mercoledì 4 dicembre 2013

Ex fabbrica di via Altaguardia,
i giorni della demolizione


L'arrivo del grande braccio distruttore


L'inizio della demolizione dell'ex fabbrica di via Altaguardia 11

La situazione dopo nove giorni di lavoro

Quarantaduesimo giorno: è rimasto solo il fango

Non c'è stato niente da fare. L'ex fabbrica di via Altaguardia 11 doveva essere demolita e demolita è stata (anzi, per essere precisi sta per esserlo in queste ore).

Niente di strano: la logica palazzinara ha avuto ancora una volta il sopravvento sui sentimenti, sul mantenimento dell'identità di un intero quartiere. Il futuro palazzo di cinque piani più tre di scantinati, con soluzioni abitative di pregio, messe sul mercato – si vocifera – a un prezzo di 7mila e 500 euro al metro quadro, è certo più importante, per molte e molte persone, di una vecchia anche se elegante ex fabbrica che da almeno un secolo vigilava sul quadrivio di via Altaguardia.

Gli abitanti della zona, per evitare questa demolizione, le hanno tentate tutte. Appelli a sindaco e assessori, prima attraverso gli uffici comunali – che si sono contraddistinti per la loro notevole, ci dicono in alcune circostanze fin troppo solerte, capacità "rimbalzatrice" – poi anche dalla rete, con continui appelli sui social. Ricorso al TAR, respinto, con appello fissato per i primi giorni di gennaio, quando dell'ex fabbrica si saranno salvate solo le fondamenta. Coinvolgimento delle Belle Arti, che pur riconoscendo la particolarità dell'edificio si sono trincerate dietro un «è troppo tardi, dovevate contattarci prima che il Comune concedesse i permessi». Raccolta firme, per quel che può valere, tra i residenti della zona.

Tutte iniziative che, purtroppo, non sono riuscite a evitare la demolizione.  

La nuova vista da via Vannucci

Sempre meno abitanti
e sempre più case

Vediamo sempre più, attorno a noi, palazzi che sorgono nei pochi spazi cittadini ancora rimasti disponibili. Lasciando perdere le grandi opere di edificazione, come ad esempio quelle della ex Fiera o dell'ex scalo di Porta Vittoria – di cui nemmeno ci viene voglia di parlare – ci colpiscono soprattutto i condomini innalzati all'interno di corti, ex parcheggi di autobus e tram o piccoli spazi verdi in stato di semiabbandono. Si tratta perlopiù di condomini costruiti a poca distanza da quelli che già ci sono, che una volta edificati risultano spesso del tutto inutili, perché alcuni appartamenti rimangono invenduti e altri se li aggiudicano quelli che hanno soldi da investire in seconde, terze, quarte case. Le tapparelle di questi palazzi, in linea di massima, sono destinate a restare chiuse.

Perché il punto è questo: la costruzione di nuove abitazioni non risponde all'esigenza di trovare un tetto a "nuovi milanesi" che, giungendo in città da fuori, lo richiedono. La popolazione meneghina è in diminuzione ormai da decenni, e non c'è nessuna esigenza di creare nuove case, se non per aspetti legati prettamente alla speculazione edilizia. Per la paura che il sistema edilizio imploda – un sistema da sempre molto legato ai potenti, come le cronache degli ultimi tempi ci dimostrano – governi ed enti amministrativi locali dispongono in continuazione agevolazioni per chi costruisce.

«Servirà a dare una scossa a un sistema che rischia di crollare», si dice ogni volta che viene varato un "Piano casa" (di norma più scellerato del precedente), senza che nessuno si preoccupi dell'impatto che una simile politica ha sulla vita di chi in città ci vive veramente.

E' lo stesso discorso che riguarda le concessioni relative ai sopralzi dei palazzi, che su Milanau affrontiamo da sempre. In nome del «diamo lavoro al comparto dell'edilizia» – che, particolarmente in Lombardia, raccoglie in sé il meglio e il peggio di quanto si possa trovare sulla faccia della terra – stiamo rendendo la città più brutta e meno vivibile, senza peraltro raggiungere gli obiettivi prefissati, perché se poi gli appartamenti non si vendono...

Come cambia il fronte su via San Rocco

Un quartiere destinato a diventare più brutto

L'ex fabbrica di via Altaguardia è un esempio di questo modus operandi disastroso. La sua discreta presenza rappresentava il punto fermo di un quartiere che in qualche modo era finora riuscito a salvaguardare la sua identità. Erano solo quattro mura, certo, ma erano mura che raccontavano qualcosa, solo per il fatto di esserci; che ricordavano una Milano di tanti anni fa, forse non più vivibile di quella odierna ma certo più affascinante.

Il palazzo che sorgerà al suo posto – particolarmente brutto, a vedere i progetti – cancellerà tutto questo e renderà quel quadrivio una zona della città come tante altre, del tutto anonima. Questo è proprio quello che non volevamo accadesse, quando chiedevamo che l'ex fabbrica di via Altaguardia fosse salvata. Ma nessuno ha ascoltato gli appelli dei cittadini, che in queste circostanze sono gli ultimi ad avere una voce in capitolo.

Peccato, perché i cittadini sono importanti, senza di loro non ci sarebbero nemmeno le città.



Cronaca fotografica di una demolizione


5 dicembre 2013 (secondo giorno)

La situazione di primo mattino

Tutto è pronto per una nuova giornata di distruzione

Il grande braccio torna in azione, impietoso

Scorci di '900, pochi istanti prima di sparire per sempre


6 dicembre 2013 (terzo giorno)


La consueta vista mattutina, prima che riprenda la distruzione

Se n'è andato quasi tutto il secondo piano

Ecco quel che resta dopo tre giorni di lavoro: un mucchio di mattoni rossi...


7 dicembre 2013 (quarto giorno)


Si lavora anche nel giorno di S. Ambrogio, non bisogna perdere tempo

Il grande braccio gratta. E distrugge, mattone dopo mattone

E' giunta l'ora di attaccare anche il corpo retrostante

Il grattacielo di viale Sabotino assiste muto allo scempio

L'aspetto spettrale, nella notte, dell'ultimo muro esterno rimasto


8 dicembre 2013 (quinto giorno)


Ecco che cosa riescono a fare i "Nuovi Barbari"

E' domenica, tutto tace prima dell'attacco finale


9 dicembre 2013 (sesto giorno)


Si comincia la settimana portando via le macerie, mentre il braccio meccanico riposa


12 dicembre 2013 (nono giorno)


Le impalcature non servono più, ora possono essere smontate

La consueta vista mattutina, dal terzo piano del palazzo di fronte

Hanno abbattuto anche il grattacielo? No, per fortuna è solo la nebbia...

Il terribile braccio meccanico controlla che i calcinacci se ne stiano al loro posto

Siamo ormai alle cantine, chissà che non ci si trovi qualche reperto storico... 
(qualcuno racconta che qui una volta c'era un cimitero)

E anche l'ultima finestra su via Altaguardia se n'è andata

20 dicembre (diciassettesimo giorno)

Sono ripresi i lavori, e adesso via con l'attacco finale!

10 gennaio 2014 (trentottesimo giorno)

Ecco qui, fine della storia. Dell'ex fabbrica di via Altaguardia è sparita ogni traccia.

14 gennaio 2014 (quarantaduesimo giorno)
 
E se qui ci facessimo un bel giardinetto, invece del palazzo di 5 piani?

18 febbraio 2014 (settantottesimo giorno)

Addio mostro distruttore. Non ci mancherai.


venerdì 8 novembre 2013

Il Corriere della Sera vende la sede,
un pezzo di storia che se ne va


Via Solferino, l'attuale sede del Corriere della Sera
C'è stato un momento della mia vita in cui credevo (che ingenuo!) che il fatto di avere sostenuto l'esame da giornalista mi desse di per sé il diritto di lavorare in un giornale, meglio ancora se quotidiano. Per questo, in un modo o nell'altro, ero riuscito ad avere colloqui con direttori e caporedattori dei principali fogli editi a Milano.

Ognuno di questi colloqui sarebbe degno di essere raccontato e forse un giorno lo farò. Ma questa volta mi voglio soffermare su quello che ho sostenuto al Corriere della Sera, all'interno della sede di via Solferino. Mi sembra il momento giusto per farlo, visto che nei giorni scorsi è stata ufficializzata la vendita dello storico palazzo da parte di RCS, società che ha bisogno di soldi per uscire da una situazione economica, diciamo così, non proprio brillante.

Difficile pensare al Corsera scindendolo dalla sua storica sede. Perché il fascino di questo giornale – forse un po' calato nei decenni a livello di lettori, ma sempre immutato nel mondo degli addetti ai lavori – deriva anche dalla sua storia, che fin dalla sua fondazione (ormai sono quasi 150 anni) si è fortemente intrecciata con quella del nostro Paese.

Il portone d'entrata del Corriere della Sera

Quel giorno in cui
ho varcato
il portone
di via Solferino

Me ne sono reso conto il giorno in cui ho varcato il portone di via Solferino per incontrare un gentile caporedattore, con cui ho chiacchierato a lungo e che si è anche prestato a farmi da cicerone, forse leggendo nei miei occhi l'emozione di trovarmi nel tempio del giornalismo italiano. Voglio subito precisare che per il Corriere non ho mai scritto nemmeno una riga, quell'incontro è rimasto un'esperienza unica, che non ha avuto alcun seguito. Ma questo non mi impedisce di sostenere che il giorno della visita al Corriere sia per me uno di quelli da ricordare con maggior piacere.

Sono entrato in via Solferino verso le 11 di mattina. La prima cosa che ho avvertito è stato il silenzio, la grande calma diffusa. E le tante scrivanie vuote. O, meglio, strapiene di fogli, giornali, appunti, riviste, ma senza nessuno seduto davanti al computer. «E' ancora presto» mi è stato fatto notare. Le 11 di mattina, appunto.

Il "mio" caporedattore aveva – e immagino abbia ancora oggi – la sua scrivania nella parte più antica del palazzo, quel cuore che pulsa da decenni, che ha visto transitare giornalisti, scrittori, poeti, personaggi che hanno fatto la storia culturale, letteraria e politica d'Italia. Forse sono stato simpatico al mio interlocutore, perché a un certo punto mi ha detto: «Vieni, facciamo un giro». Un viaggio in stanze e corridoi rivestiti di legno intarsiato, in un mondo da sogno, pieno di riferimenti al passato, testimoniati dai quadri e dai ritratti appesi alle pareti.

Dino Buzzati

La stanza
di Buzzati

«Questa è la stanza in cui lavorava Dino Buzzati».
Così, tanto per cominciare... Buzzati, non so se mi spiego.
«Lui fu uno dei pochi, forse l'unico, che non fu (anche solo momentaneamente) epurato dopo la caduta del fascismo. Nessuno osò processarlo per avere scritto ai tempi di Mussolini: lui viveva in un altro mondo, nel suo, quello che raccontava nei romanzi e negli articoli, che dipingeva sulle sue tele e che nulla aveva a che fare con le miserie umane». Non c'era bisogno di dirmelo, io amo da sempre Buzzati, se non ho letto tutto, di lui, poco ci manca.

«Qui c'è il corridoio che porta all'ufficio del Direttore (in quel momento era Paolo Mieli), mentre questa porticina era quella che veniva usata da D'Annunzio per scappare dai suoi creditori». Cioè? «La porticina conduce a un buio corridoio che porta all'esterno del palazzo. Così quando arrivava qualcuno che cercava il Vate con fare minaccioso – e pare che questo capitasse spesso – questi pensava bene di darsela a gambe scomparendo dietro quella porta...».

Eugenio Montale con Giovanni Spadolini

Montale e Montanelli
amici e "vicini di banco"

«Questa invece era la scrivania di Montale. Lui divideva la stanza con Montanelli». Montale, Montanelli... a me vengono i brividi. «Pensa che Montale prima di entrare al Corriere aveva parlato male di un libro di Montanelli. Quando fu assunto e gli comunicarono che avrebbe diviso la stanza con il "toscanaccio" aveva temuto per la sua reazione. Invece Montanelli non portò mai rancore e i due, pur diversissimi tra loro, lavorarono a lungo uno di fronte all'altro senza che vi fosse mai il minimo screzio».

Quando si parla di Montanelli tendo ad andare in confusione. La stanza con Montale era quella occupata prima di andarsene, prima di fondare il Giornale. Ma al suo ritorno dopo la rottura con Berlusconi dove stava? «Da quella parte, in una stanza vicina a quella del direttore. Del resto Mieli l'aveva detto espressamente: se Montanelli avesse voluto fare il direttore del Corriere lui si sarebbe fatto da parte subito, senza la minima esitazione...».

La Sala Albertini, con il famoso tavolo

La sala e il tavolo di Albertini

Così, mentre pensavo che lì dove stavo camminando io in quel momento, erano passati (spesso di corsa) cotanti personaggi, ecco che il mio "amico di una mattina" mi riserva l'ultima grande sorpresa. «E' ancora vuota e posso fartela vedere, velocemente. Tra poco arriveranno tutti i capiredattori centrali per decidere il giornale di domani». Apre una porta e... «Questa è la sala delle riunioni di redazione, la "Sala Albertini". Quello è il tavolo di Albertini, il famoso direttore del Corriere, non so se ne hai mai sentito parlare...». Se ne ho sentito parlare? Quel tavolo è più di un simbolo. Sedersi attorno a quel tavolo credo sia il sogno di ogni giornalista che abbia scelto di fare questo lavoro per passione...

Tanto storico da avere un suo cartello
Il mio colloquio di lavoro si è dunque poco alla volta trasformato in una visita a una sorta di museo, ma non ho nessun rimpianto. Già solo il fatto di essere entrato lì e di esserci stato per poco più di un'ora, basta e avanza. Anche perché ho continuato comunque a fare il mio lavoro di giornalista, con passione, a prescindere dal Corsera.

E' per questo che, anche se alla fine nulla cambierà nella mia vita (noi giornalisti free lance non ne abbiamo di sedi, ci arrangiamo come possiamo) non posso gioire per la vendita di questo palazzo. Chissà che cosa diventerà in futuro. La sede di una banca? Di una finanziaria? Di una multinazionale? O forse un grande magazzino o, perché no, una mega sala scommesse con annesso reparto slot machine?

Indro Montanelli nella sede del Corsera (1940)

La ribellione
degli spiriti

In ogni caso sarà un disastro. Detto da giornalista, ma anche da milanese. Ci sarebbe quasi da sperare che gli spiriti di coloro che lì hanno scritto pagine memorabili – in questi ultimi 100 e più anni, visto che il palazzo è la casa del Corriere della Sera dal 1904 –, guidati magari da quel toscanaccio di Montanelli, si ribellino, tutti insieme, e riescano a far scappare da quella porticina tanto cara a D'Annunzio coloro che hanno pensato e messo in campo questa sconsiderata e irrispettosa operazione immobiliare.


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martedì 29 ottobre 2013

«Scusi, ha visto Mariuccia?»


Una semplice domanda, mentre cammini per strada, nella trafficata via Larga, come al solito frettolosamente.

«Mi scusi, ha visto Mariuccia?». Alzi lo sguardo e vedi un signore sull'ottantina, alto e robusto, dal piglio sicuro, vestito di un elegante loden blu.
Basta però un secondo per elaborare la stranezza della domanda. E per accorgerti che sul capo il signore porta un cappellino improbabile, striminzito e tutto schiacciato da una parte.
Il suo sguardo, poi, a guardarlo bene, non è proprio così sicuro.

«Scusi, ha visto Mariuccia?», mi ripete, mentre mi accorgo che pochi metri avanti una donna straniera, vestita in modo sommesso, lo guarda e gli dice, con tono di rimprovero, di smetterla e di muoversi. E in un attimo i miei pensieri si scuotono, mentre dico un timido «No...» e proseguo per la mia strada.

Che cosa sarà successo a quel signore? Lo immagino persona importante, nel suo passato, con una vita agiata e caratterizzata da una situazione invidiabile, per molti. Grande appartamento in centro, una posizione sicura – forse titolare di uno studio d'avvocati, o forse dirigente di una grande azienda – una famiglia composta da una moglie bellissima e di carattere e da figli, almeno tre, studiosi e pronti a essere lanciati nel mondo che conta.

Lo immagino anche spietato, in certe sue scelte, duro con i propri sottoposti e rigoroso fino alla crudeltà con i suoi cari. Nato prima della guerra, avrà fatto in tempo a vestirsi da Balilla e ad agitare il moschetto di legno nelle grandi adunate? E poi, come avrà vissuto il dopoguerra, la ricostruzione? E gli anni del Boom, l'avranno avuto come protagonista? Avrà fatto il '68? Era già troppo vecchio, probabilmente. E quali strascichi ha lasciato in lui la Milano degli Anni '70, quella degli scontri di piazza, del terrorismo e delle stragi? Avrà fatto studiare i figli in Svizzera? E ci avrà anche portato un po' dei suoi soldi, oltre confine? Sarà passato con tutta probabilità in mezzo a mille difficoltà, a crisi coniugali sventate, a contestazioni subite da parte dei figli, a paure che questi potessero diventare vittime della droga. Avrà dovuto lottare con i denti per mantenere il suo posto nella società, avrà conosciuto migliaia di persone, molte gli saranno state amiche, altrettante (o forse più) si saranno rivelate nemiche.

Avrà visto Milano cambiare, davanti ai suoi occhi. L'avrà vista distruggere interi quartieri per lasciare spazio a nuovi palazzi, e poi soffocare in una morsa di cemento per rispondere alla grande emigrazione degli anni dello sviluppo industriale. Avrà sofferto per il degrado culturale e ambientale che in alcuni momenti storici l'hanno caratterizzata, per la violenza che spesso l'ha attanagliata, per l'ignoranza che a volte l'ha contraddistinta. Ma avrà sempre amato la sua città, considerandola la più bella al mondo, la migliore, quella in cui la gente lavora e non dimentica mai di avere "il coeur in man".

Anche lui... e oggi, eccolo qui, a chiedere «Scusi, ha visto Mariuccia?» con lo sguardo perso, il passo incerto e una donna sconosciuta al suo fianco, che lo comanda come se fosse l'ultimo dei pivelli.


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martedì 22 ottobre 2013

In questo giorno triste e grigio

Mia madre non c’è più, ormai da tanti anni. Oggi sono 14. Ho mille ricordi di quella donna – che strano parlare così di mia madre... – all’apparenza dura e capace di avere sempre tutto sotto controllo e invece nella realtà tanto fragile e spesso bisognosa di essere tranquillizzata.

Ho mille ricordi, dicevo, ma ce n’è uno che nella mia mente emerge più di tutti gli altri.

Sono seduto alla mia scrivania, in camera. Lei è uscita, a fare compere o cos’altro non so. Eccola che torna: lo capisco dal portoncino che si apre, in fondo alla scala – abitiamo al primo piano – e dal passo affrettato che sale le scale. Sì, perché mia madre non sale mai le scale come fanno tutti, con calma e un gradino per volta. Quando è sola lei corre, in salita, quasi si tratti di vincere una sfida con se stessa, quasi sia impegnata in una gara.

Non so, in verità, se sale due gradini per volta, forse no, ma è certo che quelle due rampe di scale le percorre veramente in un baleno.
Mi piace e mi diverte questo suo comportamento e sto dietro la porta, senza che lei lo sappia, ad ascoltarla: me la immagino ancora bambina a saltare la corda o a scommettere con le amiche che arriverà per prima a toccare il muro in fondo al cortile.

È stato così che mi sono reso conto che per lei il tempo stava passando. La corsa si è fatta sempre più lenta, negli anni, e un giorno invece di sentire le sue scarpe col tacco salire frenetiche, gradino dopo gradino, ho sentito un suo grido di dolore per la caduta. È stata, quella, l’ultima volta che ho pensato con tenerezza a mia madre, come fosse ancora una bambina giocosa. Mentre, ferita a un ginocchio, l’aiutavo a salire penosamente gli scalini che ancora mancavano alla porta di casa, ho capito che da quel momento non ci sarebbero più state corse precipitose né momenti di gioco per lei.

Una canzone per lei

Oggi, in questo giorno triste e grigio, mi piace ricordare mia madre che non c'è più con una canzone che le piaceva molto. Me l’aveva confidato lei, un pomeriggio di tantissimi anni fa. Io ero un adolescente che, come tanti adolescenti fanno, quando ero a casa me ne stavo quasi sempre rintanato in camera ad ascoltare musica, spesso ad alto volume. Lei e mio padre molte volte bussavano alla porta per chiedermi, anzi intimarmi, di abbassare. Ma quella volta mia madre entrò in camera mia per dirmi che quella canzone le piaceva. Chissà, forse l’aveva sentita tanti anni prima, visto che quella di Neil Young è una cover di una vecchia canzone dei primi Anni ’60.

Fatto sta che non era mai successo prima, e non sarebbe mai più successo dopo, che mia madre mostrasse apprezzamento per la "mia" musica. Perciò questa canzone, che si intitola "Four Strong Winds" e che da allora trovo anch'io bellissima, oggi è tutta dedicata a lei.





Neil Young (con Willie Nelson) – "Four Strong Winds" 
(Live at Farm Aid 1995)


E chiedo scusa se per una volta non ho parlato di Milano...

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giovedì 5 settembre 2013

Milano è bella, d'estate

Milano è bella. Anche e forse soprattutto d'estate, quando la vita cittadina se ne va in vacanza e a custodire la città restano davvero in pochi.
 
Milano è bella d'estate, che vi piaccia o no. E queste ne sono le prove.


Via Albricci, senza una macchina


Il cielo è azzurro, dietro al ditone...


L'appello appeso alla colonna di marmo


Il concertone estivo, al Castello (estate 2012)


Cotoletta e patatine all'Arci Bellezza


I turisti che si tengono per mano


Un po' di silenzio, i tram riposano...


Ai piedi dell'Arco, seduti sull'erba


Per chi avesse ancora dubbi...


La malinconica cariatide di Casa Campanini


Tutti in bici, finalmente!


Ma il cielo è sempre più blu (dietro la Torre Velasca)


L'arte non va in vacanza (il tricolore sì)


Il futuro è già qui


Casa di ringhiera con sfondo magrittiano


Corso di Porta Romana, ricordiamocelo così, quando verrà l'inverno...


Vedi il post Milano è bello d'inverno


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