Dieci anni fa, a Milano, moriva
Indro Montanelli, giornalista. Era il
22 luglio 2001, una data triste per chi, come me, amava leggere quello che l'Indro scriveva. Lo seguivo dai tempi del
"Giornale", quando lo comprava mio padre, poi alla
"Voce" (di cui conservo l'intera collezione) e infine al
Corriere della Sera. E nel frattempo ho letto molti suoi libri, quasi tutti, nella mia libreria ne ho circa una novantina.
Per questo non sono obiettivo, quando parlo di Montanelli. Lo sento a me molto vicino, come se lo avessi conosciuto personalmente, e avessi una particolare confidenza con lui. E invece non l'ho mai incontrato. O, meglio, una volta gli ho
stretto la mano, ma è stato un vero disastro, per me.
Un giorno del 1994, al Politecnico
Era l'anno della "Voce", il 1994, e avevo letto da qualche parte che al
Politecnico Montanelli avrebbe incontrato gli studenti. Se facevo in fretta, avevo calcolato, sarei riuscito a rubare un paio d'ore al lavoro e a infiltrarmi nell'aula per sentire parlare di persona, finalmente,
il "mio" direttore. Così com'ero, in giacca e cravatta, andai all'incontro. Mi ricordo che doveva esserci qualche altro
giornalista, tra i relatori, che però all'ultimo non venne. Meglio così, la ribalta fu tutta per lui. Parlò con la sua solita verve degli ultimi tormentati mesi del "Giornale", del suo scontro con
Berlusconi, della decisione di fondare la "Voce". E io lì, seduto in mezzo agli studenti ad ascoltarmelo tutto.
Gongolante. Anche perché avevo l'impressione che spesso, parlando, fermasse il suo sguardo, duro e limpido, su di me.
Immaginazione frutto del mio solito
egocentrismo, pensavo. Fino a che, a un certo punto, Montanelli se ne uscì con una frase di questo tipo: "Stanno tentando di tutto per tagliarci le gambe, alla "Voce". Del resto chi abbiamo contro è
molto potente e ha mille mezzi per cercare di sconfiggerci. Anche
le spie, può usare. Anzi, sono convinto che anche oggi, in mezzo a voi, ci sia
qualcuno mandato dai nostri nemici per registrare e riferire bene quello che diciamo. Ne sono arcisicuro!". In un attimo l'aula si fece silenziosa, sulla pausa ben studiata dell'Indro che, ora più che mai, avevo l'impressione avesse fermato il suo sguardo, più duro che limpido, inequivocabilmente
sulla mia figura. La mente cominciò a girarmi vorticosamente, e non ci misi molto ad arrivare alla conclusione che sì, in effetti, le circostanze erano tutte contro di me. Uno sconosciuto a tutti, sicuramente non uno studente (se non fuoricorso da molti anni...), l'unico in
giacca e cravatta... Se fossi stato uno studente seduto al mio fianco – o, peggio ancora, se fossi stato Montanelli – non avrei avuto alcun dubbio, "quella è la spia".
La situazione durò un attimo. Per me fu però
un'eternità. Mi sono sempre chiesto se fu solo una mia
suggestione o se veramente ero stato l'oggetto della sua attenzione. Un dubbio che aumentò (o forse no, purtroppo diminuì...) quando, alla fine della conferenza, mi avvicinai al tavolo per ascoltare quello che Montanelli diceva agli
studenti che gli si erano fatti intorno. Quando giunsi al suo fianco, per un attimo ebbi la sensazione che tutti si fermassero per una frazione di secondo. Poi, non so come, dissi: "Direttore...". Lui si girò di scatto, piantò i suoi
occhi indagatori nei miei e chiese: "Sì?". "Volevo solo salutarla". Lui mi studiò ancora un attimo, poi tese la mano e rispose al mio saluto. Mi allontanai, certo che lui in quel preciso momento stava chiedendo agli studenti se mi avevano mai visto prima, a sostegno della sua tesi della spia
infiltrata nell'aula...
L'unico incontro, un vero disastro
Questo è stato il mio unico incontro con Montanelli. Un vero
disastro, come ho detto prima. Ma che non è riuscito a scalfire in minima parte il piacere che provo ogni volta che leggo qualcosa da lui pensato e scritto. Non era infallibile e spesso era anche opinabile, certo. Ma a Milano e all'Italia è mancata, in questi dieci anni, una mente
lucida e
critica come la sua, in grado di analizzare e spiegare ai lettori in un battito di ciglia le situazioni all'apparenza più complicate. Sarebbe stato interessante conoscere la sua opinione in relazione all'elezione di
Pisapia, allo sconfortante balletto cui da anni assistiamo attorno a
Expo 2015, all'utilizzo dei
militari in città, alla questione legata alla costruzione della
moschea milanese, ecc. ecc....
Ma lui se n'è andato ormai da dieci anni, anche se certe sue esternazioni passate lo rendono quanto mai vivo. Il suo scontro con Berlusconi, le sue opinioni sull'ex "editore perfetto" entrato in politica, risuonano potenti oggi come allora (come dimostra il libro
"Ve l'avevo detto", uscito nei giorni scorsi e che raccoglie tutti gli scritti più significativi relativi alla figura del Cavaliere). Seppur morto fisicamente, insomma, Montanelli è
sopravvissuto attraverso il suo pensiero tutti questi anni grazie alla persistenza di Berlusconi. Quando questi cadrà, allora il principe dei giornalisti potrà davvero riposare in pace. Perché finalmente non verrà ricordato solo per essere stato uno dei più irriducibili
oppositori dell'uomo di
Arcore, ma per tutto quello che ha fatto e scritto – nel bene e nel male – nella sua lunga e avventurosa vita.
Glielo auguro di tutto
cuore, non serbandogli alcun
rancore per avermi un giorno (forse) scambiato per una spia al soldo del nemico.
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