mercoledì 19 ottobre 2016

Quest'anno c'è stata una grande morìa di ombrelli


Quando piove nella nostra città è tutto un fiorire di ombrelli rotti. Se ne trovano un po' dappertutto: nei cestini della spazzatura, sui marciapiedi, anche negli androni di alcuni palazzi.

Gli ombrelli sono diventati ormai oggetti usa e getta, come i fazzoletti. I venditori ambulanti li vendono a 5 euro e se si è abbastanza abili e risoluti si riesce a strapparli anche a meno.

E siccome nessuno ti regala niente – perché dovrebbero cominciare a farlo gli ambulanti? – è facile concludere che il prezzo fissato è del tutto proporzionato alla qualità dell'ombrello acquistato.

Il meccanismo dettato dallo spietato mercato attuale dell'ombrello è questo: sei in giro per la città e la pioggia ti sorprende. Non hai portato con te l'ombrello ma per fortuna all'uscita della metro c'è il solito extracomunitario che vende ombrelli.

Potresti chiederti come fa a essere lì, puntuale, con gli ombrelli, proprio quando piove, anzi, quando cadono le prime gocce. Quale sito di previsioni del tempo consulta? E poi: dove li tiene, quando è bel tempo, tutti quegli ombrelli? Dove sta, come vive, che cosa vende quando non piove?

Tutte domande cui è difficile dare una risposta e forse non ne vale nemmeno la pena.

Perché ciò che conta, alla fine, è il fatto che l'extracomunitario sia lì, all'uscita della metropolitana, con tutti i suoi ombrelli colorati. Te ne compri uno che si intona bene con il tuo vestito di oggi, lo apri, ti ripari e te ne vai soddisfatto.

Nel giro di due-tre giorni – dipende anche da quanto pioverà – lo stesso ombrello finirà abbandonato da qualche parte con le stecche rotte o il pomello staccato o il meccanismo di rientro del manico inceppato o la tela lacerata.


Non è più come una volta, che l'ombrello ti accompagnava per tutta la vita, o quasi. Me ne ricordo uno che avevo ereditato (addirittura) da mio nonno, nero, pieghevole, solido, capace di riparare anche dagli acquazzoni più violenti.

Me l'hanno rubato in posta, il tempo di ritirare un bollettino – neanche di pagarlo, solo di ritirare un bollettino in bianco –, pochi secondi e già non c'era più...

Mai furto fu più felice: sono sicuro che chi me l'ha sottratto lo usa ancora oggi.

Secoli e secoli trascorsi invano

Ma il problema, se vogliamo affrontarlo da un punto di vista più ampio e articolato, è un altro. Il fatto grave è che per quanto riguarda l'argomento ombrello, inteso come "oggetto o meccanismo in grado di riparare dalla pioggia", l'ingegno umano si è mostrato, nel corso dei secoli, alquanto pigro.

Basta guardare certe foto virate seppia di fine '800. Che cosa hanno in mano le damine di quell'epoca? Ombrelli che, materiale a parte, sono in tutto e per tutto uguali a quelli di oggi.

C'è un manico che funge da impugnatura, in genere ricurvo, un'asta, una serie di stecche flessibili e una copertura di tessuto, naturale o sintetico.

Una struttura che, a grandi linee, si tramanda fin dai tempi degli antichi romani, alcuni dicono addirittura fin dagli antichi egizi o forse anche prima.

Nel frattempo l'umanità ha fatto come sappiamo passi da gigante, è anche andata sulla luna, tra poco andrà su Marte. Ma l'ombrello è sempre lì, uguale a se stesso, con le sue stecche che ti entrano negli occhi se gli passi troppo vicino.

Il manico, l'asta, le stecche, il tessuto... Ma è possibile che nessuno abbia pensato a niente di meglio, in tutti questi secoli?

Le più moderne tecnologie, le nuove frontiere della scienza, l'elettronica, la cibernetica, le ricerche della NASA...

Possibile che tutto ciò non abbia prodotto qualcosa che ci liberi finalmente da uno strumento vecchio, obsoleto, fastidioso da portarsi appresso, che ti gocciola nelle scarpe quando sei sul tram schiacciato tra mille persone e che si deforma perdendo la sua capacità riparatrice in presenza del più flebile refolo di vento?


L'appello agli inventori di tutto il mondo

Un interrogativo che ci spinge a dotare questo post di un appello finale indirizzato agli inventori di tutto il mondo:

Cari inventori di tutto il mondo, 
forza, impegnatevi, non vorrete davvero farci arrivare agli anni tremila ancora con gli ombrelli in mano. Ci sarà un sistema più pratico e meno obsoleto per ripararci dalla pioggia, no?

Sappiamo che ce la potete fare a individuarlo, su, non deludeteci.

L'umanità intera ve ne sarebbe davvero grata, per l'eternità.


Carrellata di ombrelli abbandonati









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martedì 27 settembre 2016

Proposta di "Zona 30" per le vie Agnesi, San Rocco, Altaguardia e Vannucci


Vorremmo proporre una nuova zona cittadina in cui instituire il limite di 30 chilometri all'ora per i mezzi a motore.

Potremmo chiamarle le "quattro vie". Sono quelle che in zona Porta Romana attraversano un piccolo quartiere caratterizzato per lo più da case d'epoca – di fine '800, inizio '900 – e locali con una forte personalità.

Tra cui: un antiquario, una bottega dove si fanno le bambole a mano come una volta, un paio di falegnamerie, una casa editrice indipendente, un paio di spazi d'arte espositivi, un laboratorio di pittura, un altro in cui si fanno i marron glacés e un altro ancora dove si costruiscono pianoforti, trattorie tipiche, vinerie, locali alla moda e ristoranti tra i più frequentati di Milano.

È il quartiere delimitato da Viale Sabotino, via Crema, via Giulio Romano e via Ripamonti, (nella mappa evidenziate in rosso), che al suo interno comprende quattro vie che si intersecano, tra loro, in modo quasi perpendicolare.

Le quattro vie sono, per essere precisi:

via Agnesi


Via Agnesi – Accesso da viale Sabotino

Via Agnesi – Accesso da via Giulio Romano

 

 

via San Rocco

 
Via San Rocco – Accesso da via Crema


via Altaguardia


Via Altaguardia – Sbocco di viale Sabotino

Via Altaguardia – Sbocco di via Giulio Romano


via Vannucci


Via Vannucci – Sbocco di via Ripamonti

Un quartiere/quadrilatero che è una specie di fortino 

È come se fosse una specie di fortino – del resto il nome Altaguardia pare derivi proprio dal nome di una fortificazione sopraelevata costruita ai tempi del Barbarossa – che ha solo tre punti d'accesso, le due estremità di via Agnesi – una su viale Sabotino e una su via Giulio Romano – e quella di via San Rocco, là dove si incrocia con la bella via Crema.

Un quartiere che fino a pochi mesi fa era tutto stretto attorno alla struttura che meglio di tutte lo caratterizzava: la fabbrica di mattoncini rossi che aveva l'importante funzione di ricordare – da testimone elegante, silenziosa e discreta qual era – le origini popolari e operaie dell'intero quartiere.

Fabbrichetta che, nonostante i disperati tentativi dei residenti, che hanno cercato in tutti i modi di salvarla, è stata demolita tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014.




...il condominio costruito al suo posto
Oggi al posto di quella struttura di inizio '900 sta per essere ultimato  un nuovo e inutile condominio che nulla ha a che spartire con l'equilibrio antico del crocicchio che, suo malgrado, si trova a ospitarlo.

Gli abitanti del quartiere lo trovano molto brutto, su questo punto sembrano essere tutti d'accordo, ma può darsi che siano prevenuti..., la gente qui era molto affezionata alla fabbrichetta rossa che c'era prima e la sua demolizione è stato un boccone amaro, davvero molto difficile da digerire.


Perché adottare il limite di 30 km/h

Ma torniamo al punto d'inizio. Il quartiere attraversato da queste quattro vie, dicevamo, si presterebbe molto bene a essere fornito di un divieto di velocità superiore ai 30 km all'ora, per vari motivi.

Parcheggio selvaggio in via Vannucci
Perché le carreggiate non sono molto larghe, sono tutte a senso unico e lo spazio riservato alla percorrenza dei mezzi è davvero ristretto, anche a causa dei parcheggi. In alcuni casi, come quello di via Vannucci e di un tratto di via Altaguardia, gli spazi riservati al parcheggio delle auto sono addirittura sia sul lato destro sia su quello sinistro.

Senza contare che spesso – soprattutto, ma non solo, di sera e il sabato –, gli avventori dei locali pubblici parcheggiano un po' ovunque rendendo ancor più difficoltosi gli spostamenti all'interno del quadrilatero.

La "stretta" di via Altaguardia
Un tratto di via Altaguardia è inoltre senza marciapiede e anche dove questo c'è, spesso, soprattutto la mattina, i pedoni sono costretti a camminare sulla carreggiata perché il passaggio è intralciato dai bidoni della spazzatura non ancora ritirati dopo il passaggio degli addetti alla nettezza urbana. Con auto e moto che passano a velocità sostenuta spesso si crea una situazione di pericolo.

Vicino, in via Giulio Romano ci sono due scuole, un'elementare e un istituto tecnico. Poi, sempre in Giulio Romano c'è la chiesa di Sant'Andrea con l'oratorio e non lontano c'è parco Ravizza e, non dimentichiamolo, l'Università Bocconi. Al venerdì buona parte della zona è occupata dal mercato rionale.

Via Vannucci con il doppio parcheggio
Situazioni che prevedono il passaggio di molti pedoni o ciclisti di tutte le età, dai più piccoli ai più anziani. I marciapiedi sono stretti, a volte difficili da percorrere perché ci sono moto o biciclette parcheggiate.

Sarebbe bello se potessero essere allargati, magari anche sacrificando qualche parcheggio (questo non subito, magari quando il car sharing sarà sempre più utilizzato ed efficiente e le macchine in circolazione, finalmente, saranno di meno).


Lo slargo di via Altaguardia
Qualcuno, nel quartiere, è andato anche oltre, ipotizzando la posa di porfido – quello rialzato, che induce le auto e le moto a procedere a passo d'uomo – e la creazione di alcune aiuole nello slargo di via Altaguardia, proprio quello su cui si affaccia il nuovo (brutto) palazzo.

Non è una cattiva idea, anzi: renderebbe questo angolo di Milano ancor più vivibile e servirebbe se non altro a rasserenare in parte i residenti della zona che si trovano a passare davanti al nuovo (indesiderato) arrivato.




lunedì 29 agosto 2016

Tessera del Club Alpino Italiano, i miei primi 50 bollini

Guardo la mia tessera del CAI, con i suoi bellissimi 50 bollini annuali, e penso soprattutto a due persone.

La prima è mio padre Giuseppe. È stato lui, nel 1967 a iscrivermi per la prima volta al Club Alpino Italiano. Ai tempi avevo solo 3 anni e il CAI non sapevo nemmeno che cosa fosse.

Mio padre, Giuseppe

Mio padre amava la montagna, aveva anche praticato molte delle cime più famose delle nostre Alpi. In particolare quelle della Valtellina, terra che amava al punto da decidere di lasciare la città, lui milanese, per andarci a vivere.

Non so quale sia stata l'accoglienza riservata  dalla "chiusa" gente di montagna a questo cittadino venuto lì a mettere su famiglia, all'inizio degli anni '60. So soltanto che quando se n'è andato, nei primi anni '90, pochi si ricordavano che lui era un migrante, uno dei pochi migranti al contrario, visto che di solito il percorso che viene effettuato è quello inverso (parola di un valtellinese che vive a Milano ormai da lungo tempo)

Fino al 1993 il mio bollino della tessera del CAI l'ho comprato insieme a lui, mio padre, e io forse fino a quel momento non ho mostrato nemmeno tanto interesse alla faccenda. Solo dopo la sua scomparsa mi sono reso conto dell'amore e del rispetto per la montagna che quest'uomo ha saputo trasmettermi, in silenzio, più con le azioni che con le parole, proprio come fanno le vere persone di montagna.

Tanto che pur non essendo mai diventato un "praticante" della montagna in senso sportivo, l'amore per l'ambiente montanaro, i suoi panorami, i suoi silenzi, la sua maestosità, i suoi borghi e paesi e le sue genti sono tutti aspetti che costituiscono una parte essenziale di me, che mi porto dentro ovunque vada.

Emilietto Nani, il presidente

L'altra persona cui penso quando guardo la mia tessera CAI cinquantenaria è Emilietto Nani.

Me lo ricordo come fosse oggi, il mitico presidente del CAI Valtellinese – Sezione di Tirano di quando ero ragazzo.

Le parti scritte della mia tessera sono opera sua, le compilò negli anni '70 quando decise che era ora di inserire una foto e le mie generalità (che bello leggere oggi: "Professione: studente")

Andavamo nella sua bottega, quelle botteghe di sellaio che c'erano una volta e lui, da chi sa dove, prendeva i bollini annuali della tessera CAI o le tessere per sciare e con le sue mani anziane ma ferme te le dava non prima di avere tenuto la sua lezione sull'importanza delle gite, della neve, dello sci... insomma, di tutte quelle cose di cui non si può fare a meno quando si vive in montagna.

Ogni volta all'inizio un po' metteva soggezione, l'Emilietto, ma dopo pochi minuti il suo atteggiamento che poteva apparire inizialmente burbero si trasformava e tutto filava liscio.

Ogni volta l'Emilietto, che doveva avere almeno 70 anni e una forza d'animo sorpredente, mi rimproverava: "Perché non vieni mai in montagna con il CAI?" per poi rispondersi da solo: "Ah, già, tu giochi a palla cavagn", che era il suo modo simpatico per definire la pallacanestro. E poi mi strizzava l'occhio e scoppiava in una sonora risata.

Più avanti, negli anni, ho letto delle sue gesta tra monti e valli e ho trovato anche sue vecchie foto in montagna, lui già alpinista esperto in compagnia di tanti giovani tra i quali anche mia madre.

Non è mai riuscito a convincermi ad andare in montagna, preferivo in effetti la pallacanestro, ma la sua lezione di uomo di montagna è arrivata anche a me, tanto che oggi che vivo in città a volte mi piace pensare a quest'uomo tutto d'un pezzo, che amava e rispettava la montagna per quello che era e non la viveva come una sfida o, peggio ancora, una medaglia da mettere sul proprio petto.


50 bollini, il mio silenzioso amore per la montagna

Ecco, grazie alla lezione di questi due uomini – Giuseppe, cittadino trapiantato in montagna, ed Emilietto, montanaro tutto d'un pezzo – la mia tessera CAI con 50 bollini non la vivo per niente come una medaglia da appuntare sul petto, ma solo come un segno tangibile del silenzioso e discreto rispetto che provo per le montagne, tra cui sono nato e che ho sempre guardato e contemplato dal basso (al limite da metà...), senza avvertire necessariamente il bisogno di conquistarle.




giovedì 21 luglio 2016

Amici cinesi, questo è il Milan! #orgogliomilan



Cari tifosi del Milan, è un momento difficile.

Chi ha comprato la nostra società? Un fondo, probabilmente. È dura non poter guardare negli occhi il nuovo proprietario della nostra società, per capire se ha intenzioni serie o meno.

Un fondo non ha espressione. E probabilmente nemmeno sa che cosa sia il Milan e quanto sia importante per i suoi tifosi  – questo è ovvio – ma anche per tutti gli sportivi di tutto il mondo appassionati di calcio.

Glielo spieghiamo noi? Inviateci le scansioni (all'indirizzo email indicato nel mio profilo) delle foto autografate dei campioni del Milan in vostro possesso. Campioni di oggi ma anche e soprattutto del passato.

Forse, scorrendo questa semplice pagina, qualcuno si potrà rendere conto di quello che siamo.


Gianni Rivera

Gianni Rivera, 1978

Comincio io, con le mie due foto.

La prima è ovviamente quella di Gianni Rivera, probabilmente il simbolo più grande della storia della nostra società.

Me l'ha procurata mio nonno, che andava dallo stesso parucchiere del padre del capitano (ne parlo anche qui).

Era il 1978, credo, alla vigilia dell'ultima stagione di gioco di Rivera, quella dello scudetto della Stella.



Aldo Maldera, 1979

La seconda foto ha la dedica di Aldo Maldera, il terzino sinistro fluidificante che amava fare gol, scomparso nel 2012 all'età di 59 anni. Anche questa si riferisce al campionato 1978-79, quello del decimo scudetto.

Me l'ha procurata un caro amico di mio padre, il signor Gino, interista sfegatato che era amico di uno dei fratelli di Maldera.

Da sinistra in piedi: Albertosi, Bet, Rivera, Bigon, Chiodi e De Vecchi. Accosciati: Maldera, Novellino, Buriani, Baresi e Morini.

martedì 5 luglio 2016

Che gran Paese è l'Italia, dove c'è sempre una soluzione per tutto


Che Paese fantastico è l'Italia. Un Paese dove c'è sempre una soluzione per tutto.

La prova di quello che dico? In questa storia che mi è capitata qualche giorno fa.


 

Che bello, ho venduto un libro!

Qualche giorno fa è successo qualcosa di interessante, per me: mi ha contattato via email un venditore online di libri. «Ci è stato richiesto un suo libro, dovrebbe per favore spedircelo, con modalità piego-libri».

“Fantastico!", il mio primo pensiero dopo aver letto l'email. «Piego-libri? E che cos'è», il secondo.

Vado dal cartolaio, chiedo una busta per spedire un libro in modalità piego-libri. Lì sono molto dubbiosi, ne sentono parlare per la prima volta, mi danno una busta di quelle gialle con dentro le bolle d'aria. Torno a casa, ci metto il libro, scrivo l'indirizzo del venditore online e vado all'ufficio postale più vicino a casa.

«Vorrei spedire questo libro...».

«Così le costa 5 euro e rotti. Ma se la spedisce in piego-libri le costa poco più di un euro», risponde la donna seduta al di là del bancone.

«Sì, piego libri... pensavo fosse questa busta... dove la posso trovare, la busta giusta?».

«In cartoleria», ribatte inflessibile la voce al di là del vetro anti-rapina mentre schiaccia il bottone che visualizza un nuovo numero sul display.


L'affannosa ricerca della busta per "piego-libri"

Torno in cartoleria, la giovane proprietaria cade anche questa volta dalle nuvole. «Mi spiace», dice. Vado in un altro negozio del settore, dove la proprietaria è più su di età, immagino sappia di che cosa parlo. Niente, nemmeno lei sa che cosa sia una busta per piego-libri. Mi dice che probabilmente la vendono in Posta, di chiedere lì.

Passano i giorni, intanto. Il venditore online mi scrive un'email: «Non abbiamo ancora ricevuto il libro, ci contatti se dovesse avere problemi».

Li chiamo. «La busta per piego-libri – mi spiegano – è quella che permette di sollevare un lembo e vedere che cosa c'è dentro». «Dove la trovo?». «In cartoleria». Sono dunque al punto di prima.

Ormai sono rassegnato. Spedirò il libro spendendo 5 euro e rotti. Vabbè, non è un dramma, ma quello che mi secca è il principio...

Prima di cedere, decido di fare un ultimo tentativo. Racconto la storia al mio amico Carlo che frequenta spesso le Poste per spedizioni di vario genere.

«Per me non è un problema – mi dice –. Vado sempre nello stesso ufficio postale, qui sotto, ormai mi conoscono. Ho spedito parecchi libri, anche in piego libri. Se vuoi portamelo qui,  te lo spedisco io».


La soluzione era lì, a portata di mano...

«Grazie, Carlo, ma non è questo il punto. Vorrei capire che cosa significa spedire con modalità piego-libri...».

«Guarda, vuoi che ti dica come faccio io? – mi risponde dal video di Skype –: prendo una busta qualsiasi, ci metto il libro e, vicino all'indirizzo, ci scrivo sopra "piego-libri". Do il pacchetto al tipo della Posta e questo non dice niente. Pago il mio euro e rotti e la cosa finisce lì...».

Vuoi dire che...

Saluto l'amico, prendo la mia busta e una penna. Scrivo "piego-libri" in un angolo e mi precipito nell'altro ufficio postale non lontano da casa. Faccio la fila, quando è il mio turno porgo con sicurezza il pacco. L'uomo al di là del bancone mi chiede:

«Piego libri? Ordinario o raccomandata?».

«Ordinario", dico senza tentennamenti.

Pago il mio euro e 40 centesimi, saluto e me ne vado.

E mentre cammino verso casa penso: «Che gran Paese che è l'Italia, dove c'è davvero sempre una soluzione per tutto...».



 

mercoledì 1 giugno 2016

Un doppio grazie a Pisapia, sindaco gentile, discreto, concreto. E onesto.


La campagna elettorale che porterà al nuovo sindaco di Milano è ormai giunta alla fine, tra pochi giorni si voterà. Bene, era ora. Ma la sensazione è che un sindaco buono per la città come lo è stato Giuliano Pisapia non potrà uscire da queste elezioni.

Giuseppe Sala e Stefano Parisi – i due candidati più accreditati tra coloro che vorrebbero sedersi sulla poltrona di Palazzo Marino – sono persone competenti, certo, sono manager di successo e hanno anche rivestito ruoli organizzativi nell'ambito del Comune di Milano, tutti e due tra l'altro al servizio (con la qualifica di "City manager") di sindaci di centrodestra: Parisi con Albertini e Sala con la Moratti.

Sala ha inoltre vissuto l'esperienza Expo Milano 2015 da protagonista e ha raccolto molti consensi, Parisi si è buttato con successo nel mondo dei video e film on demand dopo avere frequentato i piani alti di Fastweb e di Confindustria.

Insomma, due che sanno come si fa, verrebbe da dire. Ben altra cosa rispetto a Pisapia, che di lavoro ha sempre fatto l'avvocato.

La lunga "gavetta" di Pisapia

E invece Pisapia – che come Sala è nato a Milano (Parisi è invece nato a Roma) – ha dalla sua il fatto di avere lavorato a lungo, e in maniera disinteressata, per la città.

Il suo impegno di amministratore conta lunghi anni di militanza in consiglio comunale, una lunga "gavetta" che l'ha portato a conoscere a meraviglia i meccanismi amministrativi propri di una grande e complessa metropoli quale è la nostra.

Il suo è stato l'impegno di una persona che ama la città in cui è nato e vive e vuole mettere a disposizione tempo, competenza e voglia di fare. Una scelta non certo economica e di interesse, sappiamo tutti quanto guadagnano i consiglieri comunali.

Anche Sala e Parisi hanno lavorato per Milano, certo, ma l'hanno fatto da consulenti, da manager, profumatamente pagati dai loro sindaci di riferimento, con loro non si può certo parlare di dedizione spontanea e disinteressata alla città.

Sala e Parisi, specchio dei sindaci per cui hanno lavorato

Sala e Parisi sono lo specchio, in fondo, dei due sindaci che li hanno voluti come city manager.

Gabriele Albertini e, soprattutto, Letizia Moratti hanno ristretto la loro attività pro-Milano alla loro carica di sindaco. Tutti e due sono stati messi lì dai loro partiti di riferimento e sono stati eletti per le loro supposte capacità gestionali. E tutti e due, esaurita la loro funzione di primo cittadino, hanno mostrato quale interesse avessero per la città: praticamente nullo.

La Moratti, addirittura, dopo avere perso il ballottaggio con Pisapia si è presentata in Comune forse due-tre volte, prima di abbandonare del tutto il suo importante ruolo di capogruppo dell'opposizione. In fondo, che cosa gliene importava del bene di Milano, ora che non era più sindaco?

Albertini, invece, compare solo quando ci sono elezioni, viene esposto dai suoi sodali come una bandiera per attirare qualche voto in più, per poi tornarsene ai propri affari poche ore dopo l'apertura delle urne.

Chi lavora per la città e chi per se stesso

Questo è un comportamento simile, del resto, a quello dei numeri uno dei partiti di centrodestra che sono alle spalle di Parisi.

Berlusconi alle elezioni amministrative milanesi è da sempre il capolista della lista di Forza Italia, viene regolarmente eletto ma non partecipa mai alle sedute del Consiglio Comunale. Salvini per anni è stato consigliere comunale, sarebbe interessante scoprire quante presenze ha conteggiato... molte meno, su questo possiamo essere sicuri, di quelle registrate nei vari talk show politici televisivi!

Pisapia in questi quattro anni ha lavorato sodo. Alcune cose sono venute bene, altre meno bene, ci mancherebbe. Ma l'approccio ai problemi, alle questioni, è sempre stato molto serio, mai pensato solo per conquistare le prime pagine dei giornali.

Anche i suoi collaboratori hanno saputo lavorare in silenzio, senza copertine né proclami. Dopo un primo periodo in cui Maran e la Bisconti erano sulla bocca di tutti, ormai da mesi, forse da anni, non li si vede, se non raramente, autoincensarsi nelle trasmissioni televisive locali e nazionali. Hanno lavorato, in silenzio e con efficacia.

Milano oggi è più bella di quattro anni fa

Milano oggi è molto più bella e molto più vivibile – sotto tutti i punti di vista – di quanto lo era quattro anni fa. Sarà anche merito di Expo, certo.

(Ah, già che ci siamo: Expo è stato ottenuto quando il sindaco era la Moratti, vero, ma anche quando capo del governo era Romano Prodi e ministro degli esteri, se non sbagliamo, era Massimo D'Alema. Ai tempi si disse che era una vittoria di tutti, che ognuno ci aveva messo del suo. Questo tanto per rispondere a quelli che dicono che i meriti di Expo Pisapia se gli è presi grazie alla Moratti...).

Un'altra cosa che si dice è che la giunta di Pisapia non ha fatto altro che portare a termine lavori progettati ai tempi dei due sindaci del centrodestra. Non stupisce, se si parla di grandi opere come la metropolitana o il recupero di grandi aree industriali o ferroviarie dismesse.

Altri, negli anni che verranno, prenderanno i meriti su quanto è stato progettato in questi ultimi quattro anni, questo è normale. Ma se vogliamo essere precisi, non dobbiamo dimenticarci dello scellerato piano parcheggi del fu sindaco Albertini (con Parisi city manager!). I "buchi" (fisici ed economici) aperti in quegli anni se li è trovati tutti Pisapia, perché la Moratti li aveva lasciati lì, bloccando e deturpando (causa cantieri aperti) mezza città. Tutti ci ricordiamo come si era ridotta la Darsena, solo per fare un esempio, o la piazza su cui s'affaccia Sant'Ambrogio, nei quattro anni di gestione Moratti.

La Darsena oggi è tornata a essere uno dei cuori pulsanti della città e Sant'Amborgio, sempre per fare due semplici esempi, è tornato alla sua ben più che millenaria tranquillità.

Sicurezza: il piccone, il machete e gli sgombri

Altro argomento caldo: la sicurezza. Sembra che con Pisapia la delinquenza sia scoppiata e abbia avuto il sopravvento. Niente di più falso. Quando si vuole colpire questa giunta si citano sempre due casi esemplari: quello del pazzo assassino che ha colpito con il piccone i passanti, ammazzandone uno, e quello dei deficienti che hanno colpito con un machete un controllore del treno che aveva chiesto loro il biglietto.

Episodi gravissimi, certo. Ma due in quattro anni... Furti nelle abitazioni, di auto, di biciclette, rapine, aggressioni, ecc. sono  nella media di una grande città. I vigili di quartiere soppressi? Ma parliamo seriamente: chi li vedeva mai, prima? L'esercito tolto dalle strade? Ma era poi così risolutivo, ai tempi ad esempio del vice sceriffo De Corato? Ci siamo dimenticati quell'inizio di anno in cui ci furono 5 o 6 omicidi nei primi 5 o 6 giorni? Erano anni in cui Pisapia non governava...

Di rom, poi, quasi non si parla più. Non perché siano scomparsi: ci sono sempre stati e sempre ci saranno. È solo che non procurano più voti come prima, ci sono oggi argomenti che rendono di più, come gli immigrati o le famiglie arcobaleno... i professionisti dell'opportunismo hanno semplicemente cambiato obiettivi.

Anche i centri sociali sono quasi scomparsi dalle cronache. Ma non perché Pisapia sia loro amico e abbia soddisfatto le loro richieste. Andate a vedere quanti sgombri sono stati fatti in questi quattro anni oppure chiedete ai frequentatori di centri sociali che cosa pensano di Pisapia: vi accorgerete che questo è forse il sindaco in assoluto da loro più odiato. Strano? Non tanto: questa giunta ha sempre lavorato per far rispettare la legalità in città.

Niente bustarelle, corruzione, amicizie strane

L'aspetto che invece non viene quasi mai sottolineato è che nella capitale economica del Paese, nella città che più di ogni altra attira la delinquenza comune e soprattutto quella organizzata, in una delle aree industriali più competitive d'Europa, ecc. ecc.  rappresentanti politici del Comune di Milano non sono mai stati colpiti, in questi ultimi quattro anni, da alcuno scandalo giudiziario.

Niente bustarelle, niente appalti truccati, niente corruzione o strani intrecci tra  amministratori e personaggi di dubbia moralità. Basta mettere a fianco, l'uno all'altra, il Comune di Milano e la Regione Lombardia per rendersi conto di come sia andata bene con l'amministrazione comunale gestita da Pisapia.


Pisapia, un doppio ringraziamento

Insomma, Pisapia è stato un sindaco gentile, discreto e concreto, che ha parlato solo quando era necessario e che dopo avere servito la città, la sua città, ha deciso di lasciare la poltrona, come pochi riescono a fare, dalle nostre parti.

Per questo, anche se un po' ci fa arrabbiare perché saremmo stati contenti di condividere con lui un suo secondo mandato, ci sentiamo di doverlo ringraziare non una, ma due volte.

venerdì 6 maggio 2016

Proposte "intelligenti" (tipo Simona Tagli) per una viabilità migliore



Finalmente, dopo tanto parlare a vanvera, un'idea veramente costruttiva per la nostra città di Milano.

Dopo anni di perdurante prepotenza dei ciclisti, che con la loro bicicletta la fanno da padrone sulle strade cittadine, ecco che una coraggiosa candidata nelle liste del centrodestra – l'ex soubrette televisiva Simona Tagli, che si presenta nella lista di Fratelli d'Italia – ha annunciato il suo ambizioso programma per migliorare la città: eliminare le piste ciclabili, che sono troppe e ostacolano il traffico, ed eliminare le aree pedonali come quella di piazza Castello, che creano imbuti e impediscono la normale circolazione delle automobili in città.

Idee illuminanti, viene da chiedersi perché nessuno ci abbia pensato prima.

A questo proposito avremmo alcuni suggerimenti da dare alla candidata del centrodestra milanese amante delle automobili, semplici ma efficaci idee che potrebbero entrare tranquillamente nei programmi di tutte le liste che sostengono il candidato sindaco del centrodestra Arturo Parisi.


1. Dichiarare illegali le biciclette

Basta con queste "antiquate" due ruote che scorrazzano libere e impertinenti sulle vie cittadine. Bisogna emanare al più presto un bando in cui si ordini di rottamarle tutte entro sei mesi.

I resistenti, i clandestini delle due ruote devono essere arrestati ed esposti al ludibrio dei cittadini onesti, quelli che circolano con le auto e pagano fior di bolli e assicurazioni e parcheggi e hanno diritto di non essere bloccati ogni cento metri da persone fuori dal tempo, che non pagano nessuna tassa e non producono né rumore né inquinamento.

Insomma, che sono inutili e dannose per la collettività.



2. Eliminare i semafori

Non si capisce perché questi strumenti vecchi e obsoleti debbano sopravvivere in città moderne come Milano. Con il loro "rosso" bloccano in continuazione le auto, la circolazione ne risulta rallentata in modo drastico e inaccettabile.

La produzione cittadina viene in continuo frenata. Bisogna correre, correre, correre, produrre, produrre, produrre. Non certo stare con le mani in mano per interi minuti in attesa del verde!

I pedoni che vogliono andare dall'altra parte della strada si arrangino! Escano prima di casa, quando gli automobilisti sono ancora a letto a godere del meritato riposo, visto che sono gli unici che lavorano davvero, in città. Oppure aspettino la sera tardi, quando le auto sono nei parcheggi e nei garage.


3. Eliminare i parchi e costruire grandi parcheggi

Appunto, i parcheggi. A scavare sotto terra anche nelle zone storiche della città per costruire parcheggi ci ha già pensato qualcun altro, per fortuna. Ma non basta!

Le automobili devono essere libere di parcheggiare facilmente, senza dover fare giri e giri in cerca di uno spazio per la loro meritata sosta. Gli automobilisti hanno il diritto di fare in fretta, devono andare a lavorare!

E allora che senso ha tenere tutti questi parchi frequentati solo da fannulloni, drogati ed extracomunitari con il telefonino pagato da noi? Via tutti, alberi abbattuti e bella colata di cemento su cui tracciare le righe bianche, che ci piacciono tanto, dei parcheggi. Perché è così che si fa nelle città moderne e civili.


4. Eliminare i tram e relativi binari

Non se ne può davvero più di vedere questi "carrozzoni" vecchi e usurati che faticosamente si trascinano da una parte all'altra della città rallentando il traffico in modo insopportabile.

Ma siamo ancora fermi all'800? Possiamo disporre di auto veloci e confortevoli, con sedili riscaldati e aria condizionata, vivavoce, lettore mp3, ecc. ecc. e ancora ci costringono a muoverci su mezzi traballanti, scomodi, freddi d'inverno e caldi d'estate, con i finestrini bloccati, che dobbiamo oltretutto anche pagare per usarli?

E intanto le automobili, dietro, costrette ad andare a passo d'uomo, con perdita del PIL cittadino, perché chi è in coda non può produrre e a lavorare non sono certo quei perditempo che amano stare seduti su scomodi sedili in legno o aggrappati ad appendini di cuoio ideati a fine settecento.

Via anche le rotaie, che se freni a 100 all'ora quando piove rischi di finire nel baule di quello davanti, con perdita collettiva di tempo e denaro.


5. Eliminare gli stop

La parola "stop" deve essere bandita dal vocabolario milanese. È una parola che piace a chi non ha voglia di fare, alle zavorre della società.

Gli automobilisti di Milano, invece, vogliono vedere scritto sulla strada e sui cartelli le parole "non fermarti", perché questo è lo spirito che li contraddistingue, vere locomotive d'Italia.




6. Eliminare Area C e limiti di 30 all'ora

Questa ci vergogniamo fin di proporla, tanto è scontata. Queste geniali idee del sindaco Pisapia hanno comportato una perdita generale per la città difficilmente quantificabile. Naturalmente non per il sindaco, che ha fatto guadagnare soldi su soldi al Comune a scapito dei contribuenti.

E in cambio di cosa? Intasamenti, code ai valichi di entrata, rallentamenti inutili, nervosismo diffuso tra gli automobilisti, che invece dovrebbero poter restare calmi, per essere lucidi mentre lavorano, producono.

Qualcuno ha quantificato quanto costa ai contribuenti il nervosismo degli automobilisti?


6. Costruire una bella autostrada in città

In fondo non ci vuole molto: abbattendo qualche palazzo, un po' di inutili monumenti e naturalmente qualche migliaio di alberi ci si potrebbe procurare lo spazio per una bella autostrada cittadina, con cui attraversare il centro e andare da una parte all'altra in meno di cinque minuti.

Sai che gioia, poter dormire mezz'ora di più, entrare dal casello sotto casa e sfrecciare a 140 all'ora davanti al Duomo. Magari anche fermarsi a bere un veloce caffè nell'autogrill di Piazzale Loreto.

E sai che soddisfazione poter dire: «Uehi che figata! Questa mattina ho fatto "casello di Porta Romana - uscita di via Melchiorre Gioia" in 1' e 27'. E se non c'era il solito pirla che si incasina ogni volta con il telepass potevo metterci anche di meno!».


Siamo a disposizione per consulenze

Queste sono solo alcune banali e umili idee, chissà che la nostra candidata del centrodestra non ritenga di farle sue. Noi ci speriamo, siamo a sua disposizione per approfondimenti o consulenze, eventualmente ci contatti.


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