lunedì 12 dicembre 2011

Piazza Fontana,
una ferita ancora aperta

Sento da sempre il dramma della strage di piazza Fontana come se fosse anche mio. Avevo solo 5 anni, quando la bomba scoppiò, e non abitavo nemmeno a Milano. Ma mio nonno sì, viveva qui ed era in pensione da pochi mesi. Aveva lavorato in banca e negli ultimi anni era stato direttore di settore nella sede centrale della Banca Nazionale dell'Agricoltura, proprio quella di piazza Fontana.

Aveva molti amici che ancora lavoravano lì e spesso dalla zona Fiera, dove abitava, veniva in centro per fare quattro chiacchiere con gli ex colleghi. Quel giorno, il 12 dicembre 1969, non lo fece e seppe della strage attraverso il tam tam cittadino, prima, e la televisione, poi.

Negli anni a seguire, tutte le volte che rammentava di quando era giovane e del suo lavoro – a quei tempi era ancora possibile trovare un'occupazione da diciottenne e perderla solo al momento di andare in pensione – il suo racconto arrivava inevitabilmente lì, alla ferita del 12 dicembre. E il suo sguardo si abbassava, come se il ricordo dei suoi colleghi, dei suoi clienti, della sua banca colpita a morte fosse ancora ben presente e sotto i suoi occhi.

Il "Silenzio" alle ore 16 e 37

Per questo oggi ho provato un brivido in più, quando alle 16 e 37 – la stessa ora dello scoppio della bomba – di questa grigia giornata, la tromba dei vigili urbani ha intonato il "Silenzio", davanti al gonfalone della città. La città, almeno quella porzione di città che circonda piazza Fontana è sembrata zittirsi tutto d'un colpo, nel ricordo di quelle 17 persone morte e delle oltre ottanta rimaste ferite nel dramma che più di ogni altro ha colpito Milano e i milanesi. Da quel momento, si dice, in Italia non è stata più la stessa cosa, quel tremendo scoppio rappresenta l'improvviso e tragico passaggio dai favolosi "Anni del Boom" ai grondanti sangue "Anni di Piombo".

Una ferita aperta. Una ferita che ancora non si è chiusa. Perché ancora oggi, dopo 42 anni, non si conosce l'identità di chi mise quella maledetta bomba e di chi gliela fece mettere. Una storia tutta italiana, questa, che fa ancora più male. Il sindaco Pisapia ha detto: «Una città che ricorda è una città di pace». E questo è tutto quello che possiamo fare, noi milanesi di sangue e di adozione: pretendere di sapere e ricordare!



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