martedì 18 dicembre 2012

Scandalo rimborsi in Regione,
l'altra faccia del federalismo...

Il Consiglio regionale della Lombardia
Finalmente, forse, abbiamo scoperto qual è la vera essenza del "federalismo all'italiana". Per anni partiti politici fondati su questo unico principioLega Nord prima di tutti – ci hanno riempito la testa con concetti come «vogliamo che i nostri soldi restino al Nord», «basta farsi portare via i soldi dallo Stato», «se non ci fosse il Sud, il Nord sarebbe la nazione più ricca del mondo». Tutte frasi a effetto, pare, studiate per convincere i cittadini come il federalismo rappresenti la via migliore per poter affermare la supremazia morale, civica, economica del Nord sul resto dell'Italia. Ma gli obiettivi perseguiti, sembra di capire dalle rivelazioni degli ultimi giorni, sembrerebbero essere ben altri.

Milioni di euro in rimborsi spese

La regola primaria da applicare, in particolare, sembrerebbe essere «Non lasciare che altri prendano quello che potresti prendere tu!». Cioè: perché permettere che i nostri soldi vengano "presi" (tanto per usare un eufemismo) da quelli che stanno a Roma, quando li possiamo "trattenere" comodamente noi qui, stando in casa nostra? Un concetto che, come risulta dall'inchiesta che sta interessando il Consiglio regionale della Lombardia, sarebbe stato applicato in modo quasi perfetto in questi ultimi anni dagli esponenti politici che ne fanno parte.

Secondo quanto sostenuto dagli inquirenti, gli esponenti della maggioranza, tra i quali ci sono anche i leghisti del famoso "Roma ladrona", avrebbero applicato questa semplice norma in modo sistematico, quasi scientifico. Non contenti dei 10mila euro netti mensili del loro stipendio, in questi ultimi anni si sarebbero "mangiati" milioni di euro di rimborsi spese per comprarsi iPad, iPhone, computer; per pranzare e cenare nei migliori ristoranti della città a suon di ostriche, champagne e tartufi; per comprarsi libri, francobolli, oggetti di antiquariato; per pagarsi pranzi di nozze e viaggiare ogni giorno in taxi, anche per spostamenti personali. Tutto pagato con i soldi dei contribuenti, naturalmente. Che vuol dire: tutto a spese nostre.

Ecco perché i soldi devono restare qui, sembrerebbe dimostrare l'inchiesta della Polizia tributaria che è in corso in questi giorni. Perché così è più facile "trattenerli". A Roma c'è gente esperta in questo, che lo fa da anni, ma qui gli spazi di azione sono molto più semplici da affrontare e la gente comune, che guarda al potere centrale con sospetto, sembra essere molto più indulgente – o forse più ingenua – quando si tratta di atti compiuti da persone provenienti dalla sua stessa terra.

Non di solo Minetti si tratta

Un'ultima cosa. Il fatto che Nicole Minetti abbia comprato con i nostri soldi il libro "Mignottocrazia" (qualcuno ha detto, scherzando, che si sarebbe trattato di un aggiornamento professionale...), oltre ad avere speso centinaia di euro per cene e aperitivi, è davvero deprecabile. Ma non ci piace il giochetto che qualcuno vorrebbe mettere in campo: concentrare l'attenzione sulla consigliera che il presidente regionale Roberto Formigoni ha voluto a tutti i costi con sé (inserendola nel suo listino bloccato), perché almeno così non si parla di tutti gli altri. La Minetti già di per sé rappresenta una degenerazione del modo di fare politica portato avanti dalla maggioranza che sta per lasciare la Lombardia dopo vent'anni di potere, in relazione al suo caso non c'è bisogno di questo nuovo scandalo per aggiungere altro. 


Paolo Valentini (Capogruppo Pdl in Consiglio regionale)
Molto meno accettabile è invece il fatto che i rimborsi a suon di centinaia di migliaia di euro li abbiano chiesti i rappresentanti "normali", quelli che sono stati messi lì per sostenere gli interessi di tutti i cittadini, di quelli che li hanno votati ma anche di quelli che non la pensano come loro. Ne citiamo solo due, presi ad esempio per il ruolo che occupano all'interno del Consiglio regionale. Sono i capigruppo di Pdl e Lega Nord, Paolo Valentini e Stefano Galli. Anche loro hanno chiesto rimborsi che sono andati su tutti i giornali e che ora sono al vaglio degli inquirenti. Ci auguriamo che entrambi, come tutti i loro colleghi, siano in grado di giustificare le loro spese e che, soprattutto, possano dirsi tranquilli con la loro coscienza

Stefano Galli (Capogruppo Lega Nord in Consiglio regionale)
Perché mentre loro 
hanno speso i soldi 
dei cittadini in cene 
luculliane offerte ad 
amici e parenti, (se 
l'inchiesta dovesse 
confermare quanto 
trapelato in questi 
giorni sui giornali), 
molti di quegli stessi 
cittadini che gliele 
hanno pagate fanno 
ogni giorno i salti 
mortali per riuscire 
a dare da mangiare 
ai propri figli.



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mercoledì 12 dicembre 2012

12/12/12.
Finalmente il grande giorno...

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Mentre mi stavo recando al lavoro, questa mattina, sono stato colpito in faccia da un foglio trasportato dal vento. In un primo momento ho creduto si trattasse di un foglio di carta straccia, ma ben presto mi sono accorto che quella era una pagina scritta da qualcuno e lanciata da chissà quale palazzo, perché qualcun altro ne leggesse il contenuto e, magari, lo rendesse pubblico. 
Io lo faccio, sperando di non arrecare danno a nessuno...

12 dicembre 2012. Oggi sarà finalmente il grande giorno

«Non so come sia potuto accadere. Era scritto nel mio destino, probabilmente, ma non capisco come mi possa essere ridotto così. Le date... le date mi stanno facendo impazzire! Era scritto nel mio destino, dicevo, non c'è altra spiegazione...

Sono nato il 6 giugno 1966. 6/6/66: un giorno, un destino. La dimostrazione che sin dal mio primo contatto con il mondo le date hanno condizionato la mia vita. Ne volete la conferma? Eccola: 7/7/77, il giorno in cui mi sono innamorato per la prima volta (c'è scritto sul mio diario, com'era bella la Lorenza...); 8/4/84, la prima volta che ho provato l'ebbrezza dell'amore (a 18 anni, non proprio precoce, eh...); 8/8/88, giorno in cui ho superato l'esame della patente (anche questo con un certo ritardo, lo ammetto). E poi ancora: 9/1/91, giorno della mia laurea (naturalmente in Matematica); 9/6/96, giorno della mia grande vincita al totocalcio (che domenica fantastica, peccato che i soldi siano ormai già finiti...).


Non ricordo con esattezza quando ho preso coscienza di questo mio destino, so solo che ho convinto quella che poi sarebbe diventata mia moglie a fissare, quasi per gioco, il giorno delle nostre nozze il 9/7/97. Fino a quel momento, devo dire, avevo trovato la cosa molto curiosa e anche divertente, ma la faccenda si è complicata quando è nata la nostra prima figlia. Provate a indovinare: era un giovedì... il 9/9/99! Da quel momento vivo nella certezza che ogni data particolare sia magica – nel bene e nel male – per me, e debba portarmi qualcosa di fantastico.

La fine del mondo dei Maya

Pazzo, sono diventato pazzo. Cerco sul calendario queste date e mi metto lì, fermo, ad aspettare che qualcosa accada. Ma l'incantesimo, me misero, sembra essersi da un po' di tempo a questa parte rotto. Sono passate date spettacolari e nulla mi è accaduto. Penso solo alle ultime 10/10/10, oppure 9/10/11, o ancora 11/11/11... ho atteso invano questi giorni: nulla è successo! Ma ormai per me questa è una vera e propria fissazione, non riesco a pensare ad altro... anche il 10/11/12 è passato senza nessuna novità e ora la mia ultima speranza è riposta in oggi, 12/12/12.

Ho preso un giorno di ferie dal lavoro e da questa mattina all'alba sono sul divano ad aspettare, fiducioso. Non può non succedere niente anche questa volta, non può... anche perché, se vado avanti di questo passo, alla fine del mondo prevista dai Maya per il 21/12/12 non ci arrivo di sicuro...».



mercoledì 5 dicembre 2012

La Polizia nella sede del "Giornale",
un'onta impossibile da lavare

25 giugno 1974, primo numero del "Giornale"
Pensando alla condanna e all'arresto di Alessandro Sallusti, l'aspetto che più mi indigna e mi rattrista, da giornalista e da milanese, è il coinvolgimento in una storia così poco edificante del "Giornale", testata gloriosa e ormai anche storica della nostra città.

E' vero che Sallusti ha compiuto gli atti per cui è stato condannato – con l'accusa di diffamazione aggravata nei confronti di un magistrato – quando era direttore responsabile di un altro giornale edito a Milano, per l'esattezza "Libero". Ma quando la polizia è andata a prelevare Sallusti per condurlo agli arresti domiciliari lo ha fatto nella sede del "Giornale", in via Gaetano Negri,  dal momento che lì, essendone l'attuale direttore, il giornalista condannato aveva deciso di trincerarsi. Un'irruzione dovuta, ma che ha profanato per sempre l'immagine del quotidiano pensato e fondato negli Anni '70 da Indro Montanelli.

Sallusti, alla fine, non farà nemmeno un giorno di galera. Anche gli arresti domiciliari finiranno presto, con tutta probabilità. Qualcuno troverà un escamotage per ridargli la sua piena libertà: una grazia, una nuova legge, qualche trovata geniale dell'ultima ora. Ma sul "Giornale" peserà per sempre questa onta.

La "chiusura" dell'11 gennaio 1994

Lo dico con grande tristezza, pensando a quello che in passato questo giornale ha rappresentato per molte persone, prima della sua di fatto "chiusura", avvenuta l'11 gennaio 1994. In quel giorno Indro Montanelli, l'uomo che aveva voluto quel giornale, che lo aveva fondato nel 1974 dopo essere uscito dal Corriere della Sera e che lo aveva diretto per quasi vent'anni, decise di andarsene non intendendo sostenere la campagna elettorale del nuovo proprietario (dal 1979) del giornale, quel Silvio Berlusconi che poche settimane prima aveva deciso di "scendere in campo".

Mai Montanelli avrebbe accettato di essere direttore di un giornale di partito, quale il Giornale sarebbe di fatto divenuto dopo, con le direzioni di Feltri, Cervi (potremo mai perdonarglielo...?), Belpietro, Giordano, ancora Feltri e infine Sallusti. Per questo se ne andò e per molti quel giornale ("Il Giornale di Indro Montanelli") smise di esistere in quel freddo e triste giorno di gennaio 1994.

Riunione di redazione al "Giornale"
Ciò non toglie che oggi tutti coloro che sono cresciuti con gli articoli di Montanelli, Bettizza, Piovene, Corradi, Granzotto, Scarpino, Brera, Caputo, Staglieno, Torelli, Zappulli, Soavi, Pampaloni, Revel, De Felice, Severgnini, Orlando e tanti altri non possano provare grande tristezza per la caduta così in basso del loro vecchio quotidiano, quello per cui così tante volte furono contestati e insultati anche da persone amiche e per il quale rischiarono più volte di essere addirittura malmenati, se sorpresi ad averlo sotto il braccio nel tragitto tra edicola e casa.

Monumento a Montanelli

Meglio evitare certi paragoni

Un'ultima cosa. Vorremmo chiedere a Sallusti, con tutta l'umiltà possibile, di non buttarsi in confronti inadeguati, paragonando la sua situazione attuale a quella che visse Montanelli nel 1977. «E' una ferita – ha commentato al momento dell'arresto –. Una ferita per tutti noi, per il Giornale. Va bè che questo giornale è già stato ferito, un suo direttore è stato gambizzato. Siamo abituati alle ferite». 

Vorremmo solo ricordare a Sallusti che Montanelli fu gambizzato dalle Brigate Rosse, mentre lui è stato arrestato a seguito di una sentenza emanata da un giudice.

Qualche differenza ci dovrà pur essere, o vogliamo essere d'accordo con chi sostiene che terroristi e magistrati sono la stessa cosa?


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lunedì 12 novembre 2012

Elezioni Regione Lombardia,
e se il Pdl sostenesse Maroni?


Oggi Roberto Maroni, numero uno della Lega Nord, ufficializza la sua candidatura per le elezioni del prossimo presidente di Regione Lombardia. L'hanno già fatto, nei giorni scorsi, l'avvocato Umberto Ambrosoli, che a scanso di sorprese dell'ultima ora sarà il punto di riferimento del centrosinistra, e l'ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, che dovrebbe essere quello, invece, del centrodestra.


La Lega vuol ballare da sola...

Con la sua candidatura, di fatto, Maroni conferma l'intenzione della Lega di presentarsi da sola alle elezioni, rompendo un'alleanza, quella con il Pdl capeggiato da Roberto Formigoni, che le ha permesso di governare in Lombardia negli ultimi vent'anni. Ma siamo proprio sicuri che ci sarà questa rottura? L'appetito vien mangiando, si dice: siamo così certi che Lega e Pdl – o quello che resta di questi due partiti – siano disposti a rinunciare al potere presentandosi separati agli elettori lombardi?

Il candidato al momento favorito

Difficile pensarlo, anche perché al momento, se così dovessero restare le cose, il candidato favorito per la vittoria finale sembrerebbe essere Ambrosoli, che si presenta come esponente della società civile e sembra essere in grado di raccogliere i consensi di buona parte delle forze che compongono il centrosinistra, ma anche quelli dei cosiddetti "centristi" che fanno riferimento all'Udc. Che forse non sono moltissimi, ma che rappresentano quella porzione di elettorato cattolico sempre in grado di far pesare l'ago della bilancia da una parte piuttosto che dall'altra.

Una rivalità dannosa
per il centrodestra

Stando così le cose, appunto, la rivalità tra Albertini e Maroni, più volte espressa in queste ultime settimane, rischierebbe di fare il gioco dei veri avversari, portando alla perdita della Lombardia.
E allora? E allora – ipotizziamo – potrebbe anche avvenire un colpo di scena, di cui finora non si è mai parlato. La Lega non vuole sostenere Albertini e preferisce andare da sola? Allora la soluzione appare quella, obbligata, che sia il Pdl a fare un passo indietro e a decidere di sostenere Maroni come unico candidato del centrodestra. E Albertini? Verrebbe lasciato al suo destino, che probabilmente sarebbe quello di un ritiro onorevole prima delle elezioni. Del resto la sua candidatura finora è stata fortemente caldeggiata solo da Formigoni, il presidente uscente, che vede come il fumo negli occhi un passaggio di consegne alla Lega, da lui considerata una traditrice (è soprattutto a causa dei voti negati dal Carroccio dopo l'arresto dell'assessore Domenico Zambetti, accusato di avere comprato voti dalla 'ndrangheta, che è caduta la sua giunta). Il Pdl, con un silenzio che appare quanto mai eloquente, finora su Albertini non si è mai ufficialmente pronunciato. E' solo un caso?

Liberarsi di un personaggio
che può diventare "scomodo"

Dire sì a Maroni e implicitamente no ad Albertini potrebbe portare alle vittoria delle elezioni – tutto è possibile a questo mondo – e rappresenterebbe anche l'occasione buona per scaricare un personaggio, stiamo parlando di Formigoni, che all'interno del partito fondato da Berlusconi potrebbe in futuro risultare scomodo. Ha già detto che farà politica finché vivrà. Già, si stanno chiedendo con tutta probabilità all'interno del partito, con quale ruolo? Qualcuno è disposto a pensare che Formigoni ne accetterebbe uno inferiore a quello di leader? Nel Pdl la lotta di potere interna, quella del dopo Berlusconi, è aperta già da tempo e le elezioni lombarde potrebbero insomma contribuire a risolvere alcune lotte di corrente in atto...

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lunedì 22 ottobre 2012

Salviamo l'ex fabbrica
di via Altaguardia!

Sì, lo so, è inutile essere tristi, il progresso non lo si può fermare. E nemmeno le trasformazioni della città. Milano ne è da sempre soggetta, non si è mai fermata, fagocitando interi quartieri in nome della modernità.

Per questo non ci si deve sorprendere se angoli che si sono salvati per miracolo negli anni sono ancor oggi destinati a scomparire in nome della costruzione di nuove soluzioni abitative. Ancor più in una zona che oggi più che mai appare in fermento, quella Porta Romana che sembra sempre più diventare un vero quartiere/succursale dell'Università Bocconi, vera piovra gigante che sta allungando i suoi tentacoli, diretti o indiretti, su tutto ciò che la circonda. Nuove palazzine, spesso veri e propri palazzi stanno sorgendo come funghi, da queste parti, riempiendo i pochi spazi rimasti ancora liberi o addirittura prendendo il posto di vecchie strutture sopravvissute ai decenni, in alcuni casi non tenendo conto del loro valore di "testimoni" del passato.

La struttura tipica
di una vecchia fabbrica

È il caso, per venire al punto, della ex fabbrica dell'Argenteria Ganci, in via Altaguardia, angolo via San Rocco. La sua struttura è quella tipica delle fabbriche che abbondavano in questo quartiere che, tra la fine dell'800 e i primi anni del 900, era tra i più produttivi della città. I suoi mattoncini rossi, le sue finestrone protette da bellissime inferriate di ferro battuto e finemente lavorato, la parte superiore che richiama le costruzioni industriali dell'epoca e il giardino interno, ricco di vegetazione selvatica e rampicanti, ne fanno un angolo da incorniciare, da preservare a ricordo imperituro.

E invece anche quest'angolo, come tanti altri, presto se ne andrà per lasciare spazio al solito condominio con cemento a vista, grandi vetrate, finti marmi, cespugli e alberelli senza spazio per le radici, destinati a rinsecchire, e prato di tre metri per tre a dare l'impressione del rispetto per l'ambiente. Gli occupanti dell'argenteria si sono spostati infatti pochi metri più avanti, nella stessa via Altaguardia, in uno spazio moderno e più consono alle loro nuove esigenze, e la vecchia struttura è stata ceduta a un'immobiliare, che ha presentato un progetto di conversione. In questi giorni sono iniziati i lavori di bonifica, preludio di interventi sulle strutture che presto verranno.

Punto di riferimento
del quartiere

Il progetto prevede il mantenimento dei muri esterni esistenti, ci hanno assicurato i futuri costruttori. Bene, ma non possiamo fare a meno di augurarci che non si verifichi quello che capita di solito in questi casi: qualcosa va storto, ci sono "crolli di strutture rese deboli dal tempo" oppure vengono trovati cavilli, per cui della vecchia struttura non resta che un triste ricordo.

Sarebbe un vero peccato, perché la bellezza di questo quartiere, fatto ancora di botteghe, laboratori, spazi di produzione artigianale – proprio da lì parte via Vannucci, che è una delle vie più interessanti della città, da questo punto di vista – passa anche attraverso la presenza di questa muta testimone dei tempi che furono. Che, per inciso, avrebbe potuto diventare lo spazio perfetto per accogliere qualcosa di legato al mondo produttivo o culturale, come laboratori, esposizioni, mostre, ecc., assumendo un ruolo di punto di riferimento per l'intero quartiere. E invece verranno costruiti altri appartamenti, destinati a restare per lo più vuoti.

Tra pochi mesi, di tutto ciò non resteranno con tutta probabilità che poche foto, e questo, l'abbiamo detto all'inizio, ci rende inevitabilmente tristi. Anche se sappiamo che è del tutto inutile esserlo, perché il progresso non lo si può fermare. Possiamo però pretendere che chi dovrà vigilare che tutto venga fatto a regola d'arte lo faccia davvero, con la massima attenzione...



(Vuoi sapere qual è stato il destino dell'ex fabbrica di via Altaguardia? Nessuna buona notizia, purtroppo, come puoi leggere qui).



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lunedì 15 ottobre 2012

Domeniche a piedi,
tra passato, presente e futuro

La quinta DomenicAspasso dell'anno. E' il 15 ottobre e le macchine sono ferme.

Oggi il tempo non è tanto bello, ma chi se ne frega, già è una bella soddisfazione svegliarsi senza sentire il rumore di fondo della città. Si sentono anche le persone che parlano, in strada.

PASSATO

Ma non tutti la pensano così, visto che appena diamo un'occhiata a Twitter scopriamo un messaggio che ci lascia l'amaro in bocca. E' scritto da qualcuno della Lega Nord di Milano e recita, nella sua prima parte: «Buongiorno milanesi appiedati dall'inutile blocco traffico!».

"Appiedati"? Ma che cosa significa appiedati? Senza auto? E che cos'è, un dramma? Forse che in questa domenica saremo costretti a restare chiusi in casa? O forse che, al contrario, è proprio l'occasione per andarsene tranquillamente in giro per la città? E poi, ancora: "Inutile blocco traffico"? Ma perché inutile e in quale caso sarebbe stato utile? Solo perché il cielo è grigio il blocco del traffico diventa inutile? Siamo ancora fermi al concetto di città senza auto solo per ridurre lo smog?

Forse è giunto il momento di cambiare un po' i propri punti di vista, di rendersi conto di quali siano le esigenze dei milanesi del XXI secolo. Non rendersene conto significa rimanere al palo, vivere, appunto, in un passato che non esiste più.

PRESENTE

Pietro oggi compie sei anni e ai suoi genitori ha chiesto di festeggiare il suo compleanno in bicicletta, in giro per la città. Appuntamento alle 15, al parchetto vicino alla scuola. E poi tutti, più di 20 bambini dai 5 ai 10 anni, accompagnati da vari genitori, in partenza alla volta dei Giardini Montanelli, in via Palestro. Lì, foto ricordo e giro turistico tra i viali del parco, esibendo le bandierine e i palloncini da pirati distribuiti per l'occasione ai partecipanti. Poi ancora sulle strade, semideserte di mezzi a motore, alla volta del Duomo, prima di tornare a casa, stanchi ma soddisfatti. Una bellissima e originale festa, che i piccoli ricorderanno a lungo e che lascerà un segno sul loro desiderio di vivere in una città in cui queste cose possano diventare la normalità.

FUTURO

Vittorio ha invece otto anni e mentre percorriamo le vie della città, dal basso del suo mini mezzo a due ruote, mi guarda e mi dice: «Per me la bicicletta è l'invenzione più bella dell'uomo». Ecco il motivo per cui queste giornate non possono essere considerate inutili. Sono preziose proprio perché mostrano ai nostri piccoli che Milano, se lo si vuole, può essere più bella, più vivibile, meno pericolosa per loro ma anche per i loro genitori. Quando cresceranno, c'è da crederlo, molti di loro avranno fatto tesoro di queste esperienze – da alcuni ancora considerate "inutili" – e le trasformeranno in nuovi stili di vita cittadini, contribuendo a cambiare una volta per tutte, in meglio, l'aspetto della nostra città.



venerdì 12 ottobre 2012

Mai più in quel bar!

Pausa pranzo. Giusto il tempo per fare quattro passi e spingerci un po' più in là, fino al Castello, per andare a vedere i vagoncini con i libri vecchi, come quello della gentile signora che ormai ti riconosce e sa già quello che cerchi. Il tempo di dare un'occhiata alla vetrinetta più interessante ed ecco che da lontano ti sembra giunga una musica conosciuta.

Ti concentri di più e non hai più dubbi, è "Shine On You Crazy Diamond" dei Pink Floyd. Come un fluido magico la musica ti attira e poco più in là scopri un ragazzo che, seduto su una seggiola, suona una chitarra con la musica che esce amplificata da due casse sistemate accanto a lui.

Come David Gilmour

Il solito furbastro, pensi. La musica è troppo uguale a quella del disco che hai ascoltato centinaia di volte, fino a consumarlo. Questo fa finta, penso mentre gli sbuco da dietro le spalle e mi sistemo di fronte a lui, dove già ci sono almeno quindici/venti persone. Incredibile, la chitarra la suona veramente, a meno che non sia un fenomeno dell'imbroglio. Una musica sublime, esce da quello strumento, sembra di stare lì, come per miracolo, a pochi metri di distanza da David Gilmour...

Le facce dei presenti vanno dal sorpreso all'estasiato. Vedo uno mettere una banconota da dieci nella custodia della chitarra. Cerco qualcosa anch'io, non posso fare a meno di lasciargli un segno del mio compiacimento. Mentre ancora non ha finito il pezzo lascio il mio contributo, faccio segno di "Ok" al fenomeno e mi allontano, perché ho un po' di strada da fare a piedi prima di arrivare al mio ufficio. Ma, non so voi, io non riesco a lasciare a metà una musica che sto ascoltando. Mi è sempre successo così, non ci riesco e basta.

Un'auto nell'isola pedonale

Torno dunque sui miei passi, correrò un po' dopo, ma "Shine" me la voglio sentire tutta. Il mio comportamento è probabilmente notato dal tipo che aveva messo i dieci euro, che mi si avvicina e mi dice: «Ma suonerà davvero lui? Prima ha fatto "Smoke on the water" in un modo fantastico...». Anche lui è esaltato dall'ascolto, così come il distinto signore in giacca e cravatta che si unisce a noi e confessa di essere lì da più di mezz'ora e di non essere riuscito a staccarsi, dopo avere sentito una versione di Santana da brividi. Il nostro eroe ha nel frattempo finito il suo pezzo e si è beccato gli applausi del pubblico che nel frattempo è aumentato a vista d'occhio.

Neanche il tempo di un sorriso e di ringraziare che ecco giungere da via Dante, attraverso la zona pedonale, una macchina che frena bruscamente davanti al musicista di strada. Ne scendono due persone dall'aspetto deciso, che chiedono senza troppa gentilezza i documenti al chitarrista reincarnazione di Ritchie Blackmore (pur essendo lui vivo e vegeto). C'è chi si è lamentato, dicono. Si tratta del proprietario del bar che è posto lì di fronte a qualche decina di metri di distanza, che tra l'altro assiste compiaciuto alla scena dalla porta del suo locale. 

Un barista con la puzza sotto il naso

Il musicista mostra i permessi, dice che ha fatto richiesta, che è tutto in regola, che ha pagato la tassa al Comune per stare lì. Ma i due gli rispondono che dovrebbe spostarsi più in là, (dove non c'è passaggio...), che la musica è troppo alta, che non può esporre i suoi cd (e non è vero, dice il musicista, non posso esporre il loro prezzo, e questa è una cosa diversa...). Insomma, i due sono fermi e irresoluti, mentre qualcuno timidamente, si lascia sfuggire ma lasciatelo in pace e qualcun altro sottolinea che si tratta di un vero artista...


Insomma, non so come sia andata a finire, gli impegni di lavoro mi hanno fatto scappare in tutta fretta. Ma io e i miei due amici siamo stati d'accordo nel pensare che il blitz con l'auto civetta, i due poliziotti in borghese, tutto questo zelo per salvare l'incolumità di un barista probabilmente con un po' di puzza sotto il naso ci hanno fatto perdere un quarto d'ora di gioia. E questo non glielo perdoneremo mai. 

Io, ad esempio, in quel bar non ci berrò mai più neanche un caffè!

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martedì 25 settembre 2012

Consiglio regionale,
com'è dura la vita/3


Le scuse di Antonio, il nostro amico che ha lavorato per un certo periodo in Consiglio regionale, sono doverose, visto che per continuare il suo racconto, iniziato lo scorso settembre 2011, ha aspettato circa un anno. Nelle due precedenti puntate aveva parlato soprattutto del lavoro effettuato dai consiglieri regionali – gente che guadagna qualcosa come 10mila euro netti al mese – in ufficio e nelle commissioni.

E' tempo, ora, di fargli raccontare qualcosa di quanto accade nell'aula del Consiglio, durante le sedute. «Anzitutto – inizia Antonio – bisogna ricordare che i giorni in cui l'aula è al lavoro sono solo due la settimana, il martedì e il mercoledì. Pochi, verrebbe da dire, ma sarebbero giusti se negli altri giorni i consiglieri svolgessero le attività che dovrebbero a livello di ufficio e di commissione (che come abbiamo visto nelle puntate precedenti, per molti sono del tutto sconosciute). Due giorni, dunque, con riunioni che possono però protrarsi anche fino a tarda ora, che in questo caso coincide con le 19, 19 e 30, anche se nel programma vengono sempre indicate le 24».

La puntualità qui non è di casa

«Le sedute iniziano alle 10. Ma sarebbe meglio dire "le sedute dovrebbero iniziare alle 10", perché a quell'ora di consiglieri, sugli 80 previsti, se ne vedono sì e no una decina. Gli altri arrivano alla spicciolata, con grande flemma, anche con mezz'ore di ritardo. Stessa cosa dopo la pausa per il pranzo. In effetti una sola ora e mezza è forse poca per un lauto pranzo – che ogni buon consigliere regionale è giusto si conceda – ecco che quindi, invece che alle 14 e 30, l'inizio dei lavori pomeridiani può slittare anche di un'ora. Ma nessuno sembra preoccuparsene. O pochi, comunque: se qualcuno lo fa notare al presidente, si becca i sorrisini se non i rimbrotti dei suoi colleghi, che sembrano dire "non fare il primo della classe, prenditela comoda, vivi e lascia vivere"».

Vabbè, magari gli orari non vengono proprio rispettati, facciamo osservare ad Antonio, ma poi quando c'è da lavorare ecco che i consiglieri – e gli assessori, con il presidente della Regione, perché in Consiglio ci dovrebbero andare anche loro, ma di questo parleremo dopo – si trasformano e diventano di colpo seri e ligi al loro dovere...

La corsa al voto

«Magari – risponde secco Antonio –. Magari... Dovete sapere che nell'atrio che dà accesso all'aula c'è un piccolo bar e, tutt'intorno, comodi divani in pelle. Sono, questi, i luoghi più frequentati dalla maggior parte dei consiglieri, che qui sorseggiano caffè e cappuccini, chiacchierano amabilmente, leggono i giornali, mentre all'interno dell'aula si discute dei destini dei cittadini lombardi. Poi a un certo punto suona una campanella e tutti si scuotono, saltano in piedi come molle e si dirigono verso la porta dell'aula dove entrano spingendosi come un fiume in piena per raggiungere al più presto la loro postazione. Perché bisogna votare. Che cosa? Boh... l'unica cosa che sanno, questi signori è che devono votare sì o no, a seconda dell'indicazione del loro capogruppo. A volte il numero legale non è ragiunto perché alcuni consiglieri si attardano alla bouvette, devono finire il loro croissant. In questi casi il presidente dell'aula finge che ci siano problemi tecnici e temporeggia, senza che nessuno dica niente, fino a quando tutti i suoi sono entrati e possono inserire la scheda per il voto».

Esco un attimo, ma torno subito...

Edificante, davvero. «Ma niente in confronto a quello che fanno alcuni consiglieri – continua il racconto di Antonio – che fingono di presenziare alle sedute ma poi immediatamente si defilano. Per ogni presenza in Consiglio, così come per le Commissioni, è prevista infatti una diaria. Ecco dunque che ci sono quelli che arrivano, firmano, si siedono, si guardano intorno per una decina di minuti poi si alzano di scatto, come se fosse loro venuto in mente qualcosa che devono fare appena fuori dall'aula. Si avvicinano all'uscita con noncuranza, escono dalla porta e nessuno li vede più per il resto della giornata».

Una foto ricordo per il presidente

E veniamo agli assessori e al presidente della Regione. Come detto dovrebbero presenziare alle sedute, come gli altri consiglieri. Ma se gli assessori in linea di massima ci sono quasi sempre – chi legge il giornale, chi scrive sms, chi sonnecchia scocciato dal disturbo che viene dalle voci dei relatori oppure, nel migliore dei casi, chi risponde con sufficienza alle interrogazioni dei consiglieri – il presidente si fa notare quasi sempre per la sua assenza. La leggenda vuole che segua tutte le riunioni dal suo ufficio, posto all'ultimo piano (prima del Pirellone, adesso del palazzo che si è fatto costruire lì vicino). Ma nessuno sa se questo sia vero. Qualche volta si fa vedere, il presidente. In occasione del Concerto di Natale che viene eseguito in aula, per esempio, o anche tutte le volte che si vota e si approva una legge considerata importante, che il giorno dopo verrà citata sui giornali con tanto di foto ricordo. In quel caso il presidente si presenta qualche minuto prima del voto e si concede agli applausi della maggioranza, che ha votato naturalmente compatta, e ai click dei fotografi posizionati sulla balconata riservata alla stampa».

Gente che guadagna 10mila euro netti al mese

«Ecco qui – conclude il suo racconto Antonio – questo è ciò che fanno le persone che abbiamo votato all'interno del Consiglio regionale. Gente che guadagna 10mila euro netti al mese, più i vari rimborsi di cui è fin difficile conoscere l'entità, che può circolare in centro senza pagare il ticket, può parcheggiare dove vuole senza spendere un centesimo, viaggiare in autostrada gratis, forse anche sui treni e sugli aerei. Gente che se vuole mangia gratis nella mensa del Consiglio e se va al ristorante durante la settimana o fa il pieno alla sua automobile può chiedere il rimborso al gruppo politico, che poi si farà dare i soldi dal Consiglio stesso. Ma questo è un altro argomento...».

Grazie Antonio, grazie per averci raccontato come funzionano le cose all'interno del Consiglio Regionale della Lombardia, che molti definiscono la "Terza Camera d'Italia". Un vero esempio di efficienza o, come direbbe qualcuno, di "eccellenza"...




lunedì 27 agosto 2012

Cose che succedono (forse) per caso

Questa cosa mi è successa qualche mese fa, ma solo adesso ho realizzato che potrebbe essere utile parlarne su Milanau.

Ho fatto cambiare due gomme alla mia auto, da un gommista che ha l'officina quasi sotto a casa. Dopo un giorno o due, mia moglie (io l'auto in città riesco per fortuna a non usarla) ha cominciato a sentire dei fastidiosi rumori provenire dalla zona della ruota anteriore sinistra. Qualche botta per qualche buca della strada, abbiamo pensato. Ma il rumore, è aumentato sempre più.

Quei rumori insopportabili

Una sera, tre giorni dopo il cambio delle gomme, siamo andati a Bergamo, con i bambini. All'andata, in autostrada, il rumore era abbastanza forte. Al ritorno era diventato insopportabile. Mi sono fermato per vedere se c'era qualcosa che penzolava all'interno della ruota da cui provenivano i suoni misteriosi. Ho cercato di capire se c'era qualcosa di rotto, ma non ho trovato niente, anche perché era sera tarda e la luce era  scarsa. Ho percorso l'autostrada a non più di 40 all'ora, attirandomi le ire di automobilisti e, soprattutto, camionisti.

Il giorno dopo ho portato l'auto da un meccanico. Ero in ufficio da pochi minuti quando è suonato il telefono. «Scusi, ma lei è matto ad andare in giro così?». «Perché, scusi?» «Perché lei stava perdendo una ruota, su quattro bulloni ce n'era attaccato ancora solo uno. Lei ha rischiato la vita...».

«Qualcuno le ha svitato i bulloni di notte...»

Sì, ho rischiato la vita. Io e la mia famiglia. Sono andato dal gommista, quello quasi sotto casa e gli ho raccontato, cercando di restare calmo, quello che mi era capitato. «Lei parcheggia l'auto sulla strada? Ah, ecco, qualcuno le ha di sicuro svitato i bulloni di notte», ha risposto. «Lo fanno, sa?!? Non è di certo colpa nostra», ha concluso con la sua espressione sorridente e quanto mai sicura di sé.

Già, ha ragione lui, non potrò mai verificare se la colpa sia sua o no. So solo che mi piacerebbe conoscere quella persona che decide di prendere di mira un'auto a caso, in un parcheggio sulla strada, lungo una via, togliere il copricerchio, svitare tre bulloni (con la chiave che si è portato con sé) e rimettere al suo posto lo stesso copricerchio. Il tutto così, per puro divertimento...

Da quel gommista non ci torno più!

Il mondo è pieno di pazzi, questo è vero. Ma io da quel gommista non ci torno più di sicuro. Anche perché le gomme che ho cambiato quella volta erano solo due, mentre con le altre due, queste le parole del mio "amico", potevo «percorrere ancora un bel po' di chilometri». Se non fosse che fin da subito una delle due ha cominciato a perdere pressione regolarmente, poco alla volta, e l'altra si è consumata in modo sospetto fino a diventare liscia, dopo poche settimane, perché probabilmente male bilanciata (oppure perché la gomma "buona"mi è stata sostituita con un'altra già consumata, chissà...). Tre prove, dicono i grandi detective, fanno una colpa (e forse a volte ne bastano anche solo due...).

E qui veniamo al motivo per cui ho deciso di raccontare questi fatti: c'è per caso in giro qualcuno cui sia capitato qualcosa del genere, a Milano, negli ultimi tempi? Chissà mai che si scopra che certe cose non succedono per caso...

P.S.: è chiaro che questo non è un atto d'accusa indiscriminato nei confronti di tutti i gommisti milanesi, ci mancherebbe. Il tentativo di individuare eventuali mele marce presenti tra loro è finalizzato piuttosto a difendere l'onorabilità e la serietà del lavoro che caratterizza in generale la loro categoria.

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martedì 21 agosto 2012

Bentornato, Samarani Cafè
(ma il finale non è allegro)


Ci passavo davanti quasi tutti i giorni, ma mai mi era venuto in mente di fermarmi lì, per un pranzo o anche solo per un veloce caffè. Eppure oggi ci sono voluto andare per scelta, perché mi piace la storia di questo bar. O meglio, mi piace la nuova direzione che ha preso la storia di questo bar.

Sto parlando del Samarani Cafè, locale per il quale non ho paura di fare pubblicità, tra poco ne capirete il perché.

E' un locale che, quando lo vedo aperto, mi mette tranquillità. Perché sono contento sia stato riaperto, semplicemente per questo. Così come ero contento, qualche giorno fa, che l'avessero chiuso. Meglio spiegare la faccenda, per chi non ne avesse mai sentito parlare.

A inizio luglio questo storico bar milanese, che si affaccia sotto i portici di piazza Diaz, a pochi passi dal Duomo, era stato posto sotto sequestro dalla Guardia di Finanza perché considerato di proprietà di persone appartenenti a una cosca mafiosa, con conseguente chiusura al pubblico.

Salvato il lavoro di diciotto dipendenti

Ma poco più di un mese più tardi, qualche giorno prima di Ferragosto, il bar ha riaperto i battenti, a sorpresa. Perché il Samarani è stato nel frattempo (a tempo di record) affidato dallo Stato a un amministratore giudiziario che ne gestisce ora le sorti, salvando così il posto di lavoro e lo stipendio dei diciotto dipendenti che erano improvvisamente rimasti a casa. Una riapertura che rappresenta un vero successo, tanto che gli incassi fatti in questi pochi giorni sembrano essere il doppio di quelli denunciati lo scorso anno dalla vecchia gestione, cosa che aggiunge un sorriso a una situazione già di per sé positiva.

Un bellissimo messaggio, mi sembra. Un esempio di come si debba condurre la lotta alla mafia, colpendola nei suoi aspetti economici senza danneggiare chi della mafia è, per un verso o per l'altro, vittima. Una situazione che mi rasserena e che, potete giurarlo, mi farà andare spesso a pranzare al Samarani.

Almeno lì sono sicuro che i miei soldi verranno impiegati nel giusto modo. A sentire quello che si dice in giro, infatti, non è che nella totalità degli altri locali milanesi si possa pensare la stessa cosa...


Samarani Cafè, aggiornamento giugno 2014

Putroppo no, il Samarani non ce l'ha fatta a rimanere aperto. Sono ormai mesi, in pratica dall'inizio dell'anno, che sulla vetrina è esposto il cartello "Chiuso per inventario".

Dentro, lo si intravede dai vetri, tutto è rimasto al suo a posto. Ma la polvere ormai, si intravede anche questo, sta avendo il sopravvento, come succede in quei luoghi abbandonati in fretta e furia che vediamo spesso nei film in cui vengono raccontate storie di catastrofi o di epidemie.

Non conosciamo il motivo di questa chiusura e un po' ne siamo anche sorpresi, perché ci sembrava che l'attività del caffè fosse ormai riavviata con successo.

Peccato, speriamo non sia un'occasione persa. E, soprattutto, che non sia la fine ingloriosa di quello che aveva tutte le carte in regola per diventare un simbolo di legalità ed efficienza (due parole che dalle nostre parti sembrano essere sempre più "fuori moda").


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giovedì 16 agosto 2012

Milano, impressioni d'agosto

Mattina,
ore 8 e 30. 

Colazione in un bar nella nostra zona, mai visto prima.
«Da quanti giorni siete aperti?» la domanda sorge spontanea. «Da quante ore, vorrà dire. Oggi è il nostro primo giorno», la risposta.
E' il 16 agosto, ci siamo solo noi due, nel locale, con tre persone di servizio. Ci prendiamo le brioche, ci sediamo a un tavolino sistemato proprio davanti al bancone e ordiniamo caffè d'orzo e cappuccino.
La ragazza è tra noi e il bancone e quando il suo collega dice che caffè e cappuccino sono pronti, ci dice, con gentilezza, che possiamo andarli a prendere...
Mi alzo e porto le tazze al tavolino. «Cominciano bene...», penso tra me e me (e la stessa cosa, è evidente, la pensa mia moglie, che mi sta seduta di fronte).
«E' stato di vostro gradimento?», chiede con inusitato trasporto da neobarista il cassiere, al momento di pagare. «Sì, certo» rispondiamo mentre usciamo, lasciando le tre persone di servizio da sole, forse molto felici per questi due nuovi clienti conquistati.

Pausa pranzo, ore 13 e 15.

Fame. Il mio solito baretto è chiuso. Poco male, l'occasione per scoprire qualcosa di nuovo. In una grande via vicina al mio ufficio, un bar con tavolini sul marciapiede e tanta gente seduta, soprattutto turisti stranieri. Mi siedo, ordino piadina con bresaola, caprino e rucola. Aspetto, mentre leggo le ultime news su Twitter.
Arriva la piadina. C'è la bresaola, c'è la rucola e c'è anche il brie. Io odio il brie. Me ne sto zitto, non ho il tempo di aspettare una nuova piadina e mi mangio quella che mi hanno portato. Ordino il caffè e quando la ragazza me lo porta le dico: «Guardi che io avevo chiesto caprino». Lei, con naturalezza e con il suo accento slavo, mi risponde: «Sì, ma era finito...».
Vabbè, paghiamo. Vado alla cassa, l'altra ragazza mi dice che fanno 6 euro e 50. Conto i soldi, glieli consegno e lei mi dice grazie. Momento di silenzio, i nostri sguardi si incrociano per una frazione di secondo. Lei tace, mostra di andarsene.
«Mi può dare lo scontrino, per favore», la blocco. «Sì, certo» dice lei, con naturalezza e con il suo accento dell'Est, mentre pigia i tasti della cassa.
Esco, me ne torno in ufficio.


Oggi, 16 agosto 2012, a Milano è una giornata un po' così.


#evergreen Leggi la lettera ai milanesi in vacanza pubblicata lo scorso agosto 2011 su Milanau: «Cari Milanesi che siete in vacanza, quest'anno non tornate in città...».


lunedì 6 agosto 2012

Quella inutile terza corsia

L'allargamento del tratto dell'Autostrada dei Laghi che va da Lainate fino a Como (per ora solo in quella direzione) sta per essere ultimato. Ancora poche notti di lavori e di disagi per gli automobilisti e poi quel tratto autostradale potrà mostrare in tutto il suo splendore le sue tre fiammanti corsie. L'allargamento di quel tratto autostradale, lungo poco più di 23 km, in aggiunta ad altre opere accessorie – un nuovo svicolo, barriere antirumore, ecc. – costerà, a lavori ultimati, circa 434 milioni di euro.

Una bella cifra, non c'è che dire, che va ad aggiungersi a tutte quelle equivalenti o superiori impiegate per donare a molte altre autostrade italiane una terza corsia. Un'esigenza che sembra essere sempre più riconosciuta dai nostri governanti – a tutti i livelli, da quelli nazionali a quelli semi-locali – che dimostrano di non viaggiare mai in auto, se non con vetture blu con lampeggianti attivi, che si fanno strada prepotentemente nel traffico ed evitano ogni tipo di impedimento stradale.

I soldi investiti in terze corsie sono soldi buttati via

Perché i soldi utilizzati per costruire le terze corsie autostradali sono soldi, possiamo dirlo ad alta voce, buttati via. E' sufficiente uscire dalla nostra città e viaggiare lungo le nostre arterie principali – prendere l'autostrada per Bergamo, per fare un esempio, oppure quella che porta a Genova, per farne un altro – per rendersi conto che gli italiani nella corsia più esterna non ci viaggiano mai. Può esserci anche tutta la strada libera, ma riuscire a vedere auto in ordine sulla corsia di destra è quasi impossibile. Lì ci stanno solo i camion, i camper, i pullman, anche questi mezzi senza però esagerare...

Gli altri, guidatori di automobili di ogni cilindrata, da quella minima a quella più potente, viaggiano con costanza nelle corsie di sorpasso anche se procedono a velocità limitate. Perché? Forse si sentono più sicuri, in mezzo alla strada. Forse ritengono che procedere nella corsia di destra sia un'onta e al contrario viaggiare in quella di centro anche se non c'è nessuno a destra sia un diritto.

Basterebbe conoscere il Codice della strada

O, forse, non conoscono il Codice della strada, che all'art. 143, comma 5, prescrive:
"Salvo diversa segnalazione, quando una carreggiata è a due o più corsie per senso di marcia, si deve percorrere la corsia più libera a destra; la corsia o le corsie di sinistra sono riservate al sorpasso". 
Un comportamento illegale, dunque, quello dell'occupazione senza motivo delle altre corsie, che può portare a una multa di 155 euro con decurtamento di 4 punti della patente. Ci piacerebbe sapere se qualcuno ha mai dovuto pagare un'ammenda per un comportamento di questo tipo. Illegale perché pericoloso, oltre che poco educato nei confronti degli altri automobilisti.

Insomma, il traffico caotico delle nostre autostrade è rimasto tale nonostante gli ampliamenti apportati in questi ultimi anni, perché la terza corsia è sempre vuota e si riempie solo in caso di code che bloccano lo scorrimento del traffico. Saranno tutti soldi spesi inutilmente, quelli investiti in operazioni di questo tipo, finché non si procederà a un'efficace opera di educazione stradale degli italiani (basta oltrepassare un qualsiasi confine per capire che questo è un fenomeno tutto nostrano...). E l'unico modo efficace per educare gli italiani - triste dirlo ancora una volta ma è così – è toccarli in quello che gli è più caro, cioè il portafoglio.

Care forze dell'ordine che operate sulle autostrade italiane, quando comincerete a farlo?

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mercoledì 1 agosto 2012

Area C, vagone di un treno
che conduce al futuro


«Evviva, l'Area C non c'è più!». Questo il grido di gioia di tutti coloro che in questi giorni, con somma soddisfazione, possono finalmente ritrovarsi fermi in coda, come ai vecchi tempi, nelle strade del centro cittadino. Vuoi mettere la comodità di procedere dieci centimetri ogni quarto d'ora ma comunque comodamente seduti nella propria vettura, in confronto a doversi sobbarcare comode ma odiose trasferte a piedi, in bicicletta, con lo scooter o, peggio che peggio, con gli odiati mezzi pubblici.

Finalmente il milanese puro, quello vero che ama fino in fondo la sua città e vuole viverla in ogni suo centimetro, può essere quanto mai felice per la chiusura di Area C, scrivendo su Twitter: "E ora tutti alle Colonne in automobile a festeggiare". Finalmente gli oppositori dell'amministrazione Pisapia possono cantare vittoria e sbeffeggiare il sindaco e la sua giunta, ritenuti capaci solo di mettere le mani nelle tasche dei cittadini.

Via Santa Sofia, ore 8 e 45 di giovedì 1° agosto 2012

Vie intasate, come non accadeva da mesi

Così oggi, mercoledì 1° agosto 2012, le strade del centro sono intasate come non lo erano nemmeno nello scorso mese di dicembre. Al calore soffocante dell'estate si aggiunge quello dei motori fermi ai semafori e in coda. Le finestre devono essere tenute chiuse, perché gli scarichi dei tubi di scappamento sono tornati a essere aggressivi come non ci ricordavamo più. Ma l'importante è essere felici, poter scorrazzare (si fa per dire) in centro, sentendosi padroni assoluti della città.

Tornerà, l'Area C, o qualcosa del genere, questo c'è da giurarlo. Ma questa parentesi di ritorno al passato ha dimostrato una cosa, se comunque ce ne fosse bisogno. Che si può influire sulla mentalità della gente solo toccandole il portafoglio. Perché Quella di Area C è stata fin da subito una battaglia di civiltà, il tentativo di rendere la città di Milano più vivibile, cercando di inculcare ai milanesi e ai visitatori – per lavoro o per turismo – il principio che questa città "può essere migliore senza auto".

Niente ticket d'ingresso? In centro tornano le auto!

Cominciando dal centro, certo, ma con la previsione di allargare quanto più e al più presto l'area interessata dal controllo dei flussi di traffico. Ma solo facendo pagare una quota di ingresso si riescono a convincere molti cittadini a lasciare a casa l'auto e a servirsi dei mezzi pubblici. E quindi, ora che il pagamento non c'è più, ecco che sono tornate le auto. Per incidere sulla mentalità sono con molta probabilità necessari anni, forse decenni, bisogna influire sulle generazioni future, attraverso l'insegnamento prestato da quelle presenti. Che si comportano in un certo modo, questa è la dimostrazione, solo quando vengono toccate in quanto gli è più caro, cioè nel portafoglio.

Forse l'errore di base – se vogliamo cercarlo – è stato quello di fare passare Area C come un intervento che mira soprattutto alla diminuzione dello smog cittadino. I rilievi, dicono i detrattori degli accessi nel centro a pagamento, dimostrano che l'inquinamento è diminuito in modo relativo, dunque Area C è solo utile ad arricchire le casse comunali. Ignorando, o fingendo di ignorare, che questo centro di Milano senza auto (o quasi) è diventato molto più bello, vivibile, percorribile. Lo dicono tutti quelli che ci vivono o che ci si devono recare ogni giorno, questo è un dato che è difficile contestare.

Via Francesco Sforza, stesso giorno e stessa ora

Ma il traffico aiuta davvero ad aumentare le vendite?

Poi ci sono i commercianti che si lamentano, certo. Non per sminuire le loro richieste, ma l'impressione è che i commercianti si lamentino sempre e comunque vadano le cose. La domanda è: possibile che un negozio di via Torino, corso Magenta, via Manzoni, dove per lo più è impossibile parcheggiare, venga così fortemente penalizzato dalla chiusura del traffico? Questo è un concetto che fatichiamo a comprendere.

Se così fosse il Quadrilatero, quasi tutto isola pedonale, avrebbe dovuto chiudere i battenti da tempo immemorabile. Allora, forse, è solo un problema di qualità. O forse è semplicemente una questione di crisi generalizzata, o di offerta che è spesso troppo estesa rispetto a una domanda che tende sempre più a diminuire, soprattutto per quanto riguarda tutto ciò che può essere considerato – in tempi di difficoltà economiche – effimero. Qualcuno ha poi cominciato a pensare a quanto influisca, ormai, l'aspetto degli acquisti online, spesso molto convenienti rispetto a quelli effettuabili nei negozi e soprattutto fruibili stando comodamente seduti sul proprio divano? Ma forse è meglio e più sbrigativo, sicuramente meno impegnativo, puntare il dito su Area C...

L'esempio che arriva da Stati Uniti e Germania

Il mondo sta cambiando, cerchiamo di rendercene conto. Negli Stati Uniti le grandi città si stanno organizzando per offrire una vita migliore ai loro residenti, ovunque si sta lavorando per diminuire il traffico, lo smog, il consumo di energie inutili e dannose per la salute. Anche le grandi città europee, molte di loro, sono già avanti da questo punto di vista. Provate a farvi un giro in Germania, tanto per farvi un'idea di quello che vuol dire vivere in una grande città impostata all'insegna della vivibilità. Area C è una piccola misura – se rapportata a tutto quello che c'è da fare – che va in questa direzione, quella verso cui sta cercando di andare il resto del mondo civile. Gli interessi di bottega – spesso mascherati da interessi di bassa politica e di costante e continua ricerca di porzioni di potere – possono portare a vincere alcune piccole battaglie, ma sono destinati a perdere, senza speranza per loro, la guerra finale.

A meno che non si voglia restare al palo, e perdere anche questo treno. Perché Area C rappresenta il piccolo vagone di un grande convoglio che – ancor più di altri tanto acclamati – è destinato a portarci diritti al futuro, a farci restare a pieno diritto tra i Paesi considerati civili. Milano lo è sempre stata, tra le realtà civili del mondo, e alla fine riuscirà a ritagliarsi anche in futuro il ruolo di città protagonista che le spetta per tradizione, nonostante tra i suoi cittadini ci siano anche quelli che hanno festeggiato, "sgasando" con la loro automobile in centro città, per la sospensione di Area C.

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martedì 17 luglio 2012

Se Nicole Minetti se ne va,
lombardi umiliati e offesi

L'aula del Consiglio regionale
Premessa: se il nostro fosse un Paese normale, questo sarebbe un articolo-commento normale. Non essendolo il primo, può essere scritto e letto solo come un paradosso il secondo.

Come lombardi ci sentiamo offesi, e non vorremmo sentirci anche umiliati. Siamo la Regione più produttiva d’Italia, il fiore all’occhiello del nostro Paese. Frutto di una politica accorta, dicono in molti, e della serietà dei nostri politici.

Il Consiglio regionale lombardo, non a caso, da molti (e a ragione) viene definito la terza Camera italiana, che si va a posizionare subito dopo il Senato e quella dei Deputati. A comporlo viene costantemente chiamato il fior fiore (!) della classe politica locale e grazie a questo le eccellenze regionali, in tutti i campi, sono ben riconosciute anche oltre i nostri confini. E allora, ecco che non può che darci fastidio il fatto che ci sia chi, senza apparente motivo, chieda per ragioni sconosciute – con molta probabilità di opportunità di natura strettamente politica – le dimissioni di un consigliere. Anzi, per essere precisi, di una consigliera. Stiamo parlando, non sarà sfuggito a nessuno, di Nicole Minetti.

La Minetti, inserita nel listino bloccato di Formigoni

Fatto grave, non c’è dubbio. Ma come, una giovane e intraprendente donna regolarmente eletta a rappresentare il popolo lombardo dovrebbe dimettersi perché persone estranee allo stesso Consiglio, per ragioni strettamente politiche, glielo chiedono in modo insistente? Ma perché dovrebbe farlo? Ha forse combinato qualcosa di grave? Oppure è diventata improvvisamente indegna di occupare lo scranno consigliare?

L’offesa arrecata alla Lombardia e al suo operoso popolo è ancora più grave se si pensa che la suddetta Minetti non ha dovuto nemmeno passare attraverso il giudizio degli elettori, ma è stata inserita nel listino di Roberto Formigoni, il candidato alla presidenza della Regione del centrodestra (Pdl più Lega Nord) che poi è risultato vincitore delle ultime elezioni.

È chiara l’utilità di tale listino: riunire un gruppo di persone d’eccellenza che, forse perché meno conosciute alla grande massa, rischierebbero di non essere elette se si presentassero alle elezioni. Ma per la loro capacità, integrità, professionalità, ecc. sono ritenute troppo importanti per non essere annoverate tra i componenti del Consiglio e allora la legge offre ai candidati alla presidenza della Regione l’opportunità di poterli inserire in un proprio listino, così che queste persone speciali possano arrivare direttamente alla carica di consigliere in caso di vincita del loro “pigmalione”.

Così è accaduto per la Minetti. Formigoni ha ritenuto che di lei non poteva fare a meno. Lei era poco conosciuta al grande pubblico, o perlomeno sconosciute erano le sue capacità in fatto di politica. Per questo Formigoni ha ritenuto di non poter rischiare che non fosse eletta e l’ha inserita nel suo listino, portandola, grazie alla sua vittoria, a fare parte della Terza Camera italiana. Un gesto lungimirante, non c’è che dire, che rischia ora di essere vanificato dalle richieste insistenti, provenienti da altrove, di dimissioni che la riguardano.

Formigoni deve dire «no, grazie!» a Berlusconi

Una pressione esterna che, riteniamo, Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, non deve accettare. Così come ha difeso finora la sua fidata consigliera dalle richieste provenienti dalle forze di opposizione – che, chissà perché, chiedevano a loro volta che se ne andasse – deve ora mostrare la stessa integrità e forza d’animo e dire “no, grazie” anche a queste nuove richieste, provenienti dal suo stesso partito e in particolare dal suo leader, Silvio Berlusconi. Formigoni, lo ripetiamo, non può accettare questo diktat.

Se lo facesse, anche lui pare averlo capito, diventerebbe il grande sconfitto di tutta la vicenda. Le dimissioni forzate non colpirebbero la sola Minetti, ma anche e soprattutto lui, che si vedrebbe con clamore sconfessare una scelta da lui fatta e sempre difesa, anche quando forse ne avrebbe fatto volentieri a meno. Forse che il vero bersaglio, politico, di questa richiesta sia proprio lui?

Ma, considerazioni di questo tipo a parte, se Formigoni non ha motivi per ridere, ancor meno ne abbiamo noi lombardi che da lui, in Italia e nel mondo, siamo più o meno degnamente rappresentati. E' per questo che di tutta questa vicenda, alla fine, i veri umiliati e offesi saremmo proprio noi. E non è che la cosa ci farebbe proprio un grande piacere...

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lunedì 9 luglio 2012

Di G8 e della funzione
delle telecamere di sicurezza

Katia, Stefano e Susanna non stavano più nella pelle. Tra due giorni avrebbero rotto la solita routine del lavoro in ufficio e sarebbero andati a Genova, dove avrebbero partecipato – tutti e tre per la prima volta – a una grande manifestazione contro i poteri forti, quelli che governano il mondo e ne decidono le sorti senza tenere conto delle esigenze e dei diritti dei più deboli. «Ci sarà il G8 – dicevano –, una cassa di risonanza fantastica, il messaggio di quelli che protestano farà il giro del mondo».

Con grande entusiasmo alla volta di Genova

Un grande entusiasmo, alla loro partenza. Un sentimento ben diverso da quello che avrebbero raccontato ai loro amici al loro rientro in ufficio, qui a Milano, tre giorni dopo. Faticavano a raccontare, cercavano di capire che cosa era successo ma non ci riuscivano, ricordavano momenti di grande paura e terrore, misti ad altri di altrettanto grande stupore per come si erano messe le cose.

A un certo punto, così avevano racontato, insieme a tante altre persone come loro – che il giorno dopo sarebbero tornate nei loro uffici a fare il loro solito lavoro di routine – si erano trovati chiusi tra due cordoni di polizia, in una stretta via. La polizia avanzava e la pressione e la paura aumentavano in uguale misura. Solo l'apertura di un varco – chissà, forse la polizia era stata attratta da qualcos'altro – aveva evitato che le persone si calpestassero a vicenda nella ricerca disperata di una via di scampo. Loro erano lì solo per partecipare gioiosamente a una manifestazione, com'era possibile che si fossero trovati coinvolti in azioni di guerriglia urbana di questo genere?

Una sentenza contro i capi delle forze dell'ordine

Questa è una domanda che molti si sono portati dentro per tanto tempo e che ancora non ha trovato una risposta convincente. Ma almeno oggi una sentenza ha decretato che qualcuno – cioè tutti coloro che ai quei tempi erano a capo delle forze dell'ordine coinvolte negli scontri di Genova – in quel frangente sbagliò completamente l'approccio a una situazione delicata e degna di grande attenzione. Quanto fu compiuto all'interno dell'ormai famigerata scuola Diaz – dove molti manifestanti che lì dormivano furono sorpresi nella notte, violentemente percossi, minacciati e, come dice la sentenza, senza nessun valido motivo arrestati – è stato oggi riconosciuto definitivamente come reato, e questo è un passo avanti per tutti coloro che credono che con la violenza non si ottenga niente di buono, men che meno se a usarla sia addirittura lo Stato.

Molti sono stati riconosciuti colpevoli e pagheranno per questo. Ma molti altri non subiranno mai le conseguenze delle scelte scellerate che fecero tra le strade del capoluogo ligure. E non pagheranno conseguenze, di sicuro, i politici che indirizzarono in questa occasione l'azione delle forze dell'ordine, coloro che balzati da poco al comando della nostra nazione avevano ritenuto di poter utilizare Genova come banco di prova per una nuova stagione, quella che avrebbero voluto governare con l'utilizzo del pugno di ferro. Doveva essere come una sorta di avvertimento, Genova. «Sappiate che da questo momento si cambia, adesso ci pensiamo noi a ristabilire l'ordine...», solo che a Genova la forza fu usata in modo vigliacco, contro i più deboli, mentre i veri nemici, quelli che stavano mettendo a ferro e fuoco la città, furono lasciati liberi di sfogare tutta la loro violenza senza essere in alcun modo frenati.

Finalmente un po' di giustizia è stata fatta

Ma ora finalmente, un po' di giustizia è stata fatta. E, soprattutto, qualcuno ha chiesto scusa per quanto accaduto. L'ha fatto l'attuale capo della polizia Antonio Manganelli, che ha voluto al tempo stesso scusarsi con chi ha subito danni – fisici e psicologici – da quella vicenda ma anche ricordare quanto di buono fanno tutti i giorni le forze dell'ordine presenti sul nostro territorio. Sì, perché non bisogna confondere le due cose.

E' vero, è sempre difficile restare lucidi e non fare di tutta l'erba un fascio quando ci si trova davanti a un vigile accusato di avere sparato nella schiena, in pieno giorno, a una persona che è a pochi metri di distanza e sta cercando di fuggire. Oppure distinguere tra il particolare e il generale quando una persona muore sotto le mani di alcuni agenti durante un controllo, con alcuni filmati "rubati" che mostrerebbero un trattamento troppo duro da parte degli stessi agenti.


Oppure quando si vedono due poliziotti (in borghese) che distruggono con pugni e calci il viso di una persona anziana che ha avuto la sfortuna di capitare sulla loro strada. O, ancor più, farlo quando si scopre che quei due stessi poliziotti avevano scritto nel verbale, redatto dopo il fatto, che erano stati loro a essere stati assaliti e che si erano dovuti difendere da un'aggressione. Per fortuna erano stati ripresi da una telecamera di sicurezza: se così non fosse stato, l'uomo con il volto distrutto si sarebbe beccato una denuncia e forse adesso sarebbe rinchiuso in una cella.

 

A che cosa servono le telecamere di sicurezza

E' difficile ma bisogna riuscire lo stesso a farlo. Non può, non deve venire a mancare la fiducia nelle autorità. «A far male – ha detto uno dei reduci della scuola Diaz – non sono state solo le botte e le minacce dei poliziotti, ma soprattutto la fine della fiducia nelle forze dell'ordine e nello Stato, che esse rappresentano. Quando chi ti dovrebbe difendere ti attacca senza un giusto motivo, allora non hai più davvero nessuno su cui contare, ti senti completamente abbandonato e vivi nel terrore, perché in qualsiasi momento chiunque potrebbe sconvolgere la tua vita senza doverne rendere conto a nessuno».

Una frase forte, che dovrebbe essere scritta dietro le scrivanie di tutti i capi di polizia, carabinieri, ecc. Perché non può esistere in nessuna parte del mondo civile che le telecamere di sicurezza installate ormai ovunque diventino uno strumento utile a difendersi dai soprusi di chi, invece di fare il proprio dovere di difensore dell'ordine pubblico, approfitta della divisa per sfogare la propria violenza ai danni di indifesi cittadini. Non sono state installate per questo, quelle telecamere.

Le parole di Manganelli sono dunque molto, molto importanti. Anche perché rappresentano un giusto contraltare all'assordante silenzio di tutti coloro che sono stati i veri protagonisti, diretti e indiretti, della scandalosa vicenda legata agli avvenimenti del G8 di Genova. Nessuno di loro ha mai chiesto scusa. Forse perché, e qui sta il problema, sono ancor oggi convinti di avere agito nel migliore dei modi possibile. Il modo migliore per far perdere ai cittadini la (già poca) fiducia nello Stato.


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