martedì 27 dicembre 2011

Consumi diminuiti,
e se non fosse un dramma?

Tutti a stracciarsi le vesti: le vendite in occasione del Natale sono calate con percentuali a doppia cifra: 15, 20, anche 25% in meno degli introiti da parte dei commercianti, anche di quelli milanesi, che denunciano un disastro economico senza precedenti.

E' indubbio che le vendite siano calate, non se ne sono accorti solo i negozianti. Lo sappiamo bene anche noi acquirenti che all'ombra della Madonnina abbiamo deciso, quest'anno, di diminuire le spese in occasione delle feste di fine anno. Regali low cost, poche uscite serali, pranzi in famiglia, meno delizie esotiche costose e più tortellini fatti in casa e torte della nonna. Solo per parlare, naturalmente, di tutti coloro che quattro soldi per festeggiare il Natale ce li hanno. Perché per gli altri, per i poveracci, con molta probabilità questo è stato un Natale come tutti gli altri.

Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità

Dunque sono calate le vendite. E quindi sono calati i consumi. E a questo punto viene da chiedersi se bisogna essere preoccupati, di questa situazione, o se al contrario è il caso di esserne felici. Perché parliamoci chiaro, sono mesi che ci viene detto che l'Italia, in tutti questi ultimi anni, ha vissuto al di sopra delle sue possibilità. Si è ecceduto nei consumi, ci è stato detto, e non potevamo permetercelo. E allora, questa contrazione degli acquisti – oltre che un'esigenza, vista la scarsità di denaro presente nelle nostre tasche – potrebbe essere anche il frutto di una presa di coscienza degli italiani: «Sì, è vero, anche io ho vissuto al di sopra delle mie possibilità e ora voglio darmi una regolata».

Ecco perché, visto da questa prospettiva, quel 25% in meno di consumi può essere visto come un successo, non come un disastro. Il problema, semmai, è dei negozianti. Ma qui va fatto un altro discorso. Se nella mia via ci sono tre pasticcerie e due sono quasi sempre deserte è perché probabilmente qui, di pasticcerie, ne basta una sola. Se dei cinque negozi di abbigliamento sistemati in poco più di duecento metri, tre sono sempre vuoti è perché probabilmente i prezzi applicati in quei tre sono troppo cari, o la qualità dei loro vestiti è troppo scarsa. Nessuno desidera che quei tre negozianti falliscano e chiudano, ma è indubbio che l'offerta, frutto di tutti questi anni vissuti "al di sopra delle nostre possibilità" è troppa rispetto a quella che è la richiesta reale.

I bisogni effettivi delle persone

Per i negozianti è facile prevedere momenti di difficoltà, ma che rispondono ai bisogni effettivi delle persone. Del resto, se sono stati oculati, in tutti questi anni hanno avuto la possibilità di raccogliere un bel gruzzolo di denaro, ben più di quello che avrebbero dovuto mettere insieme in presenza di un mercato "non drogato". Cerco di spiegarmi meglio. Se negli ultimi cinque anni ho comprato un euro di pane al giorno e invece me ne sarebbe bastato solo mezzo (quanto pane si butta via, ogni giorno...), significa che al mio panettiere ho dato, per cinque anni, il doppio di quello che avrei dovuto. Cioè lui da me, per la bellezza di cinque anni, ha guadagnato il doppio di quello che avrebbe dovuto. Quindi mentre io mi sono svenato per comprare il pane, lui si è arricchito. Adesso che comprerò solo il mezzo euro che effettivamente mi serve, lui potrà godere comunque di tutti i soldi in più che ha ricevuto da me negli anni passati.

Che il mercato si normalizzi è un'esigenza che tutti siamo ormai disposti a riconoscere. Che la gente cominci ad acquistare quello (e solo quello) che veramente le serve, deve diventare la regola. Così come sarebbe bello che tutti potessero permettersi di comprare quello che davvero serve per poter vivere con serenità e dignità. Il vero problema economico dei prossimi mesi non sarà quello dei consumi in più che verranno tagliati. Sarà quello dei consumi essenziali che molte persone non si potranno permettere. Questo sì, sarà il vero disastro da evitare, di cui politici e tecnici prestati alla politica non potranno non tenere conto.

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lunedì 12 dicembre 2011

Piazza Fontana,
una ferita ancora aperta

Sento da sempre il dramma della strage di piazza Fontana come se fosse anche mio. Avevo solo 5 anni, quando la bomba scoppiò, e non abitavo nemmeno a Milano. Ma mio nonno sì, viveva qui ed era in pensione da pochi mesi. Aveva lavorato in banca e negli ultimi anni era stato direttore di settore nella sede centrale della Banca Nazionale dell'Agricoltura, proprio quella di piazza Fontana.

Aveva molti amici che ancora lavoravano lì e spesso dalla zona Fiera, dove abitava, veniva in centro per fare quattro chiacchiere con gli ex colleghi. Quel giorno, il 12 dicembre 1969, non lo fece e seppe della strage attraverso il tam tam cittadino, prima, e la televisione, poi.

Negli anni a seguire, tutte le volte che rammentava di quando era giovane e del suo lavoro – a quei tempi era ancora possibile trovare un'occupazione da diciottenne e perderla solo al momento di andare in pensione – il suo racconto arrivava inevitabilmente lì, alla ferita del 12 dicembre. E il suo sguardo si abbassava, come se il ricordo dei suoi colleghi, dei suoi clienti, della sua banca colpita a morte fosse ancora ben presente e sotto i suoi occhi.

Il "Silenzio" alle ore 16 e 37

Per questo oggi ho provato un brivido in più, quando alle 16 e 37 – la stessa ora dello scoppio della bomba – di questa grigia giornata, la tromba dei vigili urbani ha intonato il "Silenzio", davanti al gonfalone della città. La città, almeno quella porzione di città che circonda piazza Fontana è sembrata zittirsi tutto d'un colpo, nel ricordo di quelle 17 persone morte e delle oltre ottanta rimaste ferite nel dramma che più di ogni altro ha colpito Milano e i milanesi. Da quel momento, si dice, in Italia non è stata più la stessa cosa, quel tremendo scoppio rappresenta l'improvviso e tragico passaggio dai favolosi "Anni del Boom" ai grondanti sangue "Anni di Piombo".

Una ferita aperta. Una ferita che ancora non si è chiusa. Perché ancora oggi, dopo 42 anni, non si conosce l'identità di chi mise quella maledetta bomba e di chi gliela fece mettere. Una storia tutta italiana, questa, che fa ancora più male. Il sindaco Pisapia ha detto: «Una città che ricorda è una città di pace». E questo è tutto quello che possiamo fare, noi milanesi di sangue e di adozione: pretendere di sapere e ricordare!



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martedì 6 dicembre 2011

Mazzetta che viene,
mazzetta che va...

Proprio in questi giorni in cui l'Italia sta cercando – con grandi sacrifici e anche qualche boccone amaro mandato giù nonostante tutto – di rialzare la testa dopo mesi, anzi anni di entusiasmo non giustificato, Milano e la Lombardia sembrano mettere in vetrina il peggio che si possa immaginare.

Che la mafia, la 'ndrangheta e la camorra abbiano trovato terreno fertile dalle nostre parti già da tempo, lo va dicendo da qualche anno Roberto Saviano. Ma bastava che il ragazzo del sud osasse parlare del nord perché saltasse su qualcuno a zittirlo, quasi a dirgli: «Tu occupati delle tue parti, che delle nostre ce ne occupiamo noi». Già, nel nord, in Lombardia e anche a Milano c'è chi si occupa delle nostre cose, questo lo sentiamo tutti i giorni, ma purtroppo non con i risultati che tutti vorremmo augurarci.

A Milano un commerciante su cinque paga il pizzo

E' di pochi giorni fa l'inchiesta che ha portato sul banco degli imputati per collusione con la malavita organizzata molti personaggi che vivacchiano ben a galla nel tessuto amministrativo ed economico lombardo. I contatti con quella parte di sud che vive al di fuori della legge sono molti di più di quelli che possiamo immaginare, è probabile che questo sia solo il classico coperchio sollevato, da cui potrà uscire di tutto, se solo ci sarà la volontà di farlo. I dati comunicati di recente dalla Direzione investigativa antimafia (Dia), del resto, rivelano che in città un commerciante su 5 paga il pizzo...

Lasciamo perdere il crack del San Raffaele, da sempre considerato una delle cosiddette "eccellenze" della sanità lombarda, che nascondeva invece un pentolone di comportamenti che possono essere definiti – giusto per essere buoni – anomali, che hanno portato a un debito che si aggira attorno al miliardo e mezzo di euro (un miliardo e mezzo di euro... una cifra fin difficile da immaginare e visualizzare) senza che nessuno se ne sia accorto prima (o senza che nessuno abbia voluto accorgersene prima).

L'amore di Nicoli Cristiani per l'ambiente

Non contenti, per non farci mancare niente, ci abbiamo aggiunto la questione della mazzetta presa dal vice presidente del Consiglio regionale Franco Nicoli Cristiani, uomo di punta della Regione, che ha ricoperto per ben due volte il ruolo di assessore all'Ambiente nelle precedenti giunte di Roberto Formigoni. Assessore all'Ambiente, giusto: per restare nel suo ambito di competenza la mazzetta da lui ricevuta riguarderebbe proprio certe sistemazioni, anche qui definiamole "anomale", di amianto e rifiuti illeciti in luoghi dove non avrebbero dovuto stare (come ad esempio sotto il manto di una nuovissima autostrada, la Bre-Be-Mi, pubblicizzata come la strada anti inquinamento per la sua capacità di unire in modo diretto le tre città di Brescia, Bergamo e Milano).

Lo strano "metodo" del geometra comunale

La Regione gioca la carta mazzetta – peraltro senza che nessuno paghi direttamente o indirettamente per quanto finora scoperto, anche qui facile immaginare sia solo l'inizio –? E il Comune che fa, sta a guardare? No, rilancia, anche se con cifre decisamente meno ingenti (il confronto pare essere questo: 200mila euro per FNC contro i 2mila di questo nuovo caso). Del resto questa volta il protagonista non è un politico ma un geometra, un semplice geometra comunale che ha tentato di ricattare un negoziante del Quadrilatero. Questi ha finto di cedere e poi ha bussato alla porta dei carabinieri: «Scusate, questo signore mi ha chiesto soldi per poter continuare la mia attività, vi sembra normale tutto ciò?».

Messa così, la questione ha destato qualche dubbio nei carabinieri, che hanno trovato i mille euro pagati, ancora caldi e in precedenza segnati, nelle tasche del geometra. Che con molta probabilità avrà ora molto da dire. Vogliamo pensare che questa per lui sia la prima volta e che solo lui applichi questo modo di procedere (con richiesta dei soldi, udite udite, direttamente eseguita dal telefono degli uffici comunali)?

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giovedì 1 dicembre 2011

Quella volta che
Nicoli Cristiani russava..

Ho condiviso con il signor Franco Nicoli Cristiani un momento per me indimenticabile. Eravamo nella saletta fumatori del Consiglio regionale, al Pirellone, qualche anno fa. Quando ero entrato nell'angusta stanza con le poltrone allineate ai lati e la parete in fondo a tutta vetrata, il mio compagno di fumata era già lì, comodamente seduto, anzi quasi sdraiato, nella penombra. Ai tempi era assessore, lo vedevo regolarmente occupare uno degli scranni posti sotto quelli più alti della presidenza. Nella stanza fumatori in quel momento c'era solo lui, in mano aveva, mi sembra di ricordare, un sigaro spento.

Avevo abbozzato un timido "buongiorno" ma non avevo ricevuto alcuna risposta. Vabbè, sarà sopra pensiero, avevo pensato. Del resto io, semplice addetto stampa, che cosa avrei potuto pretendere da uno degli uomini politicamente più potenti della Regione Lombardia? Mi ero seduto e avevo acceso la sigaretta (a quei tempi non avevo ancora smesso di fumare) guardando per aria, come si fa di solito quando ci si trova in spazi angusti con qualcuno che non si conosce.

Quel rumore improvviso e misterioso

A dire il vero avevo avuto l'impressione che il mio vicino di poltrona manco si fosse accorto del mio arrivo e della mia presenza, ma mi ero trovato subito a pensare ad altro. Fino a che non mi ero concentrato su un rumore che all'inizio era molto leggero ma tendeva a diventare sempre più forte. L'impianto di aerazione che gorgogliava? Il lamento di qualche tubo nascosto dietro la parete? No, niente di tutto questo.

Era lui, il signor Franco Nicoli Cristiani che dormiva e, nello specifico, beatamente russava. Me ne sarei accorto bene qualche secondo dopo, quando il rumore sarebbe divenuto tanto forte da procurarmi un certo buonumore. Mi veniva da ridere, lo confesso, ma ero anche un po' imbarazzato, tanto che avevo fumato in fretta la mia sigaretta – spegnendola, anzi, a metà – e me ne ero uscito stando bene attento a non sbattere la porta.

Quella volta sono stato davvero discreto, ho sempre pensato. Lo stesso non lo si può dire dei carabinieri che l'altra mattina lo hanno svegliato all'alba per arrestarlo per una presunta tangente di 100mila euro ricevuta per questioni legate all'utilizzo di rifiuti illeciti...

Antonio


Se vuoi leggere altri resoconti di Antonio sul Consiglio Regionale della Lombardia:
L'attività del Consiglio: gli uffici
L'attività del Consiglio: le commissioni
L'attività del Consiglio: l'aula

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venerdì 18 novembre 2011

«Studenti, per favore,
cambiate filiale»

I cortei di studenti che ormai ogni settimana percorrono le vie della nostra città vogliono far sentire la protesta dei giovani nei confronti dei poteri forti del nostro Paese, in particolare di quello bancario. Per questo vengono prese di mira, lungo il percorso, le vetrine delle filiali di alcune banche. Quasi sempre le stesse. Con quale esito, viene da chiedersi? Forse che queste azioni siano in grado di scuotere le coscienze dei grandi e potenti dirigenti dei gruppi bancari, quelli che stanno negli uffici ai piani alti, con le poltrone superimbottite e le scrivanie di legno pregiato?

Abbiamo qualche dubbio, in proposito, Tanto che non ci stupiremmo se nella redazione di un giornale qualsiasi, tra tutti quelli che si occupano di cronaca cittadina, arivasse una lettera come quella che riportiamo qui sotto...

"Buongiorno, 

mi chiamo Maria e sono la donna che fa le pulizie nella filiale della banca di corso Italia che ormai da settimane è il bersaglio preferito dei cortei di studenti che percorrono la città.

Non so perché se la prendano soprattutto con questa banca, in particolare con questa filiale. Forse, mi hanno spiegato, perché è proprio a metà strada tra largo Cairoli, da dove partono i cortei, e il Provveditorato agli Studi, che è in via Ripamonti e rappresenta il punto di arrivo di tutte queste proteste.

Fatto sta che ogni venerdì, e l'ultima volta anche di giovedì, i ragazzi che partecipano al corteo, appena ci passano davanti, si divertono a bersagliare e imbrattare le vetrine di questa filiale con uova e vernice colorata. Poi si fermano pure a incollare fogli con slogan e a scrivere messaggi contro il sistema bancario sui vetri. Dopo il loro passaggio le vetrine sono uno schifo, e anche i marciapiedi che stanno davanti sono in condizioni pietose.

Perché scrivo per rivolgermi a questi ragazzi? Semplice, perché l'unica persona che ci perde, in tutto questo, sono io. Non i dirigenti della banca, che stanno in un altro posto e probabilmente di queste azioni non è che gliene freghi molto, né il direttore o i dipendenti della filiale, che alla fine di tutto questo ci fanno su una risata, tanto ormai sono abituati. 

No, l'unica a rimetterci sono io, che quando devo fare il mio lavoro ci metto il doppio, anzi, il triplo del tempo. E siccome non sono pagata a ore, per me è una vera sventura. Poi, un conto è pulire i vetri dalle ditate dei bambini, un altro è togliere le macchie di vernice e l'unto delle uova...

E allora vi chiedo, cari ragazzi, con tutta la gentilezza che posso, non è che potreste cambiare filiale? (Se proprio non potete fare a meno di andare in giro a imbrattare i simboli del potere bancario)

 ringraziandovi in anticipo,
vostra sciùra Maria" *




* n.b.: A scanso di equivoci, quello della sciùra Maria è un personaggio completamente frutto di fantasia


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martedì 15 novembre 2011

Muro pericolante, vietato gigioneggiare!

Capita che un giorno il marciapiede della via che percorri da sempre venga transennato e non capisci il perché. Capita che passino alcuni giorni e le transenne rimangano lì, immobili, senza che nessuno faccia niente. A quel punto cominci a chiederti il motivo della loro presenza e, domandando qua e là, scopri che quelle transenne sono state messe lì per proteggere i pedoni dal pericolo di crollo del muro che costeggia il marciapiede.

Che bello avere un'amministrazione così presente, che si preoccupa dell'incolumità dei cittadini, pensi. Capita però che, mentre lo pensi, trascorrano sei mesi senza che nessuno si preoccupi di fare niente altro. Le transenne sono lì, immobili, il marciapiede rimane inacessibile e il muro pericolante.

Via Patellani, piccola strada che conduce alle scuole

Un po' cominciano a girarti le cosiddette. Anche perché quella strada la percorri tutte le mattine con i tuoi figli, quando li porti a scuola. La piccola via in oggetto, infatti – trattasi di via Patellani, che collega viale Bligny a viale Beatrice d'Este – si trova molto vicino a un comprensorio scolastico formato da un asilo nido, una scuola materna e una scuola elementare.

E così ogni mattina vedi mamme, papà e tate che camminano in mezzo alla strada, peraltro abbastanza stretta, con grande pericolo di essere investite. E' vero, a fianco c'è un giardinetto lungo e stretto che può essere utilizzato senza pericolo – se non quello di un doppio attraversamento della strada, non facile soprattutto dalla parte di viale Bligny – ma vaglielo a spiegare alla gente che è abituata a fare un certo percorso da sempre...

Il muro demaniale di cui nessuno sa niente (o quasi)

Allora cominci a interessarti al caso. Chiedi ai vigili, che proprio su via Beatrice d'Este ogni giorno prestano servizio per permettere a bimbi e famiglie di attraversare le strisce senza essere travolti dalla furia dei frequentatori della circonvallazione interna. E chiedi anche al proprietario del locale alla moda di cui il muro costeggia il giardino. Insomma, scopri che il muro è demaniale, e che i lavori spettano al Comune. Il proprietario del locale ti dice però che sarebbe disposto a iniziare i lavori domani e a pagarli lui, se avesse il permesso per farlo. Bene, ti sembra di avere fatto un bel passo in avanti.

Ma non è così. Sensibilizzi i vigili, chiami in Comune, parli (al telefono) con un sacco di persone, ma ti ritrovi... con un pugno di trasenne in mano. Il muro resta pericolante, anche se gli operai che devono aggiornare le pubblicità che vi ci sono appiccicate hanno probabilmente libero accesso al di là delle transenne, visto che i cartelloni vengono sostituiti con assoluta regolarità. Potenza dei dané, verrebbe da dire. Ma verrebbe anche da chiedersi: lo sanno, quegli operai, che ogni volta che attaccano un nuovo cartellone rischiano la vita? E lo sanno i responsabili comunali che cosa potrebbe succedere se il muro crollasse proprio mentre queste persone svolgono il loro lavoro?

Appello agli amministratori: restituiteci quel marciapiede

E allora cerchi di coinvolgere più persone che puoi, di rendere più nota possibile questa situazione. Un padre che bazzica da protagonista il mondo dello spettacolo, ad esempio, ne ha parlato anche alla radio. Un secondo ha concretizzato l'appello ironico del primo attaccando alle transenne il cartello qui sotto riprodotto, che recita:


Insomma, noi cittadini possiamo anche cercare di gigioneggiare il meno possibile vicino a questo muro pericolante. Ma voi amministratori, per favore, ci restituite il pezzo di strada che ci è stato sottratto ormai da troppo tempo? (con annessi parcheggi, che da queste parti sono un vero patrimonio cui è davvero difficile rinunciare...).

Muri sporchi, post correlati



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sabato 12 novembre 2011

#Finecorsa, la fine della corsa

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«Sic transit gloria mundi»

Ovvero: quando una frase antica ti si può ritorcere contro (ricordate quello che il nostro ex capo del governo disse commentando la morte di Gheddafi?).



Siamo giunti dunque a questo punto. E pensare che poche settimane fa la realtà appariva completamente diversa, era quella che si può vedere qui sotto... testimoniata dallo stesso murale di mano ignota comparso a fine settembre su un muro di vicolo Santa Caterina, tra corso di Porta Romana e la sede dell'Università Statale di Milano (per godere appieno dei particolari è consigliabile cliccare sulle foto per ingrandirle).



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venerdì 4 novembre 2011

Alla Scala senza privilegi

I consiglieri comunali milanesi hanno deciso di rinunciare ai biglietti omaggio per la Prima della Scala.

Gli ingressi gratuiti, circa 60, che per tradizione vengono loro riservati ogni anno in occasione dell'appuntamento artistico e mondano che si tiene nel giorno di Sant'Ambrogio verranno messi in vendita e il ricavato sarà devoluto alle popolazioni di Liguria e Toscana colpite dal maltempo.

Se dunque il 7 dicembre vorranno assistere alla prima del "Don Giovanni" mozartiano, i rappresentanti politici di Palazzo Marino dovranno comprarsi i biglietti come tutti gli altri cittadini.


Siamo contenti di abitare in questa città

Una piccola notizia – tra tutte quelle disastrose che leggiamo sui giornali in questi ultimi tempi – che fa stare bene, che fa essere contenti di abitare in questa città. Anche perché, questo è un motivo di ulteriore soddisfazione, la decisione è stata votata da tutti i consiglieri, indipendentemente dal loro colore e dal loro credo politico: per una volta non ci sono stati voti contrari e nemmeno un astenuto.

Un semplice voto che ha permesso di cogliere due obiettivi con un unico gesto: la rinuncia a un odioso privilegio e la dimostrazione di come la città di Milano sappia essere solidale con chi si trova in difficoltà.

Grazie dunque ai due consiglieri di maggioranza, Elisabetta Strada e Filippo Barberis, che hanno avanzato la proposta, grazie a tutto il Consiglio che l'ha approvata, grazie alla giunta che ha dato il suo parere favorevole e grazie anche al consigliere radicale Marco Cappato che qualche mese fa aveva per primo sperimentato questo nuovo modo di agire, rinunciando ai biglietti omaggio per il concerto di Vasco Rossi a San Siro (regalandoli a quattro fortunati fan attraverso la sua pagina di Facebook).

Gran bella cosa il vento nuovo...

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mercoledì 2 novembre 2011

L'elefantino senza bicchiere

Una tristezza. Una tristezza infinita. L'elefantino adottato da Milanau non ce l'ha fatta a giungere integro fino alla scadenza della sua esposizione – prevista tra un paio di settimane – all'angolo tra via Santa Sofia e corso di Porta Romana.

Una tentazione forte per menti poco intelligenti

Avevamo detto che, per come era stato pensato dall'artista che l'aveva creato, questo elefantino (uno dei tanti dell'iniziativa Elephant Parade) rappresentava una prova di civiltà per la nostra città. Sul suo dorso facevano infatti bella mostra di sé un fiasco di vino e un bicchiere di plastica, due elementi vulnerabili, tentazione forte per menti distruttive e poco intelligenti.

Se fosse arrivato alla fine con tutte le sue cosine a posto, ci eravamo detti, la città avrebbe dato una limpida dimostrazione di senso civico, avrebbe dimostrato di essere una città moderna, rispettosa, civile.

Prima...

Un livello di inciviltà
che toglie speranza

Purtroppo non è stato così. Questa mattina l'occhio ha immediatamente colto qualcosa di diverso dal solito: il bicchiere in plastica è sparito. E' stato spaccato, sradicato e probabilmente fatto in mille pezzi da una mano o forse da più mani idiote. Forse la notte di Halloween, o forse anche durante il giorno, in questi giorni di "ponte" e quindi di poca gente nelle strade.

Mani senza testa, quelle che hanno agito, che fanno retrocedere l'intera città a un livello di inciviltà che sembra togliere ogni speranza.

...e dopo!

Hai un bel dire...

Hai un bel dire che bisogna rendere più vivibile la nostra Milano. Combattere i parcheggi in doppia fila e sulle strisce pedonali, rispettare le piste ciclabili, non occupare senza diritto i parcheggi per disabili, non imbrattare i muri, non abbandonare schifezze sui marciapiedi, rispettare il verde, la cosa pubblica, le idee altrui... Hai un bel dire tutte queste belle cose, quando poi arriva il primo cretino e ti spacca il bicchiere dell'elefantino...

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martedì 25 ottobre 2011

Biciclette rubate, un segnale...

Alcune foto delle bici pubblicate sul sito del Comune
Un segnale. Un piccolo-grande segnale. Il Comune di Milano in questi giorni ha pubblicato sul suo sito la foto di 35 biciclette rubate e recuperate dalla Polizia locale alla scorsa Fiera di Sinigaglia. Le immagini delle bici sono tutte lì, esposte una a fianco dell'altra, pronte per essere riconosciute dai legittimi proprietari.

Non sarà forse una rivoluzione, questa, ma per la nostra città è sicuramente una buona notizia.

Fa piacere, prima di tutto, sentire che le forze dell'ordine cittadine abbiano deciso di sequestrare biciclette rubate alla Fiera di Sinigaglia. Lo sanno tutti, da sempre, che lì – come del resto al mercato di San Donato – si acquista bene perché gli oggetti a due ruote sono di dubbia (anzi di certa...) provenienza. Mercati irregolari a cielo aperto, gestiti da piccoli e grandi criminali che operano in tutta tranquillità, con il tacito consenso di tutti, anche dei cittadini che si sentono in diritto di acquistare un oggetto rubato perché, in fondo, «l'hanno portato via anche a me...!».

Un furto che ormai non si denuncia neanche più

Sì, perché alzi la mano chi a Milano non ha avuto almeno una bicicletta rubata, nella vita. Tutti ci siamo capitati, non c'è via di scampo. Un furto talmente normale che, ormai, nemmeno viene più in mente di denunciarlo. «Tanto non la troverebbero mai», il primo pensiero. Chi l'ha fatto, poi, si è spesso scontrato con lo sguardo tra l'ironico e lo scocciato delle forze dell'ordine: ma davvero questo pensa che possiamo occuparci della sua bicicletta rubata, con tutto quello che abbiamo da fare?

Ecco, la cosa peggiore che possa capitare a un cittadino (inteso in senso ampio), credo sia quella di rassegnarsi a uno stato di fatto illegale che ha ormai assunto la connotazione della normalità. Quando non si fa nemmeno più denuncia per un reato subito, significa che qualcosa non va, nell'organizzazione e nella gestione della vita di comunità, per il verso giusto.

Così ci sentiamo meno abbandonati a noi stessi

Per questo il sequestro delle biciclette rubate e la seguente pubblicazione delle loro foto sul sito del Comune mi sembra rappresenti un importante punto di svolta. «Attenzione – è come se venisse detto – da questo momento il furto di biciclette torna a essere un reato, e se lo denuncerete troverete qualcuno (forze dell'ordine e amministrazione comunale) che cercherà di farvi recuperare ciò che vi è stato tolto».

Poi, lo sappiamo tutti, ritrovare la bicicletta che ci hanno rubato sarà comunque difficile. Ma così ci sentiamo un po' meno abbandonati a noi stessi, ci sembra quasi ci sia qualcuno che si preoccupa per noi.

E se non è un piccolo-grande segnale questo...

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martedì 18 ottobre 2011

Rivoluzione!

Milano, ore 4 e 30, in un'umida cantina di via Conservatorio.

«Allora, benvenuti, eccoci qui. Questo è il giorno in cui cambieremo le sorti di questo Paese, il giorno della rivoluzione... Cosa c'è, Paolo

«Silvio, ho qualche dubbio sulla natura della nostra azione. Tecnicamente si tratterebbe di golpe, più che di rivoluzione. La rivoluzione la fa il popolo, nasce dal basso, dagli operai, dai contadini, dai braccianti... Il golpe, invece, viene portato avanti di solito in modo violento da uno dei poteri dello Stato e quindi, ripeto, tecnicamente la nostra azione dovrebbe rientrare in questo secondo concetto...»

«Sì, Paolo, va bene, tecnicamente potrebbe anche essere così. Ma ne abbiamo già parlato: ti sembra che un presidente operaio, un presidente giardiniere, un presidente muratore, cuoco, marinaio, ecc. ecc. possa esprimere il suo disappunto verso il Paese con un golpe? Non se ne parla nemmeno, io voglio fare la rivoluzione, capito, voglio fare la rivoluzione! E tu, Fabrizio, che cosa vuoi adesso?»

«Vedi, Silvio, io ci penserei. In fondo la parola rivoluzione appartiene a un ordine di idee che non è il nostro. E' una parola di sinistra, comunista, non vorrei ci giocasse contro...».

«Macché giocare contro. Io, tra le tante cose che ho fatto in questi anni, ho anche portato un nuovo modo di parlare di politica. E questo nuovo modo prevede che non ci siano più parole di destra o di sinistra. Pensa che i giovani neri di Bologna cantano l'Avvelenata di Guccini a squarcia gola, sostituendo solo la parola "comunista" con quella "camerata". Loro sì che hanno capito. Ma, adesso, bando alle ciance, come sappiamo siamo qui per attaccare il Palazzo di Giustizia. E' tutto pronto? I mobili per le barricate li abbiamo?».

«Li porta Robertone con il camion, tra poco. E' andato a prenderli a Monza, negli uffici della Villa, dice che tanto lì non servono a niente. Poi, dice anche che sono mobili terroni, che non vede l'ora di disfarsene».

«Bene, bene, ma Umberto non è qui, come mai?»

«Purtroppo ha mandato un certificato medico, non potrà partecipare agli eventi. E' stato punto da una mosca tropicale e ha continui attacchi di sonno, continua a sbadigliare...».

«Vabbé, siamo comunque in molti. Ignazio ormai starà avanzando verso la città... mettetemi in contatto con lui... Pronto... Ignazio... dove sei...?».

«Sono qui alle porte di Milano, vicino all'Abbazia di Chiaravalle. Abbiamo un po' di problemi ad avanzare con i carrarmati, perché le strade sono un po' strette. Per che ora è fissato l'inizio del golpe?»

«Non è un golpe! E' una rivoluzione! Ma quante volte ve lo devo dire...».

«Ma Silvio, tecnicamente...».

«Non mi interessa niente di quello che è tecnicamente. Tu i carrarmati li lasci lì, non si è mai visto fare una rivoluzione con i carrarmati. Anzi, già che sei in campagna cerca di farti dare dai contadini dei forconi, dei rastrelli, delle falci, che fanno molto popolo in rivolta. Ma fai presto che sennò qui ritardiamo l'azione... Mamma mia, che fatica fare le rivoluzioni... Procediamo con i lavori. Robertino, hai procurato il vestito per Nicole? La voglio in prima fila, sulle barricate, che tiri su il morale a tutti i combattenti...».

«Ho trovato qualcosa, ma non ho capito se è quello che vuoi tu... da suora no, hai detto, vero...? Ne ho trovato uno che le lascia il petto in vista, mi sembra adatto alla situazione...».

«Bravo, bravo. Tu osserverai i movimenti dell'azione dal tuo grattacielo, il secondo più alto d'Italia».

«Ma non è vero, è il più alto. Quelli di Porta Garibaldi sono imbroglioni perché hanno messo un'antenna altissima per essere più alti di noi. Ma che cosa vuol dire? I più alti siamo noi, ecco, loro mica possono fare le riunioni seduti in cima all'antenna... non mi va questa cosa, protesto, protesto e ancora protesto... e anche tu, Silvio, dire che siamo i secondi, quando lo vedono tutti che noi siamo i più alti...».

«Ok, ok, Robertino, scherzavo... siete voi i più alti. Quindi vai sul tuo grattacielo, il più alto d'Italia, e osserva tutto con attenzione. Credo che questo sia il momento del poeta. Ogni grande evento ha un poeta che ne canti i momenti di maggiore significato. Sandro, dove sei? Prendi la lira e facci sentire le tue rime prima della battaglia...».

«Eccomi: (dlon... dlon...) "Essere stupendo, furbizia della volpe, io vado cantando, le gesta del suo golpe... (dlon dlon)».

«Saaaaandro! Anche tu con questa storia del golpe!!! E' una RIVOLUZIONE, ma cribbio, come ve lo devo dire!?! Su andiamo, che la gente per strada ci aspetta, cerchiamo di tenerla a freno fino all'ora fissata per l'attacco...».

«Ehm, Silvio, ci sarebbe un problemino... c'è stata un'iniziativa personale finita male. Si tratta di Daniela...».

«Cosa le è successo? E' stata fermata, arrestata, fatta a pezzi e mangiata dai giudici comunisti?».

«Non esattamente, aveva appena acceso la miccia di una bomba da lanciare verso il palazzo quando il calore del fuoco le ha fatto sciogliere la faccia... una vera disgrazia...».

«Peccato, ma non possiamo fermarci. Andiamo...».

«Ehm, c'è un altro problema. Sai che nei giorni scorsi lo smog qui a Milano era alle stelle. Così Pisapia, quel comunista, ha fissato la domenica senza macchine. E oggi è proprio domenica...».

«E allora Paolo, che cosa ce ne frega se è domenica?».

«Ci interessa sì, perché non è venuto nessuno, dicono che senza macchina non si muovono. Mi sa che questo golp..., pardon, questa rivoluzione dobbiamo rimandarla a un altro giorno...»



(E se non si farà la rivoluzione? Allora si farà la guerra civile!)


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venerdì 14 ottobre 2011

Consiglio regionale, com'è dura la vita/2

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Continua il racconto di Antonio, che ha lavorato per un’intera legislatura all’interno del Consiglio Regionale della Lombardia. Abbiamo interrotto le sue parole mentre parlava di Commissioni. Riprendiamo proprio da lì.

«Come accennavo, in Commissione mediamente partecipano dalle 6/7 persone a, quando va bene, 10/15. Niente in confronto al numero di componenti previsto, attorno alla trentina. Non ho mai visto l’aula piena, anzi, la maggior parte delle volte l’ho vista desolatamente vuota. Se in programma c’è solo una discussione e non è previsto nessun voto finale, poi, la normalità è che a sentire il relatore o il presidente della Commissione non ci sia quasi nessuno. Giusto qualcuno della minoranza mandato lì a monitorare la situazione. Diverso è quando si vota. In questo caso la riunione è divisa in due parti: una prima in cui si discute, con i numeri scarsi di presenze di cui sopra, e una seconda in cui si vota, nella quale per miracolo di materializzano improvvisamente tutti i componenti».

«Ho assistito a situazioni paradossali, quasi ridicole – lo sarebbero se non si trattasse, ripeto, di persone pagate oltre 10mila euro ogni mese – di consiglieri chiamati ripetutamente al telefono. “Dove sei? Bisogna votare, vieni di corsa!”. Alcune volte è capitato che venisse a mancare il numero legale, magari anche per scelta politica, quindi comunque per una scelta precisa, anche se criticabile. Ma altre volte lo sconforto del presidente di Commissione dimostrava tutta la negligenza e il menefreghismo dei consiglieri non presenti alla votazione, nonostante i ripetuti e disperati richiami… Naturalmente in questi casi l’unica conseguenza è quella di perdere una settimana di tempo, il documento in oggetto viene comunque votato la settimana seguente, dopo attenta precettazione, da parte dei gruppi politici, di tutti gli interessati».

«Un altro aspetto curioso, sempre a livello di Commissione, è quando in una riunione – generalmente se ne tiene una a settimana, che può durare  poche decine di minuti come un intero pomeriggio – viene invitato a parlare un assessore. Qui bisogna spiegare il meccanismo. Gli assessorati, dotati di tecnici e uffici legali, preparano le varie leggi regionali. Queste prima di approdare in aula, in Consiglio, devono passare attraverso le Commissioni, dove vengono presentate ai consiglieri di maggioranza e minoranza che ne fanno parte perché ne discutano. La discussione può essere protratta per numerose riunioni, tra rinvii, richieste di approfondimenti, presentazioni di richieste di modifiche (i cosiddetti “emendamenti”). Il frutto del lavoro delle Commissioni viene poi rispedito all’assessorato competente che può liberamente scegliere se accettare i “consigli” e fare sue le richieste di modifiche. Non c’è alcun vincolo, e infatti nella quasi totalità delle volte le richieste, soprattutto se provengono dalla minoranza, non vengono per niente prese in considerazione, rendendo assolutamente inutile il lavoro svolto in Commissione.

Ma non è tutto, per venire al punto. In alcune circostanze, per chiarire passaggi più complicati, può essere necessario convocare direttamente l’assessore, perché spieghi la motivazione di certe scelte. Bene, si vede chiaramente che per gli assessori questo passaggio è una vera e propria scocciatura. Non lo considerano un atto dovuto, un momento di confronto utile e costruttivo. La legge è questa, dice il loro atteggiamento, se la accettate bene, se no è lo stesso perché tanto abbiamo i voti per farla approvare. Non ho mai visto un assessore riconoscere la validità di una proposta contraria a quanto riportato nel testo redatto dai suoi tecnici. Ho visto invece spesso assessori annoiati dalla discussione (ritenuta probabilmente inutile, tutto tempo perso…), nervosi per le osservazioni provenienti dalle forze politiche contrarie, minacciosi, prepotenti e verbalmente arroganti nei confronti di chi chiedeva maggiori chiarimenti su punti non troppo chiari».

E anche questa seconda puntata del racconto di Antonio se n’è andata. Appuntamento alla prossima…

(se invece vuoi leggere la prima puntata, clicca qui)

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venerdì 30 settembre 2011

Consiglio regionale, com'è dura la vita/1


Antonio ha lavorato per un’intera legislatura all’interno del Consiglio Regionale della Lombardia. Non c’è entrato per “meriti” politici, dice, ha avuto un colloquio con un consigliere a quanto pare serio, che non conosceva prima di quel momento e che non gli ha chiesto nemmeno per quale forze politica “tifasse”. Così Antonio ha avuto la fortuna, per quattro anni, di vivere senza dover rendere conto ad alcun padrino (detto in senso lato) o protettore (idem come sopra) i lavori del parlamentino lombardo. Anzi di quello che da quelle parti viene orgogliosamente definito come la “Terza Camera italiana”, partendo dal presupposto che la Lombardia sia la regione che più “conta” in Italia (probabilmente in Sicilia, Emilia Romagna, Piemonte, ecc. pensano la stessa cosa, ma vabbè…).

Antonio ama raccontare ciò che ha visto e vissuto in quegli anni. «Sono stati illuminanti», dice, «mi hanno permesso di capire come e da chi viene gestita la cosa pubblica». Quando Antonio comincia a raccontare è difficile non chiedersi quanto ci sia di vero nelle sue parole e quanto sia invece frutto della sua fantasia. Lui tiene a sottolineare, manco a dirlo, che nei suoi racconti nulla vi è di inventato. E allora sentiamoli, questi racconti.

«Cominciamo dalla composizione del Consiglio. I consiglieri regionali - ognuno di loro guadagna circa 10mila euro al mese – sono 80, un’enormità per quello che sono chiamati a fare. O, perlomeno, sembrano un’enormità, dal momento che l’impressione che si ha quando si entra in contatto con questo organo è che a lavorare, su 80, siano sì e no una decina di persone. E gli altri? Fanno numero, alzano la manina quando serve e nulla più, stando attenti, è l’unico sforzo che devono fare, alle indicazioni che vengono dai vari capigruppo».

«Il loro lavoro dovrebbe essere diviso in tre parti. Quello svolto nell’aula, dove vengono votate le normative che regolano tutte le materie di competenza della Regione; quello in Commissione, dove queste normative, presentate dai singoli assessori, vengono discusse e, se possibile (raramente, poi vedremo perché) migliorate; quello in ufficio, in preparazione alle discussioni da tenere in Commissione e in Consiglio. Questo è il lavoro svolto effettivamente dei consiglieri con la “C” maiuscola, a parer mio, appunto, non più di una decina su ottanta».

«Non ho avuto occasione di testare direttamente l’attività nei singoli uffici», sottolinea onestamente Antonio, «ma visti i risultati ottenuti in Commissione e in aula direi che questa è un'attività per lo più ignorata dalla maggioranza (non in senso strettamente politico, s’intende) dei rappresentanti eletti. Gli unici consiglieri che sanno veramente quello di cui si sta discutendo, nella maggior parte dei casi, sono quelli direttamente interessati dall’argomento trattato. Gli altri – quando ci sono – ascoltano distrattamente, leggono il giornale, mandano sms, parlottano e ridono tra loro e fingono ogni tanto interesse annuendo con la testa. Proprio come succede a scuola, quando i professori spiegano. E devo dire che a volte anche gli interessati, come ad esempio il consigliere relatore, quello che presenta direttamente la proposta di legge, sia in Commissione sia in aula, danno l’impressione di non sapere bene che cosa stiano leggendo. Sicuramente un testo non scritto da loro, spesso. Ho conosciuto, in Consiglio, molte persone che lavorano nel buio, tecnici molto in gamba votati all’anonimato: il loro ruolo è quello di studiare le leggi e preparare i discorsi al posto degli “eletti” (in tutti i sensi). Spesso in Commissione queste persone sono sedute a fianco dei consiglieri e suggeriscono le cose nell’orecchio in tempo reale, soprattutto quando vengono poste domande cui il relatore, per quanto sopra detto, non è in grado di rispondere…».

«Quando parlo di tecnici di questo tipo, intendo quelli che lavorano per i vari gruppi politici presenti in Consiglio. Non dei tecnici che lavorano per il Consiglio inteso come istituzione, che hanno il compito di mettere insieme le normative e di registrare le richieste di modifiche – gli emendamenti – presentati nelle varie fasi di predisposizione. C’è una differenza sostanziale tra le due figure, anche se entrambe, doveroso sottolinearlo, sono pagate dal Consiglio, quindi sono a carico dei contribuenti. Da notare un’altra cosa: le aule in cui si riuniscono le Commissioni sono lunghe e strette e hanno un numero di posti a sedere che corrisponde al numero di consiglieri che sono chiamati a farne parte. Come fanno dunque a trovare posto i tecnici (che forse, ma non ne sono sicuro, lì manco potrebbero starci)? Semplice, perché per lo più i lavori di commissione – fondamentali – vengono ignorati dai vari consiglieri, che arrivano in aula solo quando serve…».

Vuoi leggere la seconda puntata del racconto di Antonio? Clicca qui

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giovedì 22 settembre 2011

Andiamo avanti tranquillamente...

Una passeggiata in centro, nella pausa pranzo. C'è molto movimento, in piazza Duomo. E' iniziata la settimana della moda, lo si capisce anche dalle stangone che attraversano il sagrato trascinando il loro trolley.

Tutto sembra normale, ma la mia attenzione all'improvviso viene attratta da un assembramento strano davanti all'entrata del Museo del '900. Un sacco di fotografi, si sentono i click anche a distanza. E un sacco di curiosi, che si accalcano per riuscire a vedere. Si sente qualcuno che alza la voce.

La scintilla doveva scoppiare, prima o poi

Ecco, lo sapevo, qualcosa prima o poi doveva succedere. Sarà un bancario che si è incatenato a un cartello stradale – ho pensato – un operatore di Borsa che è andato fuori di matto, un investitore ridotto sul lastrico che grida la sua disperazione.

Oppure sarà un operaio che ha perso il suo posto di lavoro, un giovane che non riesce a trovarlo, un precario che lavora per un tozzo di pane. Sarà un gruppo di femministe che protesta contro l'uso improprio dell'immagine della donna, o alcuni anziani che non sanno come arrivare a fine mese e hanno appena saputo che nessuno gli potrà più assicurare i pochi servizi di cui godevano.

Saranno alcune maestre che sono stufe di portare la carta igienica a scuola perché non ci sono i soldi per comprarla o padri e madri che non sanno più come dare da mangiare ai loro figli.

Sarà qualcosa del genere o di anche peggio, penso tra me preoccupato. Era nell'aria, mi dico, la contestazione doveva scoppiare prima o poi.

Per fortuna va tutto bene...

Mi avvicino, quasi impaurito. Mi metto sulle punte, per guardare al di là del muro umano che mi trovo davanti... e finalmente riesco a vedere...

Niente di tutto quello che avevo pensato, per fortuna. Sono solo le Veline che promuovono l'inizio della nuova stagione del loro programma televisivo. C'è grande entusiasmo, attorno a loro: i fotografi le chiamano freneticamente per rubare un ultimo scatto, i passanti le salutano con trasporto. Alcuni le guardano con desiderio, altre con invidia.

Per fortuna, mi ripeto.

Per fortuna va tutto bene...


Riaccendo il mio iPod e mi allontano, con la musica che mi entra a gran volume nelle orecchie...


"...c'e solo un po' di nebbia che annuncia il sole,
andiamo avanti tranquillamente"

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martedì 20 settembre 2011

Prova di civiltà!

Per la serie "adotta un animale", Milanau ha deciso di prendersi carico di un piccolo cucciolo che qualcuno ha abbandonato su un marciapiede del corso di Porta Romana.

Oddio, se proprio vogliamo essere precisi proprio piccolo non è, trattandosi di cucciolo di elefante. E non è nemmeno stato abbandonato, a voler essere ancor più pignoli. E' stato messo lì, su quel marciapiede, volutamente.

Il minipachiderma fa in effetti parte di una serie di 80 che per due mesi, da metà settembre a metà novembre, faranno compagnia ai milanesi nei luoghi a loro più cari – da piazza Duomo a piazza Cordusio, dai Giardini Montanelli a piazza Medaglie d'Oro – per essere in un secondo tempo venduti all'asta per un doppio scopo benefico: la salvaguardia degli elefanti asiatici, che sono sempre di meno e a rischio di estinzione, e Telethon. L'iniziativa si chiama "Elephant Parade" e ha avuto luogo già in altre grandi città europee come Amsterdam e Londra.

Il piccolo elefante di corso di Porta Romana

Ma torniamo al nostro piccolo elefante, quello che abbiamo deciso di adottare, anche se solo in via ideale. Perché lui? Perché tra tutti quelli che abbiamo visto finora ci sembra quello più vulnerabile. Già, perché ogni statua è un pezzo unico, interpretato da artisti, sportivi, personaggi della moda e dello spettacolo. E l'artista che ha "creato" il look del nostro amico di Porta Romana – cui è stato dato il nome di "Jumbo italiano" – ha pensato di farne un simpatico tavolo di osteria, con tanto di tovaglia a quadrettoni bianchi e rossi su cui si stagliano un bel fiasco e un bicchiere pieno di vino.

Proprio il fiasco e il bicchiere rappresentano la parte più vulnerabile dell'opera. Una vera e propria tentazione per teppistelli di ogni genere, una vera e propria prova di civiltà cui viene sottoposta la nostra città: riusciranno i due oggetti a giungere integri fino a metà novembre?

Noi di Milanau controlleremo che tutto vada per il meglio. Se no, che "adozione" sarebbe?


Vuoi sapere come è andata all'elefantino di corso di Porta Romana? Clicca qui.

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lunedì 12 settembre 2011

Pagare in nero un clandestino?
A volte è una necessità...

Il signor Giovanni è un mio vicino di casa. Simpatico, gentile, discreto. Ogni tanto ci incontriamo sul pianerottolo, scambiare quattro chiacchiere con lui è sempre un piacere. Lui è in pensione, è vedovo, i suoi figli sono sposati, vivono in altre città, ma non lo fanno mai sentire solo.

L'altro giorno parlavamo di Milano, di manovre economiche, di Iva in aumento. Discorsi da ballatoio, certo, ma a un certo punto lui mi ha raccontato una piccola storia che ha vissuto nei giorni scorsi. Mi sembra interessante riportarla.

Quell'inopportuna perdita d'acqua

Tutto ha inizio prima dell'estate, quando il signor Giovanni si accorge che in bagno, sotto il lavabo, c'è una perdita d'acqua. «Ho provato a dare un'occhiata, per capire se era qualcosa che potevo riparare io». Niente da fare: la perdita è in un punto all'apparenza inacessibile, probabilmente bisogna smontare qualcosa. Senza grande entusiasmo (soldi che se ne vanno), il signor Giovanni decide di chiamare un idraulico. C'è proprio una "bottega" lì vicino a casa sua. Ci va, spiega la situazione e fissa un appuntamento.

Dopo un paio di giorni arriva l'idraulico, osserva la situazione, poi dopo pochi minuti dice che deve assentarsi un momento. Lascia lì la borsa degli attrezzi. Torna dopo un'ora (il signor Giovanni dice «per fortuna che non dovevo andare al lavoro»), ridà un'occhiata e poi sentenzia: «Guardi, la cosa è complicata, probabilmente bisogna intervenire rompendo il muro, io non posso fare niente». Sconsolato (ancor più soldi che se ne vanno) il signor Giovanni dice «Vabbé, chiamerò un muratore. Le devo qualcosa, per il suo disturbo?», chiede gentilmente. «Sono quaranta euro per l'uscita», risponde l'aitante idraulico. Quaranta euro? Per non avere fatto niente? Si chiede tra sé l'anziano signore e poi «Mi sembra assurdo, mi faccia almeno la fattura...» abbozza. «Se le faccio la fattura sono 50 euro», risponde freddo l'altro.

«Mi sono sentito umiliato e sono stato male per tre giorni»

«Ora», mi dice il signor Giovanni con gli occhi lucidi, «lo so che avrei dovuto litigare con lui, che avrei dovuto chiedergli conto del suo comportamento, che avrei comunque dovuto esigere la fattura. Ma che cosa vuole che faccia un anziano signore quando si trova in situazioni del genere? Ho pagato i quaranta euro e quando ho chiuso la porta, dietro all'idraulico, mi sono sentito umiliato e sono stato male per tre giorni. Sa, per me quaranta euro, con la pensione che ho, sono davvero un capitale...».

Per tutto il mese di agosto il signor Giovanni ha cercato di tamponare la perdita, non esagerata, con stracci da pavimento. Poi, un giorno, quando ormai era rassegnato a chiamare il muratore, ecco che si trova a chiacchierare con «la signora che fa le pulizie per i signori del primo piano. Lei è peruviana, non credo abbia il visto...» mi dice. «Fattostà che quando le racconto la mia storia del tubo che perde, lei mi risponde: "Ma mio marito fa un po' di lavoretti, se vuole può venire a vedere se può fare qualcosa". Mi sono sentito risollevato», mi ha detto il signor Giovanni con un lampo negli occhi.

«C'erano solo da stringere un paio di guarnizioni...»

Il marito della signora, probabilmente anche lui senza visto, si è presentato lo stesso pomeriggio, con la sua bella borsa degli attrezzi, e dopo venti minuti ha chiamato il signor Giovanni per dirgli: «C'erano da stringere un paio di guarnizioni, erano un po' nascoste ma ce l'ho fatta. Ora è tutto a posto». Il signor Giovanni l'avrebbe baciato. «Che cosa le devo?» ha chiesto con paura «Non so, se vuole facciamo 15 euro...».

«Ora», mi ha detto il signor Giovanni, «lo so che non avrei dovuto pagare in nero una persona probabilmente clandestina... questo non dovrebbe essere fatto. Ma quell'uomo per me è stato come un dono dal cielo. Lo sa quanto avrei speso se fosse arrivato il muratore? Ed era solo un tubo da stringere... Lei, che è giovane, mi dica: che cosa può fare una persona anziana in queste situazioni?».

Già, che cosa può fare una persona anziana? Ma, anche, che cosa può fare un cittadino normale, in queste situazioni (a parte denunciare l'idraulico...)?

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giovedì 18 agosto 2011

Lettera ai milanesi in vacanza

Cari milanesi in vacanza,
questo post o, meglio, questa lettera è indirizzata a voi. A voi che siete lontani dalla città, in questo caldhbo agosto. Che siete al mare, in montagna, forse anche in collina. Mi auguro abbiate la possibilità di leggere quello che vi sto scrivendo, penso che potreste trarne grande vantaggio.

Ve lo voglio dire subito, senza giri di parole: non tornate a Milano! Voi che avete la fortuna di essere sdraiati su una ridente spiaggia o arrampicati su una parete rocciosa, o comodamente seduti sotto la veranda di un casolare toscano.

Non tornateci, perché qui non se ne può davvero più.


Niente traffico, niente rumori e smog

La città è deserta, non c'è traffico, non ci sono rumori, se non quello del passaggio dei tram. L'aria è limpida, anche se calda, e la gente che cammina sui marciapiedi è rilassata e sorridente. Non c'è nemmeno una macchina parcheggiata in doppia fila, un vero orrore a vedersi, credetemi... Nessuno che suona il clacson, nessuna moto che ti sguscia a destra e a manca per guadagnare pochi metri. I semafori, oddio, i semafori sono una vera tristezza: soli, abbandonati, senza code. Si va da una parte all'altra della città in pochi minuti. E chi si muove in automobile trova subito parcheggio, ovunque decida di andare. Un vero disastro...

Gli uffici sono quasi tutti chiusi, non ci sono nemmeno tutti quei simpatici colleghi con cui vivete ogni giorno otto/dieci ore della vostra vita. Nemmeno i vostri capi, ci sono. Mentre mangiate un panino, nella pausa pranzo, vi trovate circondati da un sacco di persone che non parlano la vostra lingua. Francesi, inglesi, tedeschi, russi, giapponesi, cinesi... ma che cosa vogliono? Non stanno bene a casa loro? Dovevano venire proprio qui? Con quelle facce allegre da turisti, poi, che strazio...


Le piste ciclabili sono tutte percorribili

Le strade, i marciapiedi sono particolarmente puliti. Le piste ciclabili, udite udite, sono percorribili dall'inizio alla fine. L'altro giorno ho visto fin una persona che buttava la sigaretta, dopo averla spenta, nel cestino della spazzatura. Qualcuno dice addirittura che in via Mascagni, a pochi passi dal Duomo, su alcuni alberi stiano crescendo delle mele. Mele a Milano, ma stiamo scherzando? Non siamo mica in Valtellina...

E quindi, cari milanesi (che magari in Valtellina ci siete veramente) non fate l'errore che ripetete ogni anno, a settembre. Questa volta non tornate in città, approfittate della situazione per restare dove siete.

Qui è davvero dura, credetemi, poi non dite che non siete stati avvisati...


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mercoledì 10 agosto 2011

Una pubblicità come tante altre

Questo non è il tentativo di fare pubblicità, neanche troppo occulta, attraverso l'utilizzo di un blog all'apparenza slegato da qualsiasi interesse economico.

E' solo il desiderio di mostrare un cartellone pubblicitario come tanti altri, esposto da un po' di tempo nella nostra città, che invita a frequentare una certa località turistica – anzi a visitare un'intera nazione – a un prezzo di lancio (peraltro ben in evidenza).

Con tanto di signorina sorridente, ometto muscoloso e sportivo e donna che legge una rivista mentre è placidamente distesa su un materassino, in mezzo al mare, naturalmente in costume

Una pubblicità come un'altra, ripeto. Ma sono forse bigotto se mi sembra un po' fuori luogo il fatto che sia esposta sul retro del Duomo? Anche e soprattutto tenendo conto dello slogan riportato in alto, decisamente evocativo "La tua vacanza anima e corpo"...

Il corpo lo vediamo lì, ben esposto, sul cartellone. Che l'anima di cui si parla sia quella del commercio?





martedì 9 agosto 2011

Storia di piste ciclabili,
paletti e arroganza


Non sono un ciclista metropolitano. O, meglio, lo sarei forse stato, se non mi avessero rubato la bicicletta un paio d'anni fa. Non sulla strada, no: è sparita dal cortile di casa mia, insieme ad altre tre o quattro. Erano tutte regolarmente legate, probabilmente i ladri erano forniti di un furgoncino. Che organizzazione... Comunque la rabbia e la pigrizia mi hanno impedito di comprarne un'altra e mi hanno fatto propendere per un meno faticoso scooter (comprato di seconda mano e, dunque – speriamo – meno appetibile...).

Le piste ciclabili all'estero

Non sono un ciclista metropolitano anche per ragioni forzate, dunque. Ma all'estero ci sono andato, qualche volta. E ho visto quale spazio è riservato all'uso delle biciclette nelle varie città straniere, anche in quelle più grandi e caotiche. Mi ricordo un'estate a Vienna, tanti anni fa, insieme al mio amico Demetrio. Abbiamo parcheggiato la macchina, noleggiato due biciclette e attraversato tutta la città senza fare un metro al di fuori di una pista ciclabile. Una cosa fantastica, sembrava di essere i padroni del mondo. Per non parlare di Amburgo, di Monaco, di Barcellona, di Amsterdam... Di recente, tornando in Italia e senza andare troppo lontano, mi ha sorpreso la più piccola ma incantevole Mantova, una pista ciclabile a cielo aperto.

Le piste ciclabili di Milano

E Milano? Poca roba davvero. Poche piste, costruite male, tenute peggio. Spesso trasformate in parcheggi. Oppure spesso che finiscono all'improvviso, scaraventandoti in mezzo a una strada con auto che provengono da tutte le parti e ti suonano dietro. Fino a ora usate solo come mezzo per procurarsi voti: predisposte, spesso senza criterio, per poi essere abbandonate a se stesse.

Come dimenticare le piste ciclabili disegnate sui marciapiedi di via Padova che sono riuscite in un colpo solo a scontentare tutti: pedoni, ciclisti, residenti e negozianti prima di sparire dopo poche settimane? E come dimenticare la pista ciclabile costruita in tutta fretta in via Vittor Pisani, come trofeo da esporre dall'amministrazione precedente alle imminenti elezioni comunali (poi perse, chissà come mai)?

Il caso di via Vittor Pisani

E qui viene il punto: proprio di quest'ultima pista, val la pena di parlare. E' stata costruita ai lati della carreggiata. Sul lato che va dalla Stazione Centrale a piazza della Repubblica è una vera e propria pista, che funziona benissimo perché è impossibile interromperla nel suo percorso. Nel lato opposto, quello che va verso la Centrale e su cui sorgono molti locali alla moda è stata semplicemente disegnata per terra. Così da consentire, verrebbe da dire, la sosta di numerosi "parcheggiatori distratti", che non si accorgono della linea gialla e dei grandi segnali con le biciclette disegnate sull'asfalto. Furgoni che eseguono imperterriti i loro carico/scarico, certo, ma anche molti avventori dei locali, come dimostrato dalla concentrazione anche serale di macchine abusive.

Risultato: fin da subito questo lato è risultato inacessibile ai ciclisti, costretti a continue invasioni sulle corsie riservate alle macchine (con conseguenti strombazzamenti degli automobilisti già nervosi per essere in una delle vie più trafficate della città). Una situazione inacettabile per i nuovi amministratori, che devono dimostrare di essere migliori dei loro predecessori e che hanno deciso quindi di stroncare in tutti i modi questo malcostume. Con più azioni disincentivanti.

I tentativi della nuova amministrazione

Primo tentativo: le multe. Nello scorso luglio, nelle sole serate, sono state appioppate 200 multe in 7 giorni. Una strage, che avrebbe fatto cambiare idea anche al più testardo dei parcheggiatori fuori norma. Niente da fare, invece, le auto non sono diminuite. C'è chi dice che poco possano fare le multe, in questi casi: i ristoranti di via Vittor Pisani sono per pochi, per persone dal portafoglio gonfio, vuoi mettere la comodità di parcheggiare proprio lì fuori, anche se mi costa un po' di più...

Secondo tentativo: i paletti di plastica gialla a delimitare la pista. Una soluzione di civiltà: di qua le auto e di là le bici. Tutti contenti, finalmente. Sì, ma solo per 15 giorni, non di più. Tanti sono bastati ai selvaggi della sosta per distruggere questi paletti, passandoci sopra con la propria auto. «Inciviltà» ha detto l'assessore comunale alla Mobilità. Giusto, ma forse doveva parlare anche di arroganza, prepotenza, ignoranza, stupidità. Sicuramente di assenza totale di senso civico (che immagino essere un concetto che farà sorridere i distruttori di paletti). Per me questi signori sono il peggio che si possa avere, come vicini di casa. Meriterebbero di essere espulsi dalla città: «Non capisci quali devono essere i tuoi limiti e dove iniziano i diritti delle altre persone con cui convivi? Bene, da ora in poi vivrai in una foresta, vediamo come ti comporti con i gorilla dell'albero vicino...».

Soldi buttati, rabbia in aumento

Fatto sta che i risultati ottenuti, in questa situazione, si possono così riassumere: soldi spesi inutilmente dall'amministrazione (e quindi da noi), rabbia crescente dei ciclisti, soddisfazione degli automobilisti arroganti e dei proprietari dei ristoranti, depressione di chi vorrebbe vivere in una città popolata, per lo più, da persone civili.

Per questo, dunque, il Comune ha fatto sapere che quanto prima proteggerà la pista con un muretto. Questo significa che, per fortuna, alla fine l'avrà vinta. Bene, ma per la città, la città in cui vorremmo abitare, a ben vedere non sarà una grossa soddisfazione, si tratterà purtroppo di una nuova, sonora e umiliante sconfitta.

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venerdì 22 luglio 2011

Dieci anni senza Montanelli

Dieci anni fa, a Milano, moriva Indro Montanelli, giornalista. Era il 22 luglio 2001, una data triste per chi, come me, amava leggere quello che l'Indro scriveva. Lo seguivo dai tempi del "Giornale", quando lo comprava mio padre, poi alla "Voce" (di cui conservo l'intera collezione) e infine al Corriere della Sera. E nel frattempo ho letto molti suoi libri, quasi tutti, nella mia libreria ne ho circa una novantina.

Per questo non sono obiettivo, quando parlo di Montanelli. Lo sento a me molto vicino, come se lo avessi conosciuto personalmente, e avessi una particolare confidenza con lui. E invece non l'ho mai incontrato. O, meglio, una volta gli ho stretto la mano, ma è stato un vero disastro, per me.

Un giorno del 1994, al Politecnico

Era l'anno della "Voce", il 1994, e avevo letto da qualche parte che al Politecnico Montanelli avrebbe incontrato gli studenti. Se facevo in fretta, avevo calcolato, sarei riuscito a rubare un paio d'ore al lavoro e a infiltrarmi nell'aula per sentire parlare di persona, finalmente, il "mio" direttore. Così com'ero, in giacca e cravatta, andai all'incontro. Mi ricordo che doveva esserci qualche altro giornalista, tra i relatori, che però all'ultimo non venne. Meglio così, la ribalta fu tutta per lui. Parlò con la sua solita verve degli ultimi tormentati mesi del "Giornale", del suo scontro con Berlusconi, della decisione di fondare la "Voce". E io lì, seduto in mezzo agli studenti ad ascoltarmelo tutto. Gongolante. Anche perché avevo l'impressione che spesso, parlando, fermasse il suo sguardo, duro e limpido, su di me.

Immaginazione frutto del mio solito egocentrismo, pensavo. Fino a che, a un certo punto, Montanelli se ne uscì con una frase di questo tipo: "Stanno tentando di tutto per tagliarci le gambe, alla "Voce". Del resto chi abbiamo contro è molto potente e ha mille mezzi per cercare di sconfiggerci. Anche le spie, può usare. Anzi, sono convinto che anche oggi, in mezzo a voi, ci sia qualcuno mandato dai nostri nemici per registrare e riferire bene quello che diciamo. Ne sono arcisicuro!". In un attimo l'aula si fece silenziosa, sulla pausa ben studiata dell'Indro che, ora più che mai, avevo l'impressione avesse fermato il suo sguardo, più duro che limpido, inequivocabilmente sulla mia figura. La mente cominciò a girarmi vorticosamente, e non ci misi molto ad arrivare alla conclusione che sì, in effetti, le circostanze erano tutte contro di me. Uno sconosciuto a tutti, sicuramente non uno studente (se non fuoricorso da molti anni...), l'unico in giacca e cravatta... Se fossi stato uno studente seduto al mio fianco – o, peggio ancora, se fossi stato Montanelli – non avrei avuto alcun dubbio, "quella è la spia".

La situazione durò un attimo. Per me fu però un'eternità. Mi sono sempre chiesto se fu solo una mia suggestione o se veramente ero stato l'oggetto della sua attenzione. Un dubbio che aumentò (o forse no, purtroppo diminuì...) quando, alla fine della conferenza, mi avvicinai al tavolo per ascoltare quello che Montanelli diceva agli studenti che gli si erano fatti intorno. Quando giunsi al suo fianco, per un attimo ebbi la sensazione che tutti si fermassero per una frazione di secondo. Poi, non so come, dissi: "Direttore...". Lui si girò di scatto, piantò i suoi occhi indagatori nei miei e chiese: "Sì?". "Volevo solo salutarla". Lui mi studiò ancora un attimo, poi tese la mano e rispose al mio saluto. Mi allontanai, certo che lui in quel preciso momento stava chiedendo agli studenti se mi avevano mai visto prima, a sostegno della sua tesi della spia infiltrata nell'aula...

L'unico incontro, un vero disastro

Questo è stato il mio unico incontro con Montanelli. Un vero disastro, come ho detto prima. Ma che non è riuscito a scalfire in minima parte il piacere che provo ogni volta che leggo qualcosa da lui pensato e scritto. Non era infallibile e spesso era anche opinabile, certo. Ma a Milano e all'Italia è mancata, in questi dieci anni, una mente lucida e critica come la sua, in grado di analizzare e spiegare ai lettori in un battito di ciglia le situazioni all'apparenza più complicate. Sarebbe stato interessante conoscere la sua opinione in relazione all'elezione di Pisapia, allo sconfortante balletto cui da anni assistiamo attorno a Expo 2015, all'utilizzo dei militari in città, alla questione legata alla costruzione della moschea milanese, ecc. ecc....

Ma lui se n'è andato ormai da dieci anni, anche se certe sue esternazioni passate lo rendono quanto mai vivo. Il suo scontro con Berlusconi, le sue opinioni sull'ex "editore perfetto"  entrato in politica, risuonano potenti oggi come allora (come dimostra il libro "Ve l'avevo detto", uscito nei giorni scorsi e che raccoglie tutti gli scritti più significativi relativi alla figura del Cavaliere). Seppur morto fisicamente, insomma, Montanelli è sopravvissuto attraverso il suo pensiero tutti questi anni grazie alla persistenza di Berlusconi. Quando questi cadrà, allora il principe dei giornalisti potrà davvero riposare in pace. Perché finalmente non verrà ricordato solo per essere stato uno dei più irriducibili oppositori dell'uomo di Arcore, ma per tutto quello che ha fatto e scritto – nel bene e nel male – nella sua lunga e avventurosa vita.

Glielo auguro di tutto cuore, non serbandogli alcun rancore per avermi un giorno (forse) scambiato per una spia al soldo del nemico.

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venerdì 8 luglio 2011

Militari in città? No grazie...

I militari, nelle strade di Milano, sarebbe meglio non averli. Questa la mia personalissima opinione, condivisa però da molti milanesi con cui mi capita di parlare. Non so se vi è mai successo di trovarvi davanti un militare in mimetica e anfibi, con a tracolla un fucile "che neanche Rambo..." e il dito indice della mano destra sul grilletto.

A me è capitato proprio l'altro giorno. Durante la pausa pranzo ero in un baretto del centro a mangiare il mio panino d'ordinanza, quando da dietro l'angolo è sbucata una giovane donna così agghindata. Per un attimo mi sono chiesto se quella che vedevo attraverso il vetro, all'esterno, fosse davvero Milano o piuttosto un'altra città. Di solito, in questi casi, si dice: "Sembra di essere a Beirut", ma credo che quella povera città, prima o poi, debba essere lasciata in pace...

Il disagio di passare vicino a una persona armata

Sarò troppo sensibile, ma la visione di un militare in tenuta da combattimento in mezzo alla vita cittadina in qualche modo mi turba. Sarà anche lì per la mia sicurezza – questo lo capisco – ma la sua visione non riesce a tranquillizzarmi. Mi vengono in mente quei paesi del Chiapas, in Messico, bellissimi a vedersi ma "presidiati" a ogni angolo di strada da militari con facce agguerrite che ti fanno passare la voglia di fare il turista. Oppure certe città dell'Est europeo prima che cadesse il Muro di Berlino...

Oppure, anche, un paesino del sud della Calabria nelle cui vicinanze ho trascorso, una quindicina d'anni fa, una bella vacanza. Alla sua entrata era piazzato un autoblindo dell'esercito che aveva sulla sua torretta un militare sempre pronto a usare la sua potente mitragliatrice pesante. Del paesino non ricordo un granché, se devo dire la verità, ma il ricordo del soldato pronto a sparare, il disagio che mi coglieva ogni volta che gli passavo vicino, non mi ha mai abbandonato...

Sicurezza pubblica? Ma non ci sono le forze dell'ordine?

Ora, capisco che alcune situazioni debbano essere, è inevitabile, presidiate militarmente. Ci sono luoghi che sono considerati obiettivi sensibili, potenziali bersagli di attacchi terroristici e via discorrendo. Se vedo un militare davanti al consolato americano, o davanti a una sinagoga, o ancora davanti a un palazzo che ospita una realtà esposta a seri pericoli provenienti dall'esterno, non posso che adeguarmi alle necessità e accettare la situazione. Pare proprio che in questi casi non se ne possa fare a meno.

Ma militari utilizzati per garantire la sicurezza pubblica nelle strade, nei giardini, nei parchi, quelli no, preferirei non vederli. Abbiamo forze dell'ordine in grado di effettuare in modo efficiente, grazie alla loro competenza e alla loro esperienza, il controllo della legalità. Si chiamano Polizia di Stato, che fa capo al ministero dell'Interno, e Carabinieri, che riferiscono al ministero della Difesa. Solo loro hanno la possibilità di intervenire in caso di comportamenti illegali, da codice penale. I militari no, non lo possono fare: possono solo servire da deterrente e avvisare le forze dell'ordine di quanto sta accadendo o di quanto è già accaduto.

E' solo una protezione di facciata

Quella fornita dai soldati è dunque solo una protezione di facciata, che qualche costo ce lo deve comunque avere. Allora, destiniamo a Polizia e Carabinieri i fondi che oggi vengono assegnati all'esercito: i risultati, in termini di lotta all'illegalità, nelle città, non saranno certo minori, anzi... E sarà anche l'occasione per ridare dignità a due corpi che, da un po' di anni a questa parte, stanno perdendo colpi sotto il profilo dell'immagine, ridotti come sono all'osso per quanto riguarda le risorse economiche e umane e confinati, per lo più, al ruolo di elargitori di multe e contravvenzioni legate al codice della strada.

(E so che qualcuno starà pensando al caso del cittadino morto una delle scorse notti durante un controllo eseguito da alcuni poliziotti. Ma io credo che quello non sia un problema che riguarda il corpo della Polizia nel suo complesso ma, se si dovessero accertare responsabilità, le singole persone coinvolte. Se gli agenti hanno sbagliato, pagheranno: ho fiducia nella magistratura, che per fortuna non è ancora assogettata al controllo del Governo, come qualcuno vorrebbe. Se lo fosse, allora sì, che non mi sentirei tanto tranquillo...).

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