venerdì 8 novembre 2013

Il Corriere della Sera vende la sede,
un pezzo di storia che se ne va


Via Solferino, l'attuale sede del Corriere della Sera
C'è stato un momento della mia vita in cui credevo (che ingenuo!) che il fatto di avere sostenuto l'esame da giornalista mi desse di per sé il diritto di lavorare in un giornale, meglio ancora se quotidiano. Per questo, in un modo o nell'altro, ero riuscito ad avere colloqui con direttori e caporedattori dei principali fogli editi a Milano.

Ognuno di questi colloqui sarebbe degno di essere raccontato e forse un giorno lo farò. Ma questa volta mi voglio soffermare su quello che ho sostenuto al Corriere della Sera, all'interno della sede di via Solferino. Mi sembra il momento giusto per farlo, visto che nei giorni scorsi è stata ufficializzata la vendita dello storico palazzo da parte di RCS, società che ha bisogno di soldi per uscire da una situazione economica, diciamo così, non proprio brillante.

Difficile pensare al Corsera scindendolo dalla sua storica sede. Perché il fascino di questo giornale – forse un po' calato nei decenni a livello di lettori, ma sempre immutato nel mondo degli addetti ai lavori – deriva anche dalla sua storia, che fin dalla sua fondazione (ormai sono quasi 150 anni) si è fortemente intrecciata con quella del nostro Paese.

Il portone d'entrata del Corriere della Sera

Quel giorno in cui
ho varcato
il portone
di via Solferino

Me ne sono reso conto il giorno in cui ho varcato il portone di via Solferino per incontrare un gentile caporedattore, con cui ho chiacchierato a lungo e che si è anche prestato a farmi da cicerone, forse leggendo nei miei occhi l'emozione di trovarmi nel tempio del giornalismo italiano. Voglio subito precisare che per il Corriere non ho mai scritto nemmeno una riga, quell'incontro è rimasto un'esperienza unica, che non ha avuto alcun seguito. Ma questo non mi impedisce di sostenere che il giorno della visita al Corriere sia per me uno di quelli da ricordare con maggior piacere.

Sono entrato in via Solferino verso le 11 di mattina. La prima cosa che ho avvertito è stato il silenzio, la grande calma diffusa. E le tante scrivanie vuote. O, meglio, strapiene di fogli, giornali, appunti, riviste, ma senza nessuno seduto davanti al computer. «E' ancora presto» mi è stato fatto notare. Le 11 di mattina, appunto.

Il "mio" caporedattore aveva – e immagino abbia ancora oggi – la sua scrivania nella parte più antica del palazzo, quel cuore che pulsa da decenni, che ha visto transitare giornalisti, scrittori, poeti, personaggi che hanno fatto la storia culturale, letteraria e politica d'Italia. Forse sono stato simpatico al mio interlocutore, perché a un certo punto mi ha detto: «Vieni, facciamo un giro». Un viaggio in stanze e corridoi rivestiti di legno intarsiato, in un mondo da sogno, pieno di riferimenti al passato, testimoniati dai quadri e dai ritratti appesi alle pareti.

Dino Buzzati

La stanza
di Buzzati

«Questa è la stanza in cui lavorava Dino Buzzati».
Così, tanto per cominciare... Buzzati, non so se mi spiego.
«Lui fu uno dei pochi, forse l'unico, che non fu (anche solo momentaneamente) epurato dopo la caduta del fascismo. Nessuno osò processarlo per avere scritto ai tempi di Mussolini: lui viveva in un altro mondo, nel suo, quello che raccontava nei romanzi e negli articoli, che dipingeva sulle sue tele e che nulla aveva a che fare con le miserie umane». Non c'era bisogno di dirmelo, io amo da sempre Buzzati, se non ho letto tutto, di lui, poco ci manca.

«Qui c'è il corridoio che porta all'ufficio del Direttore (in quel momento era Paolo Mieli), mentre questa porticina era quella che veniva usata da D'Annunzio per scappare dai suoi creditori». Cioè? «La porticina conduce a un buio corridoio che porta all'esterno del palazzo. Così quando arrivava qualcuno che cercava il Vate con fare minaccioso – e pare che questo capitasse spesso – questi pensava bene di darsela a gambe scomparendo dietro quella porta...».

Eugenio Montale con Giovanni Spadolini

Montale e Montanelli
amici e "vicini di banco"

«Questa invece era la scrivania di Montale. Lui divideva la stanza con Montanelli». Montale, Montanelli... a me vengono i brividi. «Pensa che Montale prima di entrare al Corriere aveva parlato male di un libro di Montanelli. Quando fu assunto e gli comunicarono che avrebbe diviso la stanza con il "toscanaccio" aveva temuto per la sua reazione. Invece Montanelli non portò mai rancore e i due, pur diversissimi tra loro, lavorarono a lungo uno di fronte all'altro senza che vi fosse mai il minimo screzio».

Quando si parla di Montanelli tendo ad andare in confusione. La stanza con Montale era quella occupata prima di andarsene, prima di fondare il Giornale. Ma al suo ritorno dopo la rottura con Berlusconi dove stava? «Da quella parte, in una stanza vicina a quella del direttore. Del resto Mieli l'aveva detto espressamente: se Montanelli avesse voluto fare il direttore del Corriere lui si sarebbe fatto da parte subito, senza la minima esitazione...».

La Sala Albertini, con il famoso tavolo

La sala e il tavolo di Albertini

Così, mentre pensavo che lì dove stavo camminando io in quel momento, erano passati (spesso di corsa) cotanti personaggi, ecco che il mio "amico di una mattina" mi riserva l'ultima grande sorpresa. «E' ancora vuota e posso fartela vedere, velocemente. Tra poco arriveranno tutti i capiredattori centrali per decidere il giornale di domani». Apre una porta e... «Questa è la sala delle riunioni di redazione, la "Sala Albertini". Quello è il tavolo di Albertini, il famoso direttore del Corriere, non so se ne hai mai sentito parlare...». Se ne ho sentito parlare? Quel tavolo è più di un simbolo. Sedersi attorno a quel tavolo credo sia il sogno di ogni giornalista che abbia scelto di fare questo lavoro per passione...

Tanto storico da avere un suo cartello
Il mio colloquio di lavoro si è dunque poco alla volta trasformato in una visita a una sorta di museo, ma non ho nessun rimpianto. Già solo il fatto di essere entrato lì e di esserci stato per poco più di un'ora, basta e avanza. Anche perché ho continuato comunque a fare il mio lavoro di giornalista, con passione, a prescindere dal Corsera.

E' per questo che, anche se alla fine nulla cambierà nella mia vita (noi giornalisti free lance non ne abbiamo di sedi, ci arrangiamo come possiamo) non posso gioire per la vendita di questo palazzo. Chissà che cosa diventerà in futuro. La sede di una banca? Di una finanziaria? Di una multinazionale? O forse un grande magazzino o, perché no, una mega sala scommesse con annesso reparto slot machine?

Indro Montanelli nella sede del Corsera (1940)

La ribellione
degli spiriti

In ogni caso sarà un disastro. Detto da giornalista, ma anche da milanese. Ci sarebbe quasi da sperare che gli spiriti di coloro che lì hanno scritto pagine memorabili – in questi ultimi 100 e più anni, visto che il palazzo è la casa del Corriere della Sera dal 1904 –, guidati magari da quel toscanaccio di Montanelli, si ribellino, tutti insieme, e riescano a far scappare da quella porticina tanto cara a D'Annunzio coloro che hanno pensato e messo in campo questa sconsiderata e irrispettosa operazione immobiliare.


.

martedì 29 ottobre 2013

«Scusi, ha visto Mariuccia?»


Una semplice domanda, mentre cammini per strada, nella trafficata via Larga, come al solito frettolosamente.

«Mi scusi, ha visto Mariuccia?». Alzi lo sguardo e vedi un signore sull'ottantina, alto e robusto, dal piglio sicuro, vestito di un elegante loden blu.
Basta però un secondo per elaborare la stranezza della domanda. E per accorgerti che sul capo il signore porta un cappellino improbabile, striminzito e tutto schiacciato da una parte.
Il suo sguardo, poi, a guardarlo bene, non è proprio così sicuro.

«Scusi, ha visto Mariuccia?», mi ripete, mentre mi accorgo che pochi metri avanti una donna straniera, vestita in modo sommesso, lo guarda e gli dice, con tono di rimprovero, di smetterla e di muoversi. E in un attimo i miei pensieri si scuotono, mentre dico un timido «No...» e proseguo per la mia strada.

Che cosa sarà successo a quel signore? Lo immagino persona importante, nel suo passato, con una vita agiata e caratterizzata da una situazione invidiabile, per molti. Grande appartamento in centro, una posizione sicura – forse titolare di uno studio d'avvocati, o forse dirigente di una grande azienda – una famiglia composta da una moglie bellissima e di carattere e da figli, almeno tre, studiosi e pronti a essere lanciati nel mondo che conta.

Lo immagino anche spietato, in certe sue scelte, duro con i propri sottoposti e rigoroso fino alla crudeltà con i suoi cari. Nato prima della guerra, avrà fatto in tempo a vestirsi da Balilla e ad agitare il moschetto di legno nelle grandi adunate? E poi, come avrà vissuto il dopoguerra, la ricostruzione? E gli anni del Boom, l'avranno avuto come protagonista? Avrà fatto il '68? Era già troppo vecchio, probabilmente. E quali strascichi ha lasciato in lui la Milano degli Anni '70, quella degli scontri di piazza, del terrorismo e delle stragi? Avrà fatto studiare i figli in Svizzera? E ci avrà anche portato un po' dei suoi soldi, oltre confine? Sarà passato con tutta probabilità in mezzo a mille difficoltà, a crisi coniugali sventate, a contestazioni subite da parte dei figli, a paure che questi potessero diventare vittime della droga. Avrà dovuto lottare con i denti per mantenere il suo posto nella società, avrà conosciuto migliaia di persone, molte gli saranno state amiche, altrettante (o forse più) si saranno rivelate nemiche.

Avrà visto Milano cambiare, davanti ai suoi occhi. L'avrà vista distruggere interi quartieri per lasciare spazio a nuovi palazzi, e poi soffocare in una morsa di cemento per rispondere alla grande emigrazione degli anni dello sviluppo industriale. Avrà sofferto per il degrado culturale e ambientale che in alcuni momenti storici l'hanno caratterizzata, per la violenza che spesso l'ha attanagliata, per l'ignoranza che a volte l'ha contraddistinta. Ma avrà sempre amato la sua città, considerandola la più bella al mondo, la migliore, quella in cui la gente lavora e non dimentica mai di avere "il coeur in man".

Anche lui... e oggi, eccolo qui, a chiedere «Scusi, ha visto Mariuccia?» con lo sguardo perso, il passo incerto e una donna sconosciuta al suo fianco, che lo comanda come se fosse l'ultimo dei pivelli.


.

martedì 22 ottobre 2013

In questo giorno triste e grigio

Mia madre non c’è più, ormai da tanti anni. Oggi sono 14. Ho mille ricordi di quella donna – che strano parlare così di mia madre... – all’apparenza dura e capace di avere sempre tutto sotto controllo e invece nella realtà tanto fragile e spesso bisognosa di essere tranquillizzata.

Ho mille ricordi, dicevo, ma ce n’è uno che nella mia mente emerge più di tutti gli altri.

Sono seduto alla mia scrivania, in camera. Lei è uscita, a fare compere o cos’altro non so. Eccola che torna: lo capisco dal portoncino che si apre, in fondo alla scala – abitiamo al primo piano – e dal passo affrettato che sale le scale. Sì, perché mia madre non sale mai le scale come fanno tutti, con calma e un gradino per volta. Quando è sola lei corre, in salita, quasi si tratti di vincere una sfida con se stessa, quasi sia impegnata in una gara.

Non so, in verità, se sale due gradini per volta, forse no, ma è certo che quelle due rampe di scale le percorre veramente in un baleno.
Mi piace e mi diverte questo suo comportamento e sto dietro la porta, senza che lei lo sappia, ad ascoltarla: me la immagino ancora bambina a saltare la corda o a scommettere con le amiche che arriverà per prima a toccare il muro in fondo al cortile.

È stato così che mi sono reso conto che per lei il tempo stava passando. La corsa si è fatta sempre più lenta, negli anni, e un giorno invece di sentire le sue scarpe col tacco salire frenetiche, gradino dopo gradino, ho sentito un suo grido di dolore per la caduta. È stata, quella, l’ultima volta che ho pensato con tenerezza a mia madre, come fosse ancora una bambina giocosa. Mentre, ferita a un ginocchio, l’aiutavo a salire penosamente gli scalini che ancora mancavano alla porta di casa, ho capito che da quel momento non ci sarebbero più state corse precipitose né momenti di gioco per lei.

Una canzone per lei

Oggi, in questo giorno triste e grigio, mi piace ricordare mia madre che non c'è più con una canzone che le piaceva molto. Me l’aveva confidato lei, un pomeriggio di tantissimi anni fa. Io ero un adolescente che, come tanti adolescenti fanno, quando ero a casa me ne stavo quasi sempre rintanato in camera ad ascoltare musica, spesso ad alto volume. Lei e mio padre molte volte bussavano alla porta per chiedermi, anzi intimarmi, di abbassare. Ma quella volta mia madre entrò in camera mia per dirmi che quella canzone le piaceva. Chissà, forse l’aveva sentita tanti anni prima, visto che quella di Neil Young è una cover di una vecchia canzone dei primi Anni ’60.

Fatto sta che non era mai successo prima, e non sarebbe mai più successo dopo, che mia madre mostrasse apprezzamento per la "mia" musica. Perciò questa canzone, che si intitola "Four Strong Winds" e che da allora trovo anch'io bellissima, oggi è tutta dedicata a lei.




Neil Young (con Willie Nelson) – "Four Strong Winds" 
(Live at Farm Aid 1995)


E chiedo scusa se per una volta non ho parlato di Milano...
. 
.
.

giovedì 5 settembre 2013

Milano è bella, d'estate

Milano è bella. Anche e forse soprattutto d'estate, quando la vita cittadina se ne va in vacanza e a custodire la città restano davvero in pochi.
 
Milano è bella d'estate, che vi piaccia o no. E queste ne sono le prove.


Via Albricci, senza una macchina


Il cielo è azzurro, dietro al ditone...


L'appello appeso alla colonna di marmo


Il concertone estivo, al Castello (estate 2012)


Cotoletta e patatine all'Arci Bellezza


I turisti che si tengono per mano


Un po' di silenzio, i tram riposano...


Ai piedi dell'Arco, seduti sull'erba


Per chi avesse ancora dubbi...


La malinconica cariatide di Casa Campanini


Tutti in bici, finalmente!


Ma il cielo è sempre più blu (dietro la Torre Velasca)


L'arte non va in vacanza (il tricolore sì)


Il futuro è già qui


Casa di ringhiera con sfondo magrittiano


Corso di Porta Romana, ricordiamocelo così, quando verrà l'inverno...


Vedi il post Milano è bello d'inverno


.

mercoledì 7 agosto 2013

Guerra civile!

Sono passati quasi due anni, da quella mattina del 18 ottobre 2011, nella cantina in via Conservatorio (leggi qui il resoconto). 

E ancora una volta le fioche luci delle lampadine di quel luogo tetro e umido si riaccendono e svelano lo svolgimento di una nuova riunione segreta.


«Allora, riepiloghiamo, ci siamo tutti? Fabrizio, è tutto a posto?».

«Sì, Silvio, siamo tutti pronti per il nostro colpo di st..., scusa, per la nostra rivoluzione».

«Rivoluzione? Ma che cosa sono questi termini desueti, che evocano momenti drammatici dell'umanità? Quale rivoluzione, non siamo mica bolscevichi! Noi oggi siamo qui per iniziare la guerra civile, chiaro?».

«Sì, Silvio, è chiaro. Ma scusa contro chi la dobbiamo fare questa riv... pardon, questa guerra civile?».

«Contro i poteri forti, contro i magistrati, contro le banche, contro i comunisti, contro il Parlamento, contro l'agenzia delle entrate, contro gli omosessuali, gli zingari... Vedi un po' tu, ti sembra che ci manchino i nemici? Forza, andiamo, ma tu chi sei, che cosa vuoi?».

«Ma Silvio, non mi riconosci? Sono Daniela, sono pronta a rimetterci la faccia un'altra volta (vedi com'è andata la volta scorsa, ndr), in nome della rivoluzione!».

«Ancora questa parola? La nostra è una guerra civile, mettetevelo bene in testa. E perché c'è quella sedia vuota? Chi manca all'appello?».

«No Silvio, ci sono, sono Renatino tuo. Voglio essere in prima fila, nel primo attacco, voglio che tutti mi vedano e siano caricati dalla mia figura che svetta noncurante del pericolo che l'attende...».

«Va bene, Renato, intanto però togliti l'elmetto, che per ora non siamo ancora sul campo di battaglia. Veniamo all'organizzazione dell'attacco. Fabrizio, dov'è Sandro? Non sarà lui a guidare le truppe d'assalto?».

«Ehm... Sandro per ora è impegnato... sta stirando le bandiere di Forza Italia insieme a Maurizio...».

«Stirando le bandiere di Forza Italia? Ma che storia è questa?».

«Sai, sono rimaste in soffitta per un po' di anni e si sono tutte spiegazzate, in certi casi hanno fatto la muffa, altre le hanno rosicchiate i topi. Così Mara e Michaela hanno dovuto fare parecchi bucati e Mariastella e Laura hanno dovuto rappezzarle... adesso vanno stirate e ci stanno pensando Sandro e Maurizio. Tutti mi hanno però detto di dirti di andare avanti, che poi loro arrivano, appena hanno finito...».

«Sì, ho capito. Ma non vedo Angelino. Non lo si trova mai, quando serve. Si può sapere dov'è?».

«E' a giocare con l'Enrico, quel suo amico comunista. Stanno sempre insieme, mi sa che prima o poi combinano qualche guaio, me lo sento»

«Ma che cosa vuoi che combinino, quei due... piuttosto, mi sembra manchi anche Robertino. Ho capito che adesso non ha più il palazzo da cui seguirci (vedi volta scorsa, ndr), ma almeno l'atto di presenza, poteva farlo...».

«Ma sai, Silvio, lui in questo periodo va in vacanza, in barca. Ma di sicuro anche lui ci raggiungerà appena può, mi ha dato la sua parola».

«Bene. E tu, invece, che cosa vuoi? Possibile che salti fuori solo quando ci sono casini in vista?»

«Ma Silvio, sono Daniele, il tuo fedele portavoce, e vorrei poterti dedicare una canzone, visto che Sandro è occupato con il ferro da stiro e non può farlo lui...».

«Sì, va bene, ma facciamo presto, che immagino che la gente non veda l'ora di partire con l'attacco».

«Ecco qui: 
Siam tutti qui per Silvio
vero cuor di leone
che vuol combatter l'odio
con la sua rivoluzione.
Bella vero?»

«Aaaaaaaaghhhhhh! Ancora quella parola!!! GUERRA CIVILE, siam qui per fare la G-U-E-R-R-A   C-I-V-I-L-E, l'avete capito o no? Ma cribbio, come ve lo devo dire: non voglio più sentire parlare di rivoluzione, basta! E adesso pensiamo all'attacco, finalmente. Fabrizio, le "truppe" sono pronte? Tutto è a posto per il primo assalto?»

«Ehm, Silvio, mi spiace dirtelo, ma anche questa volta ci sarebbe un problemino... Sai che il primo assalto l'abbiamo previsto contro il Palazzo di Giustizia di Milano. Solo che quello è in Area C, dove c'è la chiusura del traffico voluta da quel bolscevico di Pisapia...».

«E allora? A noi che cosa ce ne importa se è in Area C?».

«Ce ne importa, ce ne importa, perché la gente dice che questa volta il sacchetto con la merenda non basta, vuole che le paghiamo anche il ticket d'entrata in centro con l'auto. Sai, molti vengono da fuori città e così hanno deciso di tornarsene a casa... Mi sa che anche questa rivoluz... scusa, questa guerra civile dobbiamo rimandarla a un altro giorno».




venerdì 26 luglio 2013

La parola d'ordine è: "Riappropriamoci della città"



E' un concetto che abbiamo già espresso, ma su cui ci piace tornare.

La città, intendiamo Milano, è come la vogliono i milanesi (cioè coloro che abitano a Milano, da qualsiasi parte essi provengano). E i milanesi – o, almeno, la maggior parte di essi – della loro città poco o male si curano. Sono sempre pronti a lamentarsi, questo sì, ma in genere poco fanno per cercare di dare alla città un aspetto dignitoso.

Perché se i muri delle case sono pieni di scritte, le strade sono sporche, le vie vicine ai locali pubblici diventano orinatoi, le aiuole sono piene di erbacce e cartacce, non si può certo dare la colpa al governo, alla Regione, al Comune. La colpa va equamente suddivisa tra tutti coloro che abitano in città, anche se con intensità, come è ovvio, differenti.


Vandali irrispettosi e cittadini che se ne fregano

Se infatti da una parte c'è il vandalo che non ha rispetto per la cosa pubblica, dall'altra c'è il cittadino medio che tende a fregarsene, aspetta che qualcuno dall'alto risolva la situazione e si lamenta quando questo non viene fatto (senza tenere conto che non sempre le amministrazioni hanno le risorse per poterlo fare, oggi di sicuro meno che in passato).

Questo non è certo il meccanismo virtuoso che possa portare la città a essere migliore. C'è invece qualcosa che può essere fatto, e per fortuna in tanti, sono sempre di più, se ne stanno accorgendo. Molti cittadini, singolarmente o a gruppi, stanno infatti cercando di riappropriarsi di quelle parti di città che sono lasciate sempre più a se stesse.


L'esempio virtuoso
di via Crema

Gli esempi sono molti e tra questi c'è quello di via Crema, appena fuori Porta Romana. Questa bella ed elegante via alberata è un piccolo esempio di come la città possa cambiare in presenza della buona volontà dei cittadini. Niente di trascendentale, sia chiaro, ma un segnale importante.

Perché in questa via, negozianti e residenti hanno deciso di "riappropriarsi" degli spazi comuni per renderli più piacevoli alla vista. Aiuole, pali della luce, lampioni, anche gli alberi sono particolarmente curati e tenuti sotto controllo. I pali vengono rivestiti con "calze" colorate e fantasiose, negli spazi di terra ai piedi degli alberi, tra il marciapiede e la strada, sono state piantate decine e decine di piantine, destinate a dare colore a questo tratto di città.

Ora serve il rispetto di tutti

Un'iniziativa che è nata così, forse per caso o per scommessa, grazie all'impegno di alcune persone che sono riuscite a coinvolgerne altre, in un gioco virtuoso che non può che far bene a tutti. E che ora può continuare a vivere solo se ci sarà rispetto anche da parte degli altri cittadini, o di chi nella via si trova a transitare anche solo per qualche istante.

Qui ogni venerdì ha luogo il mercato rionale, gente che va e che viene, bancarelle, cassette e scatole di scarto un po' ovunque (prima che passi l'efficiente servizio comunale che si occupa della pulizia della zona, che in pochi minuti, con idranti e potenti "mezzi-aspirapolvere" ristabilisce l'ordine pre-mercato).

Se gli abbellimenti riusciranno a sopravvivere nel tempo, sarà una grande vittoria per tutti, il segnale che la città può davvero diventare più bella, basta che lo si voglia.



giovedì 27 giugno 2013

Viva, viva la, viva la Svezia!



L'isola di Fårö, la preferita di Ingmar Bergman

Alcuni momenti di una breve vacanza passata in Svezia, Paese del Nord Europa, distante meno di tre ore d'aereo dal nostro civilissimo Nord Italia.

L'autista che chiama al telefono

Arrivati all'aeroporto svedese alle ore 20, con una luce sorprendente, dobbiamo prendere l'autobus per la cittadina più vicina, dove abbiamo prenotato l'albergo per la notte. Il biglietto, ci dicono, lo si può fare direttamente sul mezzo e questo non ci sorprende. Ma qui c'è una possibilità in più: quella di pagare con la carta di credito che l'autista, un signore di colore dall'aria paciosa, prende e restituisce, insieme al ticket, senza fare neanche un plissé.

(Mi viene in mente che nella farmacia sotto il mio ufficio, in centro a Milano, una volta ho comprato un medicinale che costava circa 5 euro. Ho dato la carta di credito e la farmacista, con fare sgarbato, mi ha detto: «La carta per così poco? No, guardi, mi dia del contante...»).

In bicicletta, alle 22 e 30.
Arrivati al capolinea, che coincide con la stazione degli autobus della cittadina dove è il nostro albergo, ci accorgiamo di non avere una cartina del posto e di non sapere esattamente dove andare. L'autista ci vede un po' titubanti e in un buon inglese ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto. Diciamo il nome del nostro albergo, ma lui dice di non sapere esattamente dove sia, non abita lì.

Ma ci dice anche di aspettare un momento: prende il suo telefonino e chiama la sorella, che suo marito, dice, sa di sicuro dov'è l'albergo. Ma il telefono è occupato e allora un giovane che era sull'autobus con noi ci dice di seguirlo, che ci porta lui.

Attraversiamo la via principale della cittadina, abbastanza deserta, come fossimo una specie di trenino: davanti il giovane – che cammina di buon passo e non dirà niente fino all'indicazione «E' lì...» e il saluto finale «Bye» –, dietro noi, due adulti e due bambini, ognuno con il suo trolley.

(Mi viene in mente che l'ultima volta che sono stato a Roma, insieme ad amici, abbiamo chiesto a un giovane che era sull'autobus dove era un certo posto. Lui ha detto: «Vado proprio da quelle parti». Poi a un certo punto è sceso e ha detto: «Scendete tra tre fermate». Noi l'abbiamo fatto e ci siamo trovati da tutt'altra parte rispetto a dove volevamo andare).

Per gonfiare le gomme

Il gonfia gomme

Il giorno dopo, prima di partire per le nostre future mete, facciamo quattro passi nella cittadina. E' domenica e non c'è un gran movimento, nella grande via, isola pedonale. Ma a un certo punto c'è un oggetto che attira la nostra attenzione.

A prima vista sembra un bidone dell'immondizia e invece è una centralina erogatrice di aria compressa, che serve per gonfiare gratuitamente le gomme – come è illustrato su un lato della stessa – di bibiclette, carrozzine e carrozzelle. Biciclette, carrozzine e carrozzelle. Naturalmente è perfettamente funzionate e nessuno penserebbe mai, lì, di "fregarne" o comunque danneggiarne il tubo, visto che è di tutti e può servire a tutti.

(Mi viene in mente che una volta che mi si era rotta la pompa sono andato da un riparatore di biciclette vicino a casa, che mi ha fatto pagare un euro per ogni bicicletta "gonfiata", naturalmente con il compressore).


Nell'Astrid Lindgren World, a Vimmerby

I bambini non pagano

Dire che la Svezia sia a buon mercato sarebbe dire una grande bugia. Alberghi, ristoranti, mezzi pubblici, sono tutti molto più cari rispetto ai nostri. Ma loro sono fuori dall'euro e lì gli stipendi, almeno quelli di buona parte di loro, sono adeguati al costo della vita.

Ma c'è una particolarità: i bambini quasi ovunque non pagano. In alcuni casi, come negli alberghi, sui mezzi pubblici e nelle realtà "private" solo fino a una certa età, comunque sempre avanzata. In altri, come in certi musei, anche fino a età da noi impensabili: non è raro "scovare" esenzioni che arrivano addirittura ai venti anni.

I bambini da queste parti sono sacri. Qualsiasi posto è attrezzato per le loro esigenze e per quelle delle famiglie. Ogni bagno ha un fasciatoio, molti bar hanno scaldavivande e scaldabiberon a disposizione dei genitori, ogni luogo pubblico ha uno spazio con giochi e tavolini vari. Sul battello che ci ha portato a fare il giro dell'arcipelago di Stoccolma hanno regalato album e matite per colorare ai nostri due figli, proprio mentre cominciavano ad annoiarsi (in un momento dunque non scelto a caso!).

(Mi viene in mente quando i nostri due figli erano più piccoli. Nei ristoranti italiani, tanto per fare un esempio, era un miracolo trovare i seggioloni. In alcuni ce n'erano, ma mai più di uno-due e se non si arrivava per tempo... In genere, i bambini dalle nostre parti sono mal digeriti se non addirittura osteggiati. Basti pensare alle mamme che devono prendere i mezzi pubblici, alle evoluzioni che devono compiere per caricare e scaricare passeggini su tram e autobus che hanno l'accesso molto più alto del livello stradale).


Quando si dice zona pedonale

Città a misura
di pedone e ciclista

In città come in campagna, la Svezia è piena di piste ciclabili. E dire che qui in bicicletta ci si potrà andare giusto due-tre mesi all'anno, quando non c'è il ghiaccio ovunque. La caratteristica principale delle piste ciclabili della Svezia è che... sono veramente delle piste ciclabili.

Nessuno da queste parti pensa anche lontanamente di parcheggiare la sua vettura sullo spazio riservato alle biciclette. A Stoccolma esistono intere vie riservate a pedoni e biciclette e non pare che i negozianti ritengano che questo sia un danno per loro.

Tutti i semafori pedonali sono dotati di pulsante di prenotazione. Se non lo si preme, il verde per attraversare non arriva mai. Ma se lo si pigia si può stare tranquilli che entro 10 secondi le vetture verranno fermate e il passaggio sarà consentito. Abbiamo attraversato molte strade, non abbiamo mai trovato uno di questi dispositivi rotto o danneggiato.

(Mi viene in mente che a Milano le piste ciclabili sono pochissime e molte sono pericolose perché continuamente invase dalle moto e dalle auto che cercano scorciatoie per arrivare prima – come quella di via Francesco Sforza, per esempio – o impercorribili perché bloccate dai mezzi parcheggiati, come quella ormai famosa di via Vittor Pisani, tanto per farne un altro. Qui appena si chiude il centro al traffico alle auto tutti si lamentano e quando anche i semafori sono dotati di dispositivi di prenotazione, o sono rotti o prima di far venire il verde passano interi minuti).


In attesa dell'imbarco per l'isola di Gotland

L'imbarco

La Svezia ha migliaia di isole. Gli imbarchi sono dunque all'ordine del giorno e vengono svolti come se fosse la cosa più naturale del mondo. Le macchine arrivano e vengono incanalate in corsie numerate. Poi quando viene il verde partono secondo l'ordine indicato: prima la 1, poi la 2 e così via. Nessuno cerca di fregare, di portarsi avanti, di rubare posizioni. Arrivi per ventesimo? Sali sul traghetto per ventesimo. E' la cosa più normale del mondo.

Poco prima di salire sul traghetto trovi una persona (una!) che ti indica dove andare: a destra, a sinistra, al centro. Sali, parcheggi l'auto, scendi e vai sui ponti. Tutto molto normale, tutto molto tranquillo.

(Mi viene in mente come funziona da noi. Tu arrivi per primo e com'è, come non è, sali per cinquantesimo. Le macchine sbucano da tutte le parti, ogni centimetro d'avanzamento è una lotta, devi guardarti a destra e a sinistra per evitare i furbi che cercano di superarti. Davanti al portello del traghetto, poi, ci sono almeno venti persone in divisa o con giubbotto colorato, tanti anche con berretto militare e gradi, che danno indicazioni, parlano tra loro, guardano (o fingono di guardare) carte d'imbarco, fanno passare per primi gli amici, ecc. Insomma, una gran confusione, per cui quando riesci a salire e parcheggiare ti senti sfinito, come se avessi dovuto partecipare a una guerra).


Riposando in un parco di Stoccolma

Muri, marciapiedi
e parchi puliti

Non c'è un muro, nei centri abitati svedesi, che sia sporcato da segni, disegni, tags o quant'altro. Eppure i giovani li hanno anche loro, il disagio è vissuto anche lì, i barboni non mancano. Ci sono persino, udite udite, gli "extracomunitari"... E l'inverno, lì, dura 9/10 mesi, roba che uno per sfogarsi dovrebbe scrivere di tutto sui muri della casa di fianco alla sua. E invece niente, solo facciate pulitissime. Graffiti & C. ce ne sono solo sui muri delle ferrovie o in altri posti che hanno tutta l'aria di essere "legalizzati".

E' un piacere passeggiare nel centro di Stoccolma: tutto è pulito, ordinato, ti puoi quasi sdraiare per terra senza avere paura di prendere qualche infezione. Agli angoli delle strade, in molti casi, si trovano cestini della spazzatura differenziata: per la carta, per la plastica, per il vetro, per il resto. Tutti li usano con attenzione e senso civico. Per non parlare dei parchi, che non hanno un ramo fuori posto. Lì ci si può davvero sdraiare e pensare, anche se sei in pieno centro città, di trovarti in mezzo a un bosco dell'estremo Nord.

A Milano si fa così...
(Mi viene in mente che vicino a casa nostra, in via Balbo, qualche mese fa hanno riverniciato la facciata di un palazzo, con un bel giallo paglierino. Ci passo davanti tutti i giorni, per andare al lavoro. Da allora per almeno tre volte i proprietari, che probabilmente ne hanno fatto una questione di principio, hanno chiamato gli imbianchini per cancellare le scritte fatte, volta per volta, dai soliti idioti. Ma quel palazzo è un'eccezione: basta vedere tutto il resto che ci sta attorno... Da noi, poi, niente cestini differenziati, solo oggetti, anche di grosse dimensioni, abbandonati sui marciapiedi o dove meglio capita).


Linneo mentre naviga sul suo smartphone

WiFi gratuito, dappertutto

Non è per dire. In Svezia navighi davvero gratuitamente in un sacco di posti. Negli aeroporti, negli alberghi, nei locali pubblici, nei musei, nei parchi... Spesso, quasi sempre, senza avere bisogno di fare complicate operazioni di registrazione. Ti viene chiesto se accetti le condizioni di uso, tu rispondi di sì e sei collegato. Tutto lì.

Ok, che si possa navigare in albergo è ormai cosa quasi normale (ma vorrei vedere come funziona in certe pensioni della Liguria...). Ma che lo si possa fare sul pullman che ti porta dalla città all'aeroporto è abbastanza sorprendente...

(Mi viene in mente che leggo spesso di persone che si lamentano perché sul fiore all'occhiello delle nostre ferrovie, il "Freccia Rossa", il cui viaggio Milano-Roma costa come dieci voli low-cost a Parigi e ritorno, la navigazione è difficoltosa. «E' perché il treno va troppo veloce», si giustificano quelli di TrenItalia. Mah...).


Sulle orme di Pippi Calzelunghe

Viaggio in Svezia con i bambini sulle orme di Pippi Calzelunghe? Tutte le dritte per partire.



.

Votami

migliori