martedì 11 giugno 2013

Pranzo milanese
(finalmente con il sole)

Finalmente un po' di sole, voglia di uscire, respirare aria sana, stare in mezzo alla gente.

Oggi pranzo all'aperto, in piazza Sant'Alessandro, uno degli angoli più belli della città.

Ordino, aspetto il piatto e intanto scorro Twitter. Molti messaggi arrivano da Istanbul – così vicina, così lontana – parlano di scontri nelle vie del centro, di avvocati arrestati, di cariche della polizia.

Uno dei tweet più drammatici racconta che in piazza Taksim "Migliaia di mani alzate corrono verso la polizia, che continua a sparare gas lacrimogeni".

Nei giorni scorsi sono già morti tre "indignados", in Turchia, nelle proteste di coloro che chiedono le dimissioni del premier turco Recep Tayyip Erdogan, che dal canto suo ha fatto sapere, poche ore fa, che «Nessuna protesta verrà più tollerata» (vedi questo servizio dell'Huffington Post).

Mi viene in mente che qui da noi, ieri sera, decine di giovani virgulti milanesi sono scesi in piazza per difendere i diritti di una gelateria alla moda, al grido di #PiùGromMenoRom, tanto per rimanere in tema di tweet (leggi qui un breve resoconto della serata).


Meglio pensare agli anziani...

Vabbè, lasciamo stare i giovani. Pensiamo agli anziani, come questa simpatica e tenera coppia seduta nel tavolino a fianco del mio. Hanno finito di mangiare e sono lì uno di fronte all'altro, in silenzio.  

Sembrano assaporare un momento di relax. Loro, così sereni, in mezzo a centinaia di persone che camminano con frenesia e che, anche quando si siedono ai tavolini, pensano solo a consumare i pasti in tutta fretta, pronti a tornare in ufficio in orario.

Lui a un certo punto si rivolge alla moglie e le dice, con voce tremula e gentile: «Quando vuoi possiamo andare...».

«Sei veramente una persona disgustosa», risponde lei, facendomi sobbalzare di nascosto sulla sedia. «Dillo che vuoi andare via tu, perché sei stufo di stare qui, e non fare finta di chiedere a me se voglio restare o no... Sei ignobile, come sempre, lasciatelo dire!».


Io quasi quasi spero che domani torni a piovere.


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martedì 4 giugno 2013

La strada della carità

La strada della carità è quella che percorro ogni mattina, quando vado al lavoro. Ho la fortuna di andare in ufficio a piedi, senza dover prendere né auto, né mezzi pubblici. Metà della strada la percorro insieme ai miei bambini, che porto a scuola, la seconda da solo. Un totale di circa due chilometri, forse qualcosa meno, caratterizzato da incontri che sono sempre gli stessi, ogni mattina. Incontri con persone che stazionano sempre negli stessi posti e che a vario titolo chiedono qualche spicciolo per poter vivere.

La prima persona che incontriamo è una donna di origine slava e di età apparente sui 40/45 anni che staziona davanti al supermercato ed è abbastanza insistente. Ormai ci conosce, quando ci vede arrivare attraversa la strada e viene sul marciapiede che percorriamo in tutta fretta, per non arrivare tardi a scuola. In genere racconta, nel suo stentato italiano, che lei è molto malata, così come i suoi bambini, che non possono andare a scuola perché devono curarsi. Una volta le abbiamo dato un sacchetto con un po' di vestiti, per i suoi bambini. Sembrava felice, da quella volta però è diventata ancor più insistente e così a volte, spiace dirlo, decidiamo di cambiare strada per non dover sottostare ai suoi "attacchi".

Poco più avanti incontriamo Vittoria, che forse viene dal Kosovo, di cui ho già parlato in un post di Milanau. Lei, così minuta, sembra instancabile. Con la sua grinta che la fa apparire anche fin troppo aggressiva, non si perde un'auto tra tutte quelle che si fermano al semaforo della circonvallazione posta a ridosso delle mura spagnole. Con noi è sempre gentile, e anche quando si arrabbia con gli automobilisti poco generosi con lei, e si mette a gridare frasi incomprensibili (che però non fatichiamo a interpretare), se ci vede saluta i bambini con il suo sorriso senza denti.

All'imbocco dei giardinetti posti proprio a fianco della scuola, a volte si posiziona un uomo sudamericano che chiede con grande dignità qualche soldo per la sua famiglia. Una volta abbiamo visto anche la moglie con il figlioletto: la famiglia ce l'ha davvero. Ma è da un po' di tempo che non si vedono più, forse hanno scelto un posto migliore, lì le persone vanno sempre di fretta, nel timore che suoni la campanella, e non hanno nemmeno il tempo di cercare qualche monetina.

Pochi metri dopo avere "depositato" i bambini, ecco la ragazza zingara seduta che ripete una litanìa infinita, modificando il soggetto a seconda di chi stia passando: «Per favore, belo signore...», «Per favore bela signora...», «Per favore, belo signore...». Lei è lì, seduta per terra, anche quando piove, naturalmente senza ombrello e non sembra riscuotere gran successo, la gente le passa davanti senza nemmeno mostrare di accorgersi della sua presenza.

Girato l'angolo, ecco il suonatore di fisarmonica. Sembra un hidalgo spagnolo, con i capelli neri e lisci e i baffetti sottili e curati. Invece forse è argentino, come lascerebbero intendere i suoi pezzi musicali, fatti di intensi e malinconici tanghi. Lui si siede spalle al muro e suona. Suona bene, e saluta con un sorriso chi passa e lo degna di uno sguardo. La sua musica è piacevole, si diffonde in tutta la zona pedonale da cui si fa ospitare, e forse lui è uno dei pochi che riesce a guadagnarsi da vivere, in questo tratto di strada.

Poco avanti c'è una chiesa, davanti al portone si alternano un uomo e una donna, entrambi slavi. Mi immagino che siano marito e moglie, o comunque compagni, che si dividono il compito. Una mattina uno e quella dopo l'altra. Anche loro sembrano faticare a raccogliere quattro spiccioli e per questo si spostano in continuazione per cercare di intercettare i passanti, che sono per lo più impiegati e professionisti che si dirigono verso gli uffici del centro o studenti che si recano nella vicina Università.

Ormai ho percorso più della metà del mio percorso. Ed è qui che incontro l'uomo africano con il suo "negozietto" ambulante. Vende un po' di tutto, dagli occhiali, alle borse, agli ombrelli. Forse quest'anno quattro soldi, con tutta l'acqua che è scesa, sarà riuscito a farli. Lui non ti chiede niente, sta semplicemente lì, tutto il giorno a fianco dei suoi gradini allestiti a bancarella, con la sua alta figura e la sua grande dignità, che ci fanno immaginare si tratti di un principe africano, fuggito per chi sa quale motivo dal suo Paese e costretto ad affrontare una difficile vita in quello che forse immaginava fosse come il Paese dell'Eden. La mattina offre un servizio supplementare, naturalmente gratuito: la distribuzione dei giornaletti freee press, che dispone ordinatamente su un muretto lì vicino, a disposizione di chi voglia prenderli.

Non è finita qui. Oltre l'incrocio della circonvallazione interna c'è un altro suonatore di fisarmonica, questa volta di sicuro di origine balcanica, viste le sue musiche "tipo Bregovic". La sua posizione prevede molto più passaggio di persone rispetto a quello dell'hidalgo. Ma qui la confusione è molta: passano numerose automobili, il marciapiede è molto più stretto, anche la sua musica – forse condizionata dalla diversa situazione – è meno rilassata. Risultato: il piattino sembra faticare a riempirsi.

Ormai sono quasi arrivato in ufficio, giusto il tempo di passare davanti alla ragazza probabilmente rumena che vende giornali. E' vestita in modo semplice ma dignitoso e ha uno sguardo malinconico, quasi assente. Con una certa timidezza, chiede alle persone se vogliono comprare le sue riviste, che sono quelle che vediamo in giro spesso, che parlano di immigrazione e della dura condizione in cui vivono molti immigrati, qui in Italia. Forse è davvero troppo timida, non l'abbiamo mai vista riuscire a piazzarne una. Ma forse, ce lo auguriamo per lei, non l'abbiamo sorpresa al momento giusto.

E così, dopo avere percorso a piedi i miei soliti due chilometri (forse qualcosa meno) eccomi finalmente in ufficio. Accendo il computer e rispondo al telefono e mi dimentico della "strada della carità", mi dimentico che Milano, che mi piaccia o no, è anche quella cosa lì.


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martedì 21 maggio 2013

Cresce sempre più
il movimento "No slot"

Un problema, una piaga sociale, che sta interessando sempre più persone. Stiamo parlando del gioco d'azzardo "legale", quello che vede tra le protagoniste le slot machine che possiamo trovare nella sala giochi aperta sotto casa o nel bar del'angolo.

Gioco d'azzardo significa tanti soldi. Tanti soldi guadagnati dallo Stato e da chi ha interessi all'interno di quel mondo – alcuni dicono ci sia anche la mafia – e tanti soldi persi da chi entra nel gorgo delle scommesse e delle slot machine e non riesce più a uscirne.

Un sistema capace di stritolare chi vi incappa, che di rado riesce a uscirne indenne. Ma, per fortuna, sempre più persone, a ogni livello, si stanno oggi rendendo conto che qualcosa deve essere cambiato, che così non si può andare avanti.

E così è nata una sorta di protesta fai-da-te, attuabile senza difficoltà da chiunque: consiste nel non andare più a bere il caffè nei bar che ospitano slot machine. E sono nati un po' ovunque movimenti no slot. Qualcuno ha anche organizzato grandi manifestazioni di sensibilizzazione, come "Cittadinanza attiva" che insieme alla "Casa del Giovane", a Pavia – una delle città più colpite da questa piaga –   ha organizzato la Marcia "No slot" per urlare un grande basta a questa escalation di degrado sociale.

Ora anche alcuni politici cominciano a interessarsi al problema. Perché ormai l'argomento è sulla bocca di tutti, sembra essere diventato finalmente popolare, da cavalcare anche da chi finora aveva avvallato in silenzio lo sviluppo dei locali pubblici con slot e l'apertura a macchia d'olio di sale giochi e sale scommesse.

Bene, comunque, l'importante è che finalmente se ne parli (e che alle parole, poi, seguano i fatti). Ed è bene che a farlo sia anche una trasmissione televisiva popolare come "Le Iene", che ha messo in campo una sua efficace campagna antislot, che vede coinvolti i sindaci di alcune grandi città italiane. Tra questi, e ne siamo contenti, c'è anche il primo cittadino di Milano, Giuliano Pisapia.




Che la battaglia finale sia davvero cominciata?


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lunedì 13 maggio 2013

Addio a Luciano Lutring,
simbolo di una Milano che fu


Va bene, non sarà forse il caso di farne l'elogio funebre. Luciano Lutring era e resterà famoso per sempre per le sue rapine compiute negli anni '60 e '70 tra Milano, la Francia e buona parte d'Europa. Non certo un bell'esempio di vita, se vogliamo. Ma Lutring, morto la scorsa notte a 76 anni, è stato anche un uomo che ha saputo cambiare la sua esistenza, diventando uno scrittore e pittore apprezzato, carriera artistica iniziata in carcere e proseguita nella sua nuova vita da uomo libero.

Ma non è questo il punto. Ci sono molte interviste di Lutring, su Youtube, che meritano  di essere viste. Perché da quei filmati, in cui il "Solista del mitra" – come veniva chiamato ai tempi delle sue scorrerie, perché nascondeva il mitra nella custodia di un violino – racconta la sue avventure giovanili, esce una Milano del passato che riesce a mettere addirittura un po' di malinconia. Quella raccontata da Lutring, certo, è la Milano della "Ligera", un mondo che vive al di fuori della legalità, fatto di furti, di rapine, di colpi audaci e spesso violenti, di soldi guadagnati (e subito spesi) in modo facile, troppo facile. Ma da questa persona, considerato ai tempi dalle polizie di Italia e Francia come il "Pericolo pubblico numero 1", capace di seminare il panico per lunghi anni tra banche, gioiellerie, pelliccerie e via dicendo, traspare un fondo di umanità difficile da scovare altrove.

Non uccise né ferì mai nessuno

A quanto si sa, Lutring non uccise né ferì mai nessuno e questo non è un particolare insignificante. Iniziò a rubare quasi per caso, il racconto della sua prima rapina è qualcosa che vale la pena di essere ascoltato. La zia (la zia!) gli aveva chiesto di andare in posta a pagargli una bolletta. Lui ci era andato, con la sua vecchia pistola senza proiettili infilata nei pantaloni. L'aveva comprata di seconda mano qualche mese prima, la portava con sé per fare il bullo con gli amici, nel quartiere. Il cassiere della posta era lento e lui si era lamentato battendo un pugno sul bancone. Nel movimento si era intravista la pistola nella cinta, così che il cassiere, spaventato, gli aveva consegnato in tutta fretta una montagna di soldi senza che lui avesse chiesto niente.

Chissà se andò veramente così. La cosa certa è che da quel momento iniziò una carriera fulminante, da rapinatore gentiluomo, che portò Lutring ad appropriarsi, fino al momento dell'arresto, avvenuto in Francia nel 1965, di una cifra corrispondente ai 30 miliardi di lire di allora (secondo quanto raccontato da lui stesso). Soldi tutti spesi in donne (molte rapine le compì per soddisfare la sua Ivonne), gioco, bella vita fatta di macchine di lusso, grandi alberghi e vacanze nei luoghi più esclusivi.

E' uno che ha pagato per i suoi misfatti

Niente di edificante, siamo d'accordo. Ma siamo di fronte a una persona che ha pagato con il carcere per quello che ha compiuto – non ce ne sono tante, in giro, ad averlo fatto – e che ha saputo in seguito regalarsi una nuova vita, da persona normale. Ora non c'è più e di lui restano i libri, i quadri (pare che le sue tele siano molto apprezzate) e i racconti brillanti delle sue guasconate, che a sentirle descritte da lui - con il suo milanese "romantico" – sembrano quasi scene di un brillante film del genere "guardie e ladri".

Perché diciamocelo: Lutring sarà anche stato uno spietato rapinatore, un fannullone e un perdigiorno votato solo alla ricerca del proprio piacere, ma nulla ci impedisce di dire che era anche una persona gentile, umana e autoironica. Insomma, proprio un simpatico bandito, come ai giorni nostri non ce ne sono più (tanto per voler concludere con una banalità).



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mercoledì 24 aprile 2013

Via Giulio Romano, qualcuno faccia chiudere quella sala scommesse


In zona Porta Romana c'è un condominio, quello di via Altaguardia 17, che sta combattendo una battaglia aperta e senza esclusione di colpi contro l'apertura di una sala scommesse. Una battaglia che per ora sembra essersi trasformata in una sconfitta, visto che la sala che si affaccia su via Giulio Romano è stata aperta lo scorso sabato, 20 aprile. Ma solo il tempo dirà se è davvero così.

Si teme l'arrivo della microcriminalità

Per quale motivo gli abitanti di questo condominio non vogliono che nel loro palazzo trovi spazio una sala scommesse? Come si sa, queste sono legali, gestite dalla Snai, che opera grazie alle concessioni offerte dallo Stato, in particolare da quella che una volta si chiamava Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato  e che oggi risponde al nome di Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Niente da eccepire, su questo. Ma è un dato di fatto che le sale scommesse, così come quelle che ospitano il gioco del Bingo o le cosiddette sale giochi con le slot machine di ultima generazione, attirano una popolazione variegata e non sempre contraddistinta da comportamenti limpidi e tendenti alla legalità.

A fare paura agli abitanti del condominio e di buona parte del quartiere interessato non è tanto il fatto che il mondo delle scommesse legali – di quelle clandestine è persino inutile parlare – sia considerato ormai da tempo nel mirino della criminalità organizzata (per chi intendesse approfondire l'argomento ecco un'inchiesta del Sole 24 Ore datata addirittura 15 gennaio 2008).

Non fanno dunque paura i pesci grossi, che magari qui non ci verranno nemmeno, ma piuttosto tutto quell'esercito di piccoli biscazzieri, ladruncoli, truffatori e usurai da quattro soldi, che bazzicano attorno ad ambienti di questo tipo e che sono sempre pronti ad aprofittare delle fortune alterne degli scommettitori. Persone che, com'è facile immaginare, nessuno vorrebbe avere costantemente sotto casa...

«Tutto studiato per non dare fastidio»

Snai ci tiene a far sapere che è tutto a posto, sotto controllo. Per locali come questo, dispone l'apertura alle 10 di mattina e la chiusura alle 20, così da evitare assembramenti notturni o negli orari in cui i ragazzi si recano nelle scuole. E predispone, all'interno di queste strutture, sale fumatori a angoli bar, per evitare che gli avventori si trattengano sui marciapiedi o siano protagonisti di fastidiosi andirivieni dai locali pubblici più vicini.

«E' tutto studiato per non dare fastidio», dicono i responsabili delle sale, cercando di rassicurare chi si lamenta dell'apertura avvenuta sotto casa propria, dimostrando così di essere perfettamente consci che l'apertura di una sala scommesse è in grado di destabilizzare l'equilibrio di un intero quartiere. Orari ristretti, sale fumatori, angoli bar... è così che si pensa di difendere i cittadini normali dalla piccola e grande delinquenza destinata a invadere in breve tempo un intero quartiere?

La vicinanza a scuole, chiese e ospedali

Ma non è tutto. Ancor più grave è il caso in cui l'apertura della sala scommesse avvenga in un contesto che dovrebbe essere, per sua natura, protetto. La sala di via Giulio Romano è stata infatti aperta a poca distanza da una scuola, anzi da due – una scuola elementare e un Istituto professionale, il "Ferraris Pacinotti" – e da una chiesa e da un oratorio, quelli di Sant'Andrea.

La freccia indica dov'è stata aperta la sala scommesse di via Giulio Romano.
A sinistra la doppia scuola (elementare e professionale), a destra la chiesa di Sant'Andrea.

Se il "Decreto Balduzzi" – entrato in vigore a dicembre 2012 e fortemente voluto dal ministro della Sanità del governo Monti, da cui prende il nome (e già il fatto che di questo aspetto se ne occupi il ministero della Salute dovrebbe farne comprendere la portata e l'importanza) – non fosse stato modificato all'ultimo momento, quella sala scommesse non avrebbe mai potuto essere aperta. Perché nella sua prima estensione quel decreto diceva che strutture di questo genere avrebbero dovuto rispettare la distanza di 500 metri da scuole, ospedali e luoghi di culto. Una misura in seguito ridotta a 200 metri (e sarebbe stato ancora il caso della sala di via Giulio Romano) e infine, all'ultimissimo momento, cancellata.

Il ministero della Salute, dunque, ha la consapevolezza che una realtà come una sala scommesse, per il solo fatto di esistere, sia in grado di creare turbative in un contesto cittadino normale, abitato da persone normali che vivono (o cercano di vivere) una vita normale. Tanto che anche se il limite di distanza è stato eliminato – si sospetta che la motivazione sia da ricercare nel grande gettito fiscale che il mondo del gioco d'azzardo porta nelle casse dello Stato – la legge dice comunque che i monopoli sono tenuti a  esaminare volta per volta la posizione delle sale eccessivamente vicine a scuole, chiese e ospedali, sulla base delle indicazioni trasmesse dai Comuni...

Vediamo che cosa dice, nel dettaglio, il comma 10 dell'articolo 7 del Decreto Balduzzi:
10. L'Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e, a seguito della sua incorporazione, l'Agenzia delle dogane e dei monopoli, in funzione della sua competenza decisoria esclusiva al riguardo, provvede a pianificare, tenuto conto degli interessi pubblici di settore, ivi inclusi quelli connessi al consolidamento del relativo gettito erariale, forme di progressiva ricollocazione dei punti della rete fisica di raccolta del gioco praticato mediante gli apparecchi di cui all'articolo 110, comma 6, lettera a), del testo unico di cui al regio decreto n. 773 del 1931, che risultano territorialmente prossimi a istituti scolastici primari e secondari, strutture sanitarie ed ospedaliere, luoghi di culto. Le pianificazioni operano relativamente alle concessioni di raccolta di gioco pubblico bandite successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e valgono, per ciascuna nuova concessione, in funzione della dislocazione territoriale degli istituti scolastici primari e secondari, delle strutture sanitarie ed ospedaliere, dei luoghi di culto esistenti alla data del relativo bando. Ai fini di tale pianificazione si tiene conto dei risultati conseguiti all'esito dei controlli di cui al comma 9, nonché di ogni altra qualificata informazione acquisita nel frattempo, ivi incluse proposte motivate dei comuni ovvero di loro rappresentanze regionali o nazionali.
I Comuni, dunque, non possono intervenire direttamente, regolando l'apertura (o la chiusura) di sale di questo tipo, ma possono richiedere interventi dei monopoli, quando ritengono ci sia una condizione di vicinanza a luoghi "sensibili". Nel caso di via Giulio Romano non è dunque difficile immaginare che Palazzo Marino deciderà di intervenire quanto prima.

In evidente contrasto con il regolamento condominiale

Anche perché c'è da aggiungere un ulteriore elemento, relativo al regolamento condominiale del palazzo di via Altaguardia che, contro il proprio volere, si trova a ospitare la sala scommesse. L'articolo 10 di questo regolamento prescrive che gli spazi del condominio debbano essere destinati esclusivamente "a uso abitazione e di studi professionali o commerciali di tutto decoro". Niente a che vedere con una sala scommesse, insomma.

E chi dice che i regolamenti condominiali non contano nulla si sbaglia di grosso, visto che è di pochi giorni fa l'intervento con cui il presidente della Commissione consiliare antimafia (e si sottolinea: la Commissione consiliare antimafia!) del Comune di Milano, David Gentili, ha invitato gli amministratori e le assemblee condominiali a «usare i regolamenti condominiali per vietare l'apertura di nuove sale giochi e centri scommesse».

Ma per quanto riguarda la situazione di via Giulio Romano, coloro che operano sotto il cappello del marchio Snai (in accordo con la Aggugiari 95 Srl, la società che è proprietaria dei locali) sembrano non sentirci, da questo punto di vista. E si comportano come se tutto fosse loro dovuto. L'apertura della sala scommesse manco è stata comunicata all'amministratore o all'assemblea dei condomini. E quando è stata scoperta (quasi per caso, a lavori già quasi conclusi) la situazione è stata gestita come se le esigenze del palazzo e dei suoi abitanti – alcuni vivono qui da oltre 80 anni – non fossero altro che inutili e fastidiosi particolari di cui non tenere minimamente conto.

Dove ti piazzo la parabola? In cortile, sul tetto o sulla facciata?

Un esempio? Eccolo: per svolgere la propria attività, la sala scommesse ha bisogno di utilizzare una parabola, attraverso cui ricevere le immagini delle varie attività oggetto delle scommesse (gare ippiche, eventi sportivi in genere, ecc.). Ma il regolamento del condominio di via Altaguardia – sempre lui! – prescrive che sul tetto ci possa stare solo una antenna comune, che serva tutti i condomini. Una dimostrazione in più che attività come quelle della Snai non siano ricomprese tra quelle ammesse dal regolamento.

E allora che cosa fanno i futuri gestori della sala? Per prima cosa cercano di piazzare l'antenna nel cortile del palazzo, con la parabola puntata minacciosamente sugli appartamenti dei condomini del secondo piano. Un tentativo ovviamente vano: non è difficile immaginare che in quel contesto sia praticamente impossibile riuscire a "pescare" le onde necessarie a trasmettere le trasmissioni sui monitor della sala.

Fallito il primo tentativo, decidono dunque di forzare la mano, mandando un operaio sul tetto, senza chiedere alcun permesso all'amministrazione del palazzo. L'operaio ci va, sul tetto, e piazza pure la parabola, dove vuole lui e senza che nessuno sia stato avvisato. Ma qualcuno scopre il blitz e fotografa la scena.

Alcuni giorni dopo la parabola viene disabilitata cosicché i gestori della sala devono adottare una diversa soluzione, quella della parabola posizionata sulla vetrina (a proposito, vogliamo parlare del "decoro" di queste vetrine?) della sala scommesse. Naturalmente, anche in questo caso, senza nulla chiedere all'amministrazione del condominio.

Il risultato è qualcosa che è difficile vedere altrove, nella capitale economica di una nazione evoluta come pare sia la nostra: una parabola ad altezza quasi d'uomo, sotto finestre e balconi di appartamenti, sulla facciata di un palazzo di fine '800. Facile pensare che anche questa soluzione non potrà durare a lungo...

Per concludere, la domanda d'obbligo

E allora, per restare in argomento, la domanda d'obbligo finale è questa: scommettiamo che i milanesi della zona – non solo quelli del condominio di via Altaguardia, ma tutti quelli del quartiere – riusciranno a fare chiudere la sala scommesse di via Giulio Romano?

Fate il vostro gioco, signori, le puntate (ovviamente solo immaginarie, almeno in questo caso) sono aperte.

Aggiornamento
gennaio 2014

Ebbene sì, la scommessa l'abbiamo vinta noi cittadini, questa volta. Nessuna vincita di soldi, sia chiaro (del resto non era quello che cercavamo). Abbiamo vinto perché nei giorni scorsi, dopo nemmeno 10 mesi dall'apertura, nella sala scommesse di via Giulio Romano sono stati smantellati mobili, monitor, postazioni, macchinette bar e tutto quello che era contenuto in quei locali.

La sala scommesse era già chiusa da un paio di mesi, a dire il vero, ma nessuno si sentiva di sbilanciarsi sul suo futuro, men che meno di gioire per una situazione che poteva cambiare repentinamente. E invece ora lo si può fare, la chiusura appare davvero irreversibile e un intero quartiere, a poche centinaia di metri da Porta Romana, può finalmente ritenersi soddisfatto.

Non è dato sapere, al momento, il perché di questa decisione della Snai. La sala è stata chiusa per mancanza di clienti? perché messa alle strette da qualche ordinanza, comunale o di chissà chi? perché è iniziato un lento tramonto del successo di questi luoghi "mangiasoldi"?

Nel nostro piccolo, lasciateci pensare che anche Milanau in questa vicenda abbia il suo merito. In fondo questa "vittoria" la sentiamo anche un po' nostra. Tanto che quando l'articolo di Vita.it che racconta della chiusura della Sala scommesse di via Giulio Romano (e del fatto che questa sia stata la protagonista di un racconto/romanzo di Aldo Nove intitolato "Bingo Italia") parla di "crociata durata mesi messa in campo dall’interno quartiere" ci sembra quasi che voglia sottolineare anche quanto fatto e detto nel nostro blog (tesi che sarebbe del resto confermata dal fatto che la foto messa a corredo dell'articolo è proprio presa da questo nostro post...).

Aggiornamento settembre 2014

E' proprio vero, per dirla con le frasi fatte, che "non bisogna cantare vittoria troppo presto" e che "chi si loda s'imbroda". Nessun merito, nessuna felicità, nessuna "scommessa" vinta: la sala scommesse ha infatti tranquillamente riaperto, ha solo cambiato gestore. Da blu, le insegne sono diventate verdi, ma la sostanza non cambia.

Una sconfitta, per il quartiere, per la città, per lo Stato (che vive grazie anche agli scommettitori), ma soprattutto per tutti coloro che si rovineranno la vita giocandosi, proprio in questo locale, i pochi soldi del borsellino su uno stupido risultato di calcio.

Non c'è niente da fare, sono più forti loro.

Aggiornamento giugno 2015

Sì, loro sono di sicuro più forti, ma intanto la sala scommesse di via Giulio Romano ha chiuso un'altra volta!

Non ce la fa proprio a decollare, questa sala scommesse. Quali saranno i motivi? La posizione, forse. O forse una maggiore consapevolezza delle persone, che cominciano a rendersi conto di quanto sia importante stare alla larga da certi ambienti? O forse ancora, più semplicemente, il fatto che i soldi nelle tasche sono finiti del tutto, non ce ne sono nemmeno più per giocare e scommettere?

Ciò che importa, in definitiva, è che la sala scommesse di via Giulio Romano sia chiusa di nuovo, ormai da un paio di mesi. Ma questa volta lo diciamo sottovoce, non vorremmo dover aggiungere un altro aggiornamento, qui sotto...

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giovedì 28 marzo 2013

L'inaccettabile "spaccata" delle banche in corso di Porta Romana


Io trovo che sia una cosa allucinante. Trovo che sia allucinante che ci sia qualcuno che – in nome di una qualsiasi idea, non mi importa quale –, decida di mettere una zona della città a ferro e fuoco, prendendo a mazzate le vetrate di tutte le banche che trova sul suo cammino.

La trovo una cosa insopportabile, perché non sopporto la violenza. E mi sembra ancor più assurdo che qualcuno si riunisca e decida di protestare contro un atto di violenza subito, spargendone altra in grande quantità in mezzo alla città, là dove la gente di solito combatte ogni giorno nel tentativo di vivere serenamente la propria vita (e non sempre ci riesce).

Sabato 16 marzo corso di Porta Romana è stato trasformato in un vero e proprio campo di battaglia. A farne le spese sono state le filiali delle tante banche che si affacciano sul corso, in prima battuta, e i milanesi in generale, in seconda. Perché quei quattro delinquenti violenti ma ingenui che hanno assalito le banche credendo, così facendo, di minarne la "solidità" – ma quando mai? Quelle filiali godranno sicuramente di rimborsi cospicui dovuti ai contratti di assicurazione saggiamente stipulati mettendo in cima alle voci quella degli atti vandalici – non hanno fatto altro che arrecare ferite alla nostra Milano, che forse – e questo fatichiamo ancor più a capirlo – è anche la loro città.

Non c'è nessun valido motivo che possa giustificare un comportamento simile. E non c'è nessun motivo che possa spiegare il silenzio sotto cui quel pomeriggio assurdo e violento è stato celato. I principali giornali nazionali, il giorno dopo, hanno pubblicato la notizia senza dare particolare peso alla cosa. Il lunedì, sulle loro versioni online la notizia era già al di sotto della decima posizione, e parliamo della pagina di Milano, non di quella nazionale. Insomma, a nessuno sembra essere interessato che una delle vie principali della città, tra le più vive e frequentate, sia stata deturpata con una tal violenza.

Perché se i giornali non ne hanno quasi parlato, i politici hanno fatto altrettanto. Ci spiace che il sindaco Pisapia e la sua giunta non abbiano preso le distanze e condannato i fatti. Ci sorprende che nessuno o quasi dell'opposizione cittadina abbia denunciato una situazione tanto inaccettabile. Forse tutti erano e sono concentrati su altri problemi, o forse in molti pensano che un po', sì, le banche in fondo questo se lo meritano... Probabilmente questo è il pensiero anche di molti cittadini, che sembrano passare davanti alle vetrine infrante senza battere ciglio.

Noi no, il ciglio se permettete lo battiamo, perché non vogliamo arrenderci al fatto che bisogna accettare in silenzio comportamenti di questo tipo. Nella città in cui vogliamo vivere queste cose non succedono. E se proprio succedono, nella città in cui vogliamo vivere, i cittadini si ribellano e cercano di far prevalere la civiltà sul vandalismo.

Non pensiamo che questo sia un discorso di destra o un discorso di sinistra. Francamente in questa circostanza della politica ce ne infischiamo. Noi vogliamo, pretendiamo solo di vivere in una città civile, dove cose come queste le si vedono solo alla televisione. Anzi, nemmeno lì, perché la stupidità della violenza la odiamo anche quando è lontana da noi.

E quindi la televisione, in questi casi, la spegniamo.




Leggi anche «Studenti, per favore, cambiate filiale», l'appello della sciùra Maria, costretta a ripulire la "sua" filiale a ogni passaggio di corteo.



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mercoledì 27 febbraio 2013

Parco Ravizza, ma che bel castello...


Milano ha un nuovo castello. O, meglio, parco Ravizza ha un nuovo castello. Cioè, ha una nuova struttura in cui i bambini della zona possano giocare, all'interno del loro "recinto". Erano anni che le famiglie della zona chiedevano qualcosa in più, per quell'area riservata ai bimbi, di un semplice scivolo e di quattro striminzite  altalene.

Famiglie che avevano inoltrato richieste su richieste alle amministrazioni precedenti a quella attuale, quelle che avevano peraltro dato una nuova vita a un parco famoso, nei decenni passati, per essere un punto in cui, come racconta Franco Battiato nella sua canzone "Quand'ero giovane" (vedi sotto) si vendeva sesso "e spesso diverso". Il parco è stato restituito alle famiglie, dunque, ma qualche perplessità l'ha fin da subito sollevata la suddivisione dello spazio a disposizione. Troppe zone per cani, si dice da sempre, e poco, troppo poco per i bambini. L'esempio che si fa sempre, in questi casi, è parco Solari che con i suoi grandi spazi con giochi è diventato punto di riferimento per i bambini, le mamme e i papà di buona parte di Milano.

La risposta, però, era sempre la stessa: parco Solari è un giardino cittadino, parco Ravizza è un vero e proprio parco e non può avere una destinazione simile al primo. Una risposta difficile da comprendere, una distinzione che in pochi hanno sempre considerato rilevante. La realtà era quell'area spoglia riservata ai bambini, con parti fangose e poco curate. Il resto poco contava.

Per questo quel nuovo castello, e le nuove altalene che sono state piazzate nelle sue vicinanze, sono state accolte da tutti come un bel segnale: finalmente è stato colta, pur con un minimo sforzo, un'esigenza che la cittadinanza aveva espresso ormai da anni. Ed è fantastico se questo sarà un primo passo verso una più giusta distribuzione degli spazi del parco, che a molti appare, come detto, indispensabile.

A questo proposito, il Comitato x Milano Zona 5 ha in testa molte idee e le ha anche esposte in un cartello già dalla scorsa estate. Sono molte e variegate e vanno dal campo di bocce autogestito al campo di basket/pallavolo, da una pista ciclabile a uno spazio coperto con tavolini fissi dove grandi e piccoli possano giocare a carte, dama, scacchi.

Molte richieste per un parco che dopo decenni bui, come detto (anni in cui veniva considerato pericoloso e infrequentabile) è ora diventato un punto di riferimento del relax cittadino, grazie anche all'Università Bocconi e ai suoi studenti, che qui si riversano numerosi nei momenti di tempo libero (ma molti di loro assicurano che l'erba del parco Ravizza sia ottima anche per sdraiarcisi e studiare).

 

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