avrei avuto alcun dubbio, "quella è la spia".

La situazione durò un attimo. Per me fu però un'eternità. Mi sono sempre chiesto se fu solo una mia suggestione o se veramente ero stato l'oggetto della sua attenzione. Un dubbio che aumentò (o forse no, purtroppo diminuì...) quando, alla fine della conferenza, mi avvicinai al tavolo per ascoltare quello che Montanelli diceva agli studenti che gli si erano fatti intorno. Quando giunsi al suo fianco, per un attimo ebbi la sensazione che tutti si fermassero per una frazione di secondo. Poi, non so come, dissi: "Direttore...". Lui si girò di scatto, piantò i suoi occhi indagatori nei miei e chiese: "Sì?". "Volevo solo salutarla". Lui mi studiò ancora un attimo, poi tese la mano e rispose al mio saluto. Mi allontanai, certo che lui in quel preciso momento stava chiedendo agli studenti se mi avevano mai visto prima, a sostegno della sua tesi della spia infiltrata nell'aula...

L'unico incontro, un vero disastro

Questo è stato il mio unico incontro con Montanelli. Un vero disastro, come ho detto prima. Ma che non è riuscito a scalfire in minima parte il piacere che provo ogni volta che leggo qualcosa da lui pensato e scritto. Non era infallibile e spesso era anche opinabile, certo. Ma a Milano e all'Italia è mancata, in questi dieci anni, una mente lucida e critica come la sua, in grado di analizzare e spiegare ai lettori in un battito di ciglia le situazioni all'apparenza più complicate. Sarebbe stato interessante conoscere la sua opinione in relazione all'elezione di Pisapia, allo sconfortante balletto cui da anni assistiamo attorno a Expo 2015, all'utilizzo dei militari in città, alla questione legata alla costruzione della moschea milanese, ecc. ecc....

Ma lui se n'è andato ormai da dieci anni, anche se certe sue esternazioni passate lo rendono quanto mai vivo. Il suo scontro con Berlusconi, le sue opinioni sull'ex "editore perfetto"  entrato in politica, risuonano potenti oggi come allora (come dimostra il libro "Ve l'avevo detto", uscito nei giorni scorsi e che raccoglie tutti gli scritti più significativi relativi alla figura del Cavaliere). Seppur morto fisicamente, insomma, Montanelli è sopravvissuto attraverso il suo pensiero tutti questi anni grazie alla persistenza di Berlusconi. Quando questi cadrà, allora il principe dei giornalisti potrà davvero riposare in pace. Perché finalmente non verrà ricordato solo per essere stato uno dei più irriducibili oppositori dell'uomo di Arcore, ma per tutto quello che ha fatto e scritto – nel bene e nel male – nella sua lunga e avventurosa vita.

Glielo auguro di tutto cuore, non serbandogli alcun rancore per avermi un giorno (forse) scambiato per una spia al soldo del nemico.

.

venerdì 8 luglio 2011

Militari in città? No grazie...

I militari, nelle strade di Milano, sarebbe meglio non averli. Questa la mia personalissima opinione, condivisa però da molti milanesi con cui mi capita di parlare. Non so se vi è mai successo di trovarvi davanti un militare in mimetica e anfibi, con a tracolla un fucile "che neanche Rambo..." e il dito indice della mano destra sul grilletto.

A me è capitato proprio l'altro giorno. Durante la pausa pranzo ero in un baretto del centro a mangiare il mio panino d'ordinanza, quando da dietro l'angolo è sbucata una giovane donna così agghindata. Per un attimo mi sono chiesto se quella che vedevo attraverso il vetro, all'esterno, fosse davvero Milano o piuttosto un'altra città. Di solito, in questi casi, si dice: "Sembra di essere a Beirut", ma credo che quella povera città, prima o poi, debba essere lasciata in pace...

Il disagio di passare vicino a una persona armata

Sarò troppo sensibile, ma la visione di un militare in tenuta da combattimento in mezzo alla vita cittadina in qualche modo mi turba. Sarà anche lì per la mia sicurezza – questo lo capisco – ma la sua visione non riesce a tranquillizzarmi. Mi vengono in mente quei paesi del Chiapas, in Messico, bellissimi a vedersi ma "presidiati" a ogni angolo di strada da militari con facce agguerrite che ti fanno passare la voglia di fare il turista. Oppure certe città dell'Est europeo prima che cadesse il Muro di Berlino...

Oppure, anche, un paesino del sud della Calabria nelle cui vicinanze ho trascorso, una quindicina d'anni fa, una bella vacanza. Alla sua entrata era piazzato un autoblindo dell'esercito che aveva sulla sua torretta un militare sempre pronto a usare la sua potente mitragliatrice pesante. Del paesino non ricordo un granché, se devo dire la verità, ma il ricordo del soldato pronto a sparare, il disagio che mi coglieva ogni volta che gli passavo vicino, non mi ha mai abbandonato...

Sicurezza pubblica? Ma non ci sono le forze dell'ordine?

Ora, capisco che alcune situazioni debbano essere, è inevitabile, presidiate militarmente. Ci sono luoghi che sono considerati obiettivi sensibili, potenziali bersagli di attacchi terroristici e via discorrendo. Se vedo un militare davanti al consolato americano, o davanti a una sinagoga, o ancora davanti a un palazzo che ospita una realtà esposta a seri pericoli provenienti dall'esterno, non posso che adeguarmi alle necessità e accettare la situazione. Pare proprio che in questi casi non se ne possa fare a meno.

Ma militari utilizzati per garantire la sicurezza pubblica nelle strade, nei giardini, nei parchi, quelli no, preferirei non vederli. Abbiamo forze dell'ordine in grado di effettuare in modo efficiente, grazie alla loro competenza e alla loro esperienza, il controllo della legalità. Si chiamano Polizia di Stato, che fa capo al ministero dell'Interno, e Carabinieri, che riferiscono al ministero della Difesa. Solo loro hanno la possibilità di intervenire in caso di comportamenti illegali, da codice penale. I militari no, non lo possono fare: possono solo servire da deterrente e avvisare le forze dell'ordine di quanto sta accadendo o di quanto è già accaduto.

E' solo una protezione di facciata

Quella fornita dai soldati è dunque solo una protezione di facciata, che qualche costo ce lo deve comunque avere. Allora, destiniamo a Polizia e Carabinieri i fondi che oggi vengono assegnati all'esercito: i risultati, in termini di lotta all'illegalità, nelle città, non saranno certo minori, anzi... E sarà anche l'occasione per ridare dignità a due corpi che, da un po' di anni a questa parte, stanno perdendo colpi sotto il profilo dell'immagine, ridotti come sono all'osso per quanto riguarda le risorse economiche e umane e confinati, per lo più, al ruolo di elargitori di multe e contravvenzioni legate al codice della strada.

(E so che qualcuno starà pensando al caso del cittadino morto una delle scorse notti durante un controllo eseguito da alcuni poliziotti. Ma io credo che quello non sia un problema che riguarda il corpo della Polizia nel suo complesso ma, se si dovessero accertare responsabilità, le singole persone coinvolte. Se gli agenti hanno sbagliato, pagheranno: ho fiducia nella magistratura, che per fortuna non è ancora assogettata al controllo del Governo, come qualcuno vorrebbe. Se lo fosse, allora sì, che non mi sentirei tanto tranquillo...).

.

giovedì 30 giugno 2011

Evviva il federalismo fiscale!
(se non fosse all'italiana...)

Ho letto, ci ho anche scritto un pezzo, che quest'anno le tariffe dell'RC Auto, in tutta la provincia di Milano, aumenteranno del 3,5%. Questa volta non per "colpa" delle compagnie assicuratrici, no. L'aumento, quantificabile in media in 20 euro all'anno a carico di ciascun possessore di automobile, è dovuto a un ritocco dell'aliquota – in parole semplici la tassa – che l'ente Provincia di Milano applica a ogni contratto assicurativo di questo tipo.

«E' un aumento dovuto – ha dichiarato prontamente il presidente della Provincia, Guido Podestà –, effetto del federalismo fiscale». Un ritocco verso l'alto, ha precisato, che permetterà alla Provincia di trovare le risorse per assicurare certi servizi che sono di sua competenza, come «la creazione di nuovi asili nido (2 milioni di euro), i finanziamenti agli enti di assistenza (altri 2 milioni) e, soprattutto, la sistemazione delle strade provinciali che versano in situazioni disastrose (4 milioni)». Del resto, ha aggiunto Podestà, le Province – anche se c'è chi da tempo le ritiene inutili e dispendiose e, almeno a parole, vorrebbe "farle fuori" –, acquistano sempre più funzionalità a fronte di una forte diminuzione degli introiti provenienti dal Governo centrale di Roma.

Che bello pagare le tasse sul proprio territorio!

Bene, verrebbe da dire. Si sta attuando poco alla volta quel sistema di federalismo fiscale per cui i cittadini pagano le tasse sul loro territorio, in modo tale che i soldi raccolti vengano reinvestiti direttamente "in casa loro". Da questo punto di vista non possiamo che essere contenti di questo aumento... asili nido per tutti, assistenza assicurata, strade a posto: questa sì che è una vera rivoluzione!

Ma a questo punto una riflessione sorge spontanea. Da cittadino, non certo da economista o da esperto del settore, mi viene da pensare quello che segue. Se io, milanese, possessore di un'automobile pago 20 euro in più alla mia Provincia perché svolga certi servizi a mio favore, è perché probabilmente quei 20 euro erano fino a ieri erano spesi dal Governo e ora non lo sono più. Il Governo, insomma, si è liberato della spesa di questi miei 20 euro. Perché dunque, mentre Podestà mi chiede di aggiungerli al novero delle tasse che dovrò pagare a lui, non c'è qualcun altro (che so, il capo del Governo, o il ministro delle Finanze, o anche semplicemente un portavoce...) che, contestualmente, mi dice: «Su quest'altra tassa nazionale, naturalmente, pagherai 20 euro in meno»?

Questo sarebbe il federalismo che tutti desideriamo, immagino. Forse di difficile attuazione, e non certo presentabile in tempi brevissimi. Ma segnali di questo tipo mi fanno pensare che, alla fine dell'anno, i soldi da me spesi (per questo singolo caso) saranno 40 euro, cioè 20 euro in più di prima.

Bella cosa davvero, il federalismo fiscale (all'italiana).

.

venerdì 24 giugno 2011

Ma si fanno, certi scherzi?

Ieri, 23 giugno 2011, ho ricevuto una lettera spedita dal Comune di Milano. 

Non l'ho aperta subito, («prima sistemo la borsa e mi do una sciacquata alle mani, poi me la leggo...»), l'ho appoggiata lì, sul ripiano dell'anticamera, e me ne sono del tutto dimenticato. 

L'ho trovata nello stesso posto questa mattina, appena sveglio. O, meglio, non ancora del tutto sveglio: per la precisione in quello stato comatoso che sta a metà tra il sonno profondo e il risveglio totale. L'ho aperta con una certa noia («possibile che quando serve non trovo mai il tagliacarte!») e, senza troppa attenzione, ho cominciato a leggerla. 

Al primo momento, devo dire la verità, non ci ho capito un granché, ma giunto alle ultime righe sono letteralmente trasalito!

Egregio Cittadino,
Le inviamo il pass definitivo che l'autorizza a sostare negli spazi di sosta regolamentare presenti nel Suo Ambito. La scadenza del presente pass è indicata sul contrassegno stesso.
Le rammentiamo che i titolari del presente contrassegno potranno sostare gratuitamente negli spazi regolamentari con strisce blu solo se indicato nell'apposita segnaletica verticale, in mancanza di esplicita indicazione la sosta gratuita non è consentita.
Per ulteriori informazioni potrà contattare l'infoline 02.02.02 oppure visitare il sito Internet (www.comune.milano.it) e raggiungere la sezione "ho bisogno di muovermi in e fuori città".
La ringraziamo per la cortese attenzione e Le porgiamo i nostri migliori saluti.
Il ViceSindaco
On. Riccardo De Corato
L'Assessore ai Servizi Civici e Semplificazione
Avv. Stefano Pillitteri
Milano, 20 ottobre 2010

La testa ha cominciato a ronzarmi, le gambe hanno cominciato a cedere lentamente, come svuotate di tutte le forze.

«Ma come...?!? Ho sognato tutto...!!! Le elezioni, la campagna elettorale, i cartelloni su br e procure, il primo turno, la Moratti che dà del ladro, il ballottaggio, la vittoria di Pisapia, la città arancione, piazza del Duomo in festa...». In pochi secondi mille immagini mi sono passate davanti agli occhi, come in un film proiettato a gran velocità.

«"De Corato"... "Pillitteri"... "20 ottobre 2010"...: questa è la realtà, il resto è stato tutto frutto della mia fantasia. Un sogno, solo un sogno... Ma cosa cavolo ho mangiato ieri sera?»

Fino a che mia moglie, quella santa donna, non mi ha svegliato dall'incubo: «Ma dài che siamo a fine giugno, non senti che caldo fa, e non sono neanche le otto?»


(E allora, chiedo io, si fanno certi scherzi? Si inviano le lettere con otto mesi di ritardo?)

.

Votami

migliori